lunedì, 27 agosto 2007, ore 08:39

Paris en Août
 
Che cos’è Parigi?
E’ un viaggio subito dopo New York.
E’ una promessa di partenza, un patto di amicizia.
E’ un viaggio con la novità, ma anche un déjà vu.
E’ l’inizio di una nuova avventura, una preparazione veloce, una guida inaffidabile.
E’ un “dai si parte, chi ci accompagna?”
E’ una caduta con la rialzata, ed uno stato d’animo allertato, sollecitato, riattivato!
E’ un giovedì mattina senza inconvenienti, una ricerca estenuante della metropolitana.
E’ un canto triste, tragico e preoccupante, quindi del silenzio.
E’ una risata liberatoria, fino al cielo.
E’ una caduta.
E’ una risata.
E’ un uomo con il montone.
E’ il freddo del mattino, agghiacciante, e pungente.
E’ una felpa grigia indossata sopra un’altra.
E’ una giacca troppo leggera ed una imbottita.
E’ una valigia estiva ed una media, una leggera ed una pronta a contenere dei souvenirs.
E’ un berretto portato sulle ventitre, caldo di lana, che dà vanità o forse fa francese.
E’ una macchina digitale per “solo” 500 foto.
E’ una macchina analogica che rende “lovely girls”
E’ un dolce al cioccolato con il cuore morbido e fondente, è una serata girata nel modo giusto!
E’ un mezzo litro di acqua a € 5.50, quando si era chiesto dell’eau en caraffe.
E’ un francese arrugginito, ma azzardato, è inventiva, è un neologismo.
E’ una risata senza fine, è una presa in giro!
È tutto très agréable.
E’ un quartiere strano, equivoco.
E’ un ammiccamento maschile, è il Wolf ed il Bear.
Ed è la nostra risata.
E’ una grossa capacità di perdersi: una, due o forse tre, ore.
E’ una deviazione a piedi di tre chilometri.
E’ una cremina per i polpacci.
E’ un panino col burro dal gusto decisamente buono.
E’ una Tour Eiffel imponente, arrugginita e troppo piena.
E’ una orda di giapponesi con fotocamere digitali!
E’ il museo d’Orsay, troppo immenso, troppo stancante.
E’ l’origine della vita!
E’ la crepe alla nutella più dolce al mondo.
E’ il Louvre che lascia senza parole, e rende tutto senza luogo né tempo.
E’ il venerare una Gioconda ancora vanitosa, e l’ assaporare  un’arte inimmaginabile, immensa e grandiosa.
E’ una Venere di Milo perfetta in forme e dimensioni, in colore e sostanza.
E’ il volere spegnere una candela, tanto pare sia vera… “Ah no, è solo un’immagine!”
E’ un rimanere senza parole e sentirsi infinitamente piccoli di fronte all’enorme capacità altrui. E sentirsi infinitamente fortunati per poter ammirare!
E’ un giardino che comunica con i Campi Elisi, e il nostro stupore.
E’ un succo amaro all’arancio.
E’ un negozio aperto… “su dai entriamo!”
E’ una vetrina guardata e riguardata… “E’ una scelta difficile!”
E’ una stanza d’albergo molto piccola, ma abbastanza per noi!
E’ un cuscino senza fodera.
E’ una televisione talmente lontana e piccola da capire che è giunto il momento di un controllo visivo.
E’ un documentario su scientology, è la serie televisiva de i Simpson, è Amanda Lear mora, è il mèteo, è il grand secret…
E’ un cruciverba facilitato con le soluzioni.
E’ un’imitazione perfetta del linguaggio francese.
E’ un messaggio in più per me, una telefonata inattesa, una madre un po’ stanca, un dolce pensiero, una confidenza.
E’ il leggere ad alta voce un sms, inviarlo, attendere la risposta…
E’ un sollecitare, è un “ma chi se ne frega!”.
E’ un dolore alla pancia, è un sacchetto di patatine al formaggio piccante.
E’ un “alzati e prendimi la coca-cola!”
E’ un “io ho sonno!” e un “tanto per cambiare!”
E’ un ombrello aperto, ma meglio due…
E’ Notre Dame: alta, imponente, buia, austera, aggressiva…
Ed è la pioggia che cade fina, fina. Ora con irruenza, ora no!
E’ la reggia di Versailles chiusa, ma con un giardino con piscine navigabile.
E’ una donna, o forse due,  con il chador, tanti figli ed un unico padre.
E’ l’acquisto di un paio di stivali alla D’Artagnan, e delle scarpe stile Luis XIV.
E’ un “ma quanto belli sono …!”
E’ l’integrazione razziale, è un essere avanzati, è un guardare oltre. “Così sì che va bene!”
E’ una poca cultura della pulizia, è un’ infinità di barriere architettoniche, è un fumare ovunque, è la mancanza di cestini. “Così no che non va bene!”
E’ la meraviglia di Montmartre: Le viuzze, la collina, la Basilica, e la piazza degli artisti.
E’ l’acquisto di due acquerelli e un olio su tela. E’ l’attrazione per il bianco e nero. E’ un rosso di papaveri, un essere scoperte, essere italiane!
E’ una metropolitana che salva la vita, o forse i piedi.
E’ Pigalle, è il Moulin Rouge.
E’ una via di sexy shop, è un tutto a due euro, è gadget, è un “entrate belle, per Voi special prices!” 
E’ un “ma ce l’aveva con noi?!”
E’ un clochard in ogni angolo, è un caffè regalato, è una monetina…
E’ il sonno mattutino, è un petit déjeuner con l’escargot au raisin.
E’ lo scambiare un uomo per una donna, o una donna per un uomo…
E’ un 15 agosto dedicato allo shopping. “Ma è tutto chiuso ?! “
E’ un 15 agosto con la pioggia, e senza jeux des fous (ou fous des artifices!)
E’ attendere una partenza…
E’ l’incontrare un’amica.
E’ il rimanerne meravigliate, stupite.
E’ una paura di essere psicanalizzata “Ma io sono proprio così!“
E’ il vedere la felicità negli occhi di chi ti accompagna.
E’ un abbraccio nella metropolitana, che non si dimenticherà facilmente.
E’ un grazie sussurrato.
E’ un continuare a stupirsi.
E’ un “adieu Paris”, mentre l’aereo prende quota, ma poi mi volto e penso di aver mentito.
« Au revoir Paris, à bientôt! »   

 


lisac
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giovedì, 07 giugno 2007, ore 10:51

La dimensione del dolore
Contravvenni ad ogni consiglio.
Quella sera non avevo voglia di ascoltare le fracide e tentennanti parole dei soliti.
Non avevo voglia.
Quella sera non volevo trascorrere la classica sera.
Non volevo indossare la maschera e far finta di non sentire nulla. Non volevo essere la solita che sfida tutto e tutti. Ma volevo rimanere nei miei più tetri pensieri. Volevo crogiolarmi nei miei dolori. Non ci pensavo proprio di dar ascolto a chi va alla ricerca del buono... In fondo in fondo non so quanto me ne era rimasto dentro.
E' per questo che rifiutai gli inviti. Non che fossero molti, non lo sono mai stati. Non ho mai riscosso tanto successo. Ma dall'altra parte l'ho sempre saputo.
Sono sempre stata decisa e autoritaria. Avevo le risposte giuste, pungenti e disinvolte. Sapevo come attirare l'attenzione, e sapevo di suscitare qualche invidia...Ero schiva ma intrigante e a volte coinvolgente. Ma sapevo eclissarmi con destrezza e divenire tagliente 
Ma ero fatta così, e questo si è sempre tramutato nel perdere un bel pò di gente che non mi fosse realmente affezionata.
Ma quella sera non me ne importava.
Mi chiusi dietro alle solite pareti e rimasi lì a pensare a ciò che alimentava la mia ansia, senza trovare un vero motivo. Sapevo che le mie inquietudini erano un abile nemico.
Si infilavano nella mia vita con la maestria di un ladro provetto, togliendomi il respiro, la voglia di mangiare e alimentando a dismisura lacrime ed ira.
E io combattevo. Mi ostinavo a contrastarle, senza però debellarle...
Ma quella sera ero vinta!
E dopo mille lamenti, mi lasciai ricadere sfinita sul letto e piombai in un sonno da cui non avrei più voluto svegliami…
Ma non avvenne e dopo un paio di ore trascorse secondo me a rilento, mi ritrovai nuovamente vigile e con accanto ancora il mix di turbamenti e inquietudini che non esitavano a mollare la presa.
Mi alzai allora di scatto dal letto. Cosciente della mia veloce ed inesorabile distruzione imminente.
Mi misi addosso il minimo per essere decente. Spazzolai i capelli, li raccolsi, e mi misi un filo di lucidalabbra.
Uscii.
Appena fuori mi accesi una sigaretta, sapeva di lacrime.
Feci strada senza guardare né l'orologio né la mia meta.
E così tralasciai spazio e tempo in una dimensione in cui non avevo voglia di ritornare.
Arrivai ad un bar. Entrai. Non esitai.
Era scuro, cupo e lugubre. Ma buono per berci.
-"Che ti porto Bellezza"
-"Un gin e cola"
-"Eccoti servita...
Che ne dici di sederti ad un tavolo?"
"Non cerco Compagnia, Amico!"
"E chi ti fila bellezza?!"
Mi spinse da dietro le spalle e mi portò ad uno dei tavoli. Mi butto il mio bicchiere e mi impose di sedermi.
"Resta qui ed ascolta..."
"Cosa Amico?! Io sono stanca di stare ad ascoltare. Non è di questo di cui ho bisogno...!"
"Io scommetto di sì!, Ed il primo giro lo offre la casa. E vidi di ordinarne un secondo, chiaro!"
Mi accese una sigaretta, me la mise in bocca, e se ne tornò dietro al bancone a strofinare le sue stoviglie in mezzo al lerciume del posto.
Mi guardai intorno. Non c'era un granché da vedere. Erano tutti sfatti come me...
Intanto la mia pazienza iniziava a venire messa alla prova: le luci, il silenzio, l'odore del tabacco...
Dovevo uscire. Che ci stavo facendo là dentro!
Ma proprio in quell'istante sentii lo strimpellio di una chitarra.
Venne portata nel piccolo palco una sedia. E una figura gli si avvicinò.
Si accomodò.
Della luce flebile flebile illuminò la figura.
Era un'altra anima in pena: un'anima oscura...
"Suona per noi Jeff" disse il barista.
Alzò gli occhi. Un semplice sguardo per intuire l'intenso azzurro degli occhi.
Accennò un sorriso, o forse era una smorfia, ma che potevo capire io da quella distanza?!
Accordò la chitarra, e poi tutto si annullò.
Iniziò il suo canto sincero e liberatorio.
Diede voce alla sue note, intonando alla perfezione il Mio dolore
La sua musica parlava di cuori strappati e di anime dannate.
Di vite senza dio, di inferni senza paradisi e di lunghi e struggenti purgatori.
Parlava di vite spezzate e di dannazioni perpetue.
Parlava di se stesso, parlava di me...
E poi la sua chitarra traduceva con abilità parole non dette, ma intuite e soffuse.
E poi la sua voce strana ma carezzevole mi sfiorava con l'intensità del timbro, facendomi sentire molto vicina a lui, più di quanto la pudicizia lo imponesse.
Era intenso e melodico. Era struggente e conturbante.
Era musica, era Lui, ero io...
E lui smise.
Si tolse i capelli da davanti agli occhi.
Intravidi nuovamente l'azzurro, ma questa volta misto a lacrime.
E non solo le sue.
Qualcuno applaudì, ma era del tutto superfluo. Era stato un canto per se stesso.
Lui non cercava la gloria.
Si alzò. Lasciò la chitarra nel mezzo quasi incapace di sostenerla e sparì nella penombra del locale.
Mi voltai verso il cameriere, per cercare di capire...
Ma mi fecce un cenno. Era ora di chiudere. Dovevo andarmene.
Buttai qualche soldo sul bancone, sempre voltandomi in dietro per vedere se Lui c'era ancora. Ma era svanito. A me si accodarono gli altri malcapitati della serata, e appena fuori si dispersero.
Io rimasi lì fino a quando non fu calata la saracinesca.
"E' finita bellezza, torna nella tua dimensione!"
Ma io non lo volli, e attesi.
E poi capii. Era l'ora di andarmene.
La mia disperazione se n'era andata, ora ero sfinita e sbalordita.
Avevo avuto un'allucinazione?
Non lo so, il fatto volle che non riuscii più a trovare il locale.
Lo cercavo, facendo memoria dei passi di quella sera, ma non mi fu mai data un'altra opportunità.
Spazio e tempo tornarono a divenire miei padroni e così l'illusione di aver vissuto realmente una tale disperazione.
Ma di notte, qualche volta svegliata di soprassalto mi pare ancora di udire un canto disperato provenire dal fondo del mio cuore.
Il mio animo grida ancora!

lisac
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mercoledì, 16 maggio 2007, ore 08:07

Il Gusto dell’Amore
-“Mi chiamo Arthur Frank Tommas Miller.
Ho 48 anni.
Vivo a New Hell
Insegno analisi del comportamento umano all’Università.
Sono uno stimato Luminare.”
-“Bene, Mr. Miller…”
-“Oh… Scusi ma preferirei essere chiamato Professore…”
-“Come desidera, tanto per me non fa alcuna differenza”
-“Grazie per la sua spiccata Gentilezza!”
-“Allora Professor Miller,
Lei è consapevole di trovarsi nel più grande Penitenziario di tutto lo Stato?
E’ consapevole, poi, di essere stato condannato all’ergastolo per i reati di:
Omicidio e Cannibalismo?”
-“Sì, Sì.
Queste sono le mie risposte, anche se queste sono le vostre abominevoli accuse. Alquanto riduttive, oserei dire, che non delineano un quadro dell’individuo, ma che si limitano a esaltarne soltanto le caratteristiche sommarie.”
-“Certo, certo… Ehm dove eravamo rimasti,.. sì ecco…
Allora, le rammento che questo è il riesame del suo caso.
Avviene una volta ogni 10 anni.
Come si dichiara. Visti i dieci anni di reclusione già scontati?”
-“Colpevole, Signore, senza il minimo dubbio!”
-“Benissimo, il suo caso verrà riesaminato tra altri 10 anni!
Così è deciso!”
–“Grazie, e buona giornata!”
-“Gente come Lei, Professore, è meglio resti recluso a vita, ed è un vero peccato che non esista la pena di morte in questo Stato!”
-“Mi scusi, Signore, ma mi stavo avvicinando alla porta è non ho potuto non notare la Sua… come dire, poco piacevole, affermazione.”
-“Certo e sarei disposto a ripeterla all’istante.
Le persone come Lei non mi fanno paura.
E’ solo uno strano scherzo di natura, un intermezzo, un difetto, uno sbaglio, un obbrobrio,… Sig. Professore!”
-“Scusi posso sedermi nuovamente e spiegarle alcune piccole cose…”
-“Sì, guardie, lasciatelo fare…! Visto che ha così tanto da dire… Le preannuncio già che saranno semplici parole al vento, e nulla verrà cambiato da ciò che è stato già deciso”
-“Grazie Signore per la sua disponibilità. 
Come vede, ho catene ovunque e non mi è possibile muovermi senza impedimenti. Ma io non mi sono mai sentito libero come ora.
Io vivo in una cella di pochi metri, ma mi sento benissimo, perché la mia anima ha raggiunto la pace dei sensi.
E lei Signore, riesce a dormire sonni tranquilli la notte?
Riesce a trovare il riposo o pure teme per la sua macchina, per la sua villa in montagna, per le corna della moglie, per le lezione di tennis dei figli, per l’acconto dell’iva da versare…?
Su mi dica?!”
-“Non stiamo esaminando me, in questo preciso istante!”
-“Perfetto, Lei ha ragione.
Ma mi creda, conosco il comportamento umano, e soltanto guardandola e sentendola parlare seppure per così poco, posso intuire che quanto ho appena esposto è solo una parte delle sue preoccupazione …
E invece io, non le ho mai avute.
Mi piacerebbe tanto che mi chiedesse perché!
Tocca a Lei parlare, Signore!”
-“Mi sta infastidendo… Professore, e rimpiango di non averla rispedita immediatamente nella sua cella a marcire per almeno altri dieci anni.
Comunque mi dica perché lei non ha i problemi che si posso definire di vita quotidiana?
Ma aspetti a rispondermi, Le do io la risposta: Perché forse è pazzo!??, O perché è qui rinchiuso?
E’ forse questa la risposta che voleva darmi.
Ma non penso, visto che non ha il senno per parlare così”
-“No, ed è proprio qui che Lei si sbaglia, e grazie ancora per avermi dato motivo di espormi…
Io ho visto da vicino il piacere e l’ho potuto assaporare.
Io ho toccato con mano la fiducia delle persone.
Sono riuscito ad avere la benevolenza e non solo, mi creda, Signore, delle più affascinanti donne che mi si siano mai avvicinate.
Io le istruivo e loro mi bramavano.
Io le educavo e loro mi imploravano.
Io le erudivo e loro mi ardevano…”
-“No lurido Porco, non era così!”
-“Oh, no, no… Le offese a me non piacciono Signore.
Io Le sto spiegando com’erano i fatti.
Lei non mi ripaghi, con queste scurrili elucubrazione!
Suvvia, la prego!
Allora, Come le stavo dicendo, loro mi amavano e io non potevo non dargli quello che mi chiedevano.
Ma poi, era lì che io trovavo la gloria!”
-“Nello stuprarle, Verme strisciante?!?”
-“Le Chiedo di Non Usare quel tono con ME!
Io, se rivede gli atti d’accusa, non sono colpevole di Violenza Carnale!
Loro mi si sono date spontaneamente, anzi no, volendo essere precisi, Signore, e mi scusi se mi sono alterato, Loro amavano ME.
Io attendevo impaziente il loro appagamento sessuale.
Aspettavo … ... …
Perché poi sarebbe toccato a me!”
-“Maledetto, tu le legavi …”
-“No! Lasci a me il racconto…
La prego non mi tolga questo Piacere.
Le sento ancora vicino a me ansimanti …
Uhh, per me era l’inizio, e purtroppo, povere illuse, per loro la fine…!
Le legavo alla testiera del letto e loro ancora invaghite dall’idea di un gioco erotico, restavano ferme e attendevano le mie mosse.
Mi avvicinavo, le bendavo, e le leccavo…
E loro lì frementi, non sapevano.
Piano iniziavo, con il mio coltello le stuzzicavo…
Piano, piano, fino poi a sentire le loro prima grida…
E così con la delicatezza di un amante, ma con l’abilità di un chirurgo, iniziavo a possederle.
Ed era lì che loro si stancavano.
Ma io avevo dato, ora era il mio turno, dovevo ricevere!
Con lentezza, brandivo il mio coltello e piano, piano percorrevo l’epidermide, fino a trovarne il rosso del sangue. Lei non può comprendere l’appagamento nel vedere quel rigagnolo carminio che prima debolmente, poi con veemenza solca la carne e la intinge di un intenso porpora...
E poi insistevo per vederne l’intricata e affascinate muscolatura.. Ha quanto viene nascosto, Lei non può di certo immaginare…
Ed infine arrivare là, fino agli organi vitali. E poi per ultimo, come apice di piacere, giungere al cuore e guardarlo.
Esultare con lui fino a suoi ultimi battiti.
E poi lontano dal corpo che lo contenne, assaggiarlo per provare l’infinito piacere di possedere tra le mani una vita che fu.
E sentire il tepore di un corpo si appresta a perde l’anima e lasciarla sfiorire in un soffio…
Ah, questo è il segreto. Prendere le emozioni tra le mani.
Ed amare, fino allo sfinimento!
Fino all’ultimo respiro, e poi il silenzio e poi la pace”
-“Porco dannato, tu mi fai schifo!”
-“E Lei invece mi rende triste.
Perché non sa che cosa vuol dire amare.”
-“Certo io non capirò! Ma lei rimane un lurido assassino!”
-“No, Signore io sono un amatore!
E Lei non sa che vuol dire vivere libero!”
-“Io capisco che tra 5 minuti me ne andrò da questo lurido buco e farò di tutto per dimenticare quella sua faccia da verme che si ritrova!
E invece Lei rimarrà qui dentro a consumarsi in una gabbia di pochi metri alla ricerca di un po’ d’aria!
Portatelo via, non voglio più che esca una parole da quella sudicia bocca, finchè io rimarrò in questa stanza”
-“Io però ho amato! E per sempre conoscerò la libertà!”
-“Scusami, Caro Professore, se stento a crederti, ma io ho bisogno di una boccata d’aria…
Mentre tu, da ora io poi, potrai solo immaginarti il profumo della libertà!”
-“Ahhh povero illuso, Solo chi ha assaggiato il vero amore può comprendere… il Suo Gusto!”
lisac
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giovedì, 19 aprile 2007, ore 08:27

Requiem per un Amore
 
“Nooo, non puoi lasciarmi! E’ peccato e brucerai all’inferno! E tra mille torture e dilani trascorrerai il resto dell’eternità!”
Avevo oramai sentito tutto questo per l’ennesima volta.
Così mi ammoniva il Pastore, ogni volta che mi decidevo a lasciarlo.
Ma io ero testarda e non demordevo. Ed era in quel momento che abbandonava il suo ruolo di predicatore e impersonava quello dell’angelo vendicatore.
“Ma è per il tuo bene non lo capisci!”
Mi ripeteva e poi mi assestava un colpo nel basso ventre.
“E’ Dio che mi ispira, perché tu possa ritornare nella retta via!”  
E quando esausto mi lasciava sola nel mio dolore, io morivo: piano, lentamente e inesorabilmente, per un Dio che a parer suo mi amava.
 
“Uno dei sette angeli, che avevano le sette coppe, venne a dirmi –Vieni, ti farò vedere il castigo decretato per la grande prostituta…”
Così iniziò il suo sermone Domenica scorsa.
E io mi rodevo mentre mi apprestavo ad essere l’apparente mogliettina perfetta e benvoluta.
“Sì o mio Signore Dio dominatore Universale, hai giudicato con verità e giustizia”
Sputa sentenze immondo, marcirai nel tuo stesso lezzo!
Era l’unico mio pensiero nel vederlo, nel sentirlo, nell’odiarlo…
E alla fine accanto a lui salutavo i fedeli, li ringraziavo e li stimolavo a tornare…
“Tornate, tornate, il Pastore è sempre pronto a ascoltarvi”
Ma in cuor mio, volevo la loro dannazione come quella di chiunque altro.
E poi per ultima mia madre, mi si faceva acconto, e lentamente mi abbracciava e senza guardarmi negli occhi mi sussurrava Coraggio!
Ed ecco mio padre, reo di avermi spinto tra le braccia di un Tiranno, orgoglioso di avermi maritato con un Pastore, mi baciava sulla fronte e mi diceva. “Ringrazia il Signore per il dono che ti ha fatto” e guardando mio marito ammiccava un gesto di compiacimento con la mano…
Morte bastardo, morte, anche a te!
Quanto odiavo la domenica.
E lui continuava a dirmi di quanto si sentiva felice nel giorno del Signore…
E poi odiavo le notti in cui ero costretta a giacere con lui. Odiavo il suo corpo sul mio, il suo peso, il suo fiato.
“Tu hai trovato grazia presso Dio. Avrai un figlio , lo darai alla luce… Egli sarà grande… ed egli regnerà per sempre sul popolo d’Israele”
Ma di questo si sbagliava: come poteva un ventre dilaniato dal dolore creare vita?!
Come poteva nascere dell’amore dall’odio!
E questo non accadde mai, e per ciò in cuor mio, nei fui sempre grata a quel Dio che si degnava di ascoltarmi solo nel non creare altra vita.
E intanto il tempo trascorreva tra i miei dolori i suoi sfoghi, i miei pianti, i suoi sermoni.
Ero mortalmente ferita nello spirito e nella carne.
E per lui ero arida, così come quella terra che fa germogliare solo gramigna.
 
“Nooo, non puoi lasciarmi! E’ peccato e brucerai all’inferno! E tra mille torture e dilani trascorrerai il resto dell’eternità!”
Avevo oramai sentito tutto questo per l’ennesima volta.
Ma questa volta non avevo più voglia di morire per lui ed il suo Dio.
Rimasi a terra per non so quante ore.
Stingevo i denti e mi aggrappavano a quella voglia di vincere, su di Lui, e sul suo Dio…
E poi ritornò,e smaltita tutta la rabbia e l’irruenza che versava soltanto su di me, mi rivelò quel amore che solo lui era in grado di dimostrare.
“Se qualcuno viene con me e non ama me, non può essere mio discepolo…”
Mi prese in braccio con la delicatezza di un uomo che non avevo mai conosciuto
Il giorno successivo sarei partita…
“Questo popolo, dice il Signore, mi onora a parole ma il suo cuore è molto lontano da me”
Riempì la vasca e mi lavò con la cura di un uomo innamorato.
Ma quanto sarebbe durato?
Non molto, mio odiato amore, non molto!
E dentro di me bramavo avidamente una vita mai provata, e ripensavo amaramente ad un amore mai scoperto.
E auspicavo una pace, quella portata dal lungo sonno…
“Quale casa potrete mai costruire, dice il Signore, o quale sarà il luogo del mio riposo?”
Non compresi… Non avevo voglia di nessun sermone.
Mi asciugo, e mi avvolse in caldo asciugamano.
Mi sollevò e mi portò sul letto.
Mi baciò sulla bocca.
Estrasse la pistola e sparò!
“Dio asciugherà ogni lacrima… la morte non ci sarà più. Non ci sarà più né lutto né pianto né dolore. Il mondo di prima è scomparso per sempre”
“Perfetto, oggi il mio requiem sarà perfetto.
Sentito e coinvolgente!
Trasparirà a pieno il mio profondo amore per te.”
“La tua morte è la mia salvezza.
Sono il servo del Signore, non manco di nulla!”
Uscì da casa per disporre la cerimonia:
“Tutto è compiuto”
 
E con le ultime forze che mi erano rimaste, guardai verso il cielo…
Mio Dio Mio Dio, perché mi hai abbandonato!
Verso le tre spirai.

... Leggendo qua e là il Vangelo 

lisac
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lunedì, 12 marzo 2007, ore 08:21

On Air
 
Che cosa posso volere di più di 4 pareti, un microfono e l’intimità di una notte.
Ben arrivati, sonnambuli, nelle frequenze di radio KK1!
♫... I’ can fill your love, your love…♫
Sì, in questa notte, proprio in questa, in cui ci sentiamo infinitamente soli e dispersi nelle nostre più intime oscurità, ci sono io qui, a dar spazio ad emozioni e sentimenti.
Non pensiate che questa trasmissione la facciate voi… No, questa volta vi sbagliate sul serio, perché ora sono io la padrona indiscussa, sono io quella che bussa nella notte, sono io quella che cerca un barlume di luce, sì io.
Quindi o voi popolo di non dormienti, mettetevi comodi che si decolla e l’aereo lo piloto io!
♫... windows in the skies…♫
Oggi lascio la parola al tempo.
Lascio che sia lui a guidarmi.
Guardo oltre, mi soffermo, penso, aspetto. Sono pronta. E se non lo fossi? Presumo non gli importerebbe. Perché lui scorre inesorabilmente. Lasciando dietro di sè fatti, ricordi, desideri, istanti. Tutto finito e a me non resta che aspettare fiduciosamente.
Questo mi ha insegnato il tempo: Sperare.
E così proietto il mio ideale di futuro dal passato, vivendo quell’istante di presente che diviene immediatamente accaduto.
Ma se mi soffermo, scorgo l’avvicinarsi dei miei primi trent’anni di vita.
Che dire, che fare!?
Proseguire, senza dubbio!
♫... love is a blindness…♫
Se sperate che in questa notte io dia spazio alle vostre cazzate scritte su rotoli di carta copiativa, beh vi sbagliate di grosso: scordatevelo!
Sta sera mi dedico quest’ora. E così mentre voi vi adagiate comodamente sulla vostra poltrona e sorseggiate un Brandy di pessima annata, restate lì ed ascolte.
E se questo non fosse di vostro gradimento, beh, sapete… penso che questa non sia la radio giusta per voi. Ma sapete perché?
Perché non vi riconosco… No! Non ce la farete mai. Voi non siete miei amici, no?!
… Ops squilla il telefono!
Ma chi ti ha invitato a telefonare. Metti giù e torna nella tua dannata intimità casalinga.
Vuoi essere mio amico? E’ facile da dirsi, ma ne saresti all’altezza?
Sai che ti dico? E’ facile essermi amico quando sono allegra e sono io che animo la serata, è facile restarmi vicino se sono io che mi organizzo, è facile, sì lo so!
E se all’improvviso mi ammalassi? Ci saresti ancora? Se non potessi più rallegrare la tua dannata vita, mi accoglieresti ancora? Se così per caso non fossi più in grado di arrangiarmi da sola e avessi bisogno di quel sostegno che io ho dato per una dannata quantità di tempo a te, Tu ci saresti?!
Sì… No bello, non ci credo. Lo sai perché, te lo spiego subito. Perché è comodo essere amico di qualcuno per un periodo limitato, ma è il tempo che rafforza un unione, e tu riesci a resistere a tutte le sue avversità?!?
Qualcuno ha detto”gli amici vanno e vengo, ma alcuni, i più preziosi rimarranno!”
Nulla di più vero!
Amica, del mio cuore, è dedicata a te, questa canzone!
♫... Pride, in the name of love…♫
 Siete ancora in diretta, qui con me, nell’ora notturna dedicata solo a me e alla mia musica, nelle frequenze di radio KK1.
Non penso che mai una serata sia stata più affollata delle vostre fotture e-mail e dai vostri dannati fax. Ma che vi aspettate da me? Guido con fierezza questo veivolo: sbando, accelero, sobbalzo, ma seguo la rotta. Quale? la mia!
Il telefono non smette di squillare. Che volete da me? Consigli. Sì ma di che genere? D’amore. No mi dispiace. Io non ne parlo più. Da tempo oramai.
Il mio cuore è stato dilaniato, devastato, squarciato. E tutti quei pezzettino sono stati gettati al vento. E sono caduta in un baratro. E là ci sono rimasta.
Per quanto tempo? Infinito!
E poi quando non ho più potuto rimanere inerme difronte alla mia distruzione, ho iniziato a cercare i vari pezzi. Erano molto lontani gli uni dagli altri. E quando ci sono riuscita ho cucito ogni parte con un filo spesso. E ogni volta che l’ago forava il mio cuore, il sangue non smetteva di uscire. Poi l’ho corazzato. E divenni acida, aspra e intollerante.
Maledissi l’amore e la mia fiducia in esso. Condannai ogni bacio concesso e ogni confidenza sussurrata.  E in più meditai vendetta, che all’inizio divenne furia.
Ma come sempre ci pensò il tempo a rimediare. Rimarginò le mie ferite, e asciugò il mio sangue. E seppure di bello conservi veramente poco, sono tornata a sperare nell’amore, nella sua potenza e nella sua perfetta armonia.
Questa canzone la dedico a chi come me attende, per ritornare ad amare…
♫... with or without you…♫
Mentre ascoltavo pensavo alla mia famiglia e in particolare ai miei genitori. Ripenso al loro amore, mai messo in discussione. Al loro temperamento di coppia e alla loro tenacia. Sono stata molto fortunata ad avere avuto loro accanto a me.
Oltre ad essere stati buoni educatori, sono stati per me, un buon punto di riferimento.
E poi mio fratello.
Molto più adulto di quanto non lo sia io, e molto meno permissivo, di quanto il suo ruolo gli imponga…
Un solida spalla.
Il mio legame più forte con il passato.
Il telefono rimbomba di là nella sala vuota. Chi rompe in questa notte in cui solo io e gli astri hanno il compito di illuminare questa serata?
Metti giù, perché questa è la mia serata. Me la dedico e mentre le prime note di questa canzone iniziano a diffondersi nell’etere, io invio un bacio al più stretto legame sanguigno e lascio che questo sentimento d’affetto vada oltre i confini geografici e raggiunga chi mi ha sempre amato.
Questa è tutta per voi!
♫... Somentimes you can’t make it on your own…♫
Lascio che questi miei pensieri vi pervadano di nostalgia e che dalle frequenze di radio KK1 non esca solo musica, ma che sta sera sia il sentimento a cantare.
Se la notte fosse, come al solito, dedicata a voi, lancerei questa domanda: c’è stata nella vostra vita una persona che vi ha lacerato l’anima?
No, no, no… Non voglio le vostre nuaseabonde e-mail, no, lasciate perdere.
Vi rispondo io. Sì. Io conosco una persona che mi ha distrutto e mi ha letteralmente calpestato. E nonostante continui a nutrirsi dei miei frantumi d’anima, io cerco di redimerla. Cerco di spingerla a trovare in me la parte migliore. La costringo a vedere quella lucina che in fondo al mio cuore dà calore ad ogni mia membra. La stessa che a volte mi irradia... E sapete che accade? Nulla, ma proprio nulla. Anzi il contrario di quello che avevo attentamente auspicato. E io torno a frantumarmi e a spegnermi come una lanterna rimasta oramai senza stoppino.
Ma poi reagisco, e torno a sperare, perché in fondo in fondo, in ogni persona si nasconde una bellezza assopita…
Ed è a chi, come me, cerca di risvegliare il meglio degli altri, che dedico questa melodia.
Restate con me, qui a radio KK1
♫... One love, one night…♫
Ed eccomi sulla soglia dei trent’anni. Pronta ad affrontare ciò che la vita mi porterà.
Che cosa ho imparato dal passato?
Beh, vorrei tanto dire a vivere giorno per giorno. Senza pianificare e senza sperare. Ma non ce la faccio.
Seppure i miei piani siano stati sempre stravolti, puntualmente,  dagli imprevisti del tempo, non ho mai voluto cedere.
Non ho mai voluto lasciare che sia il vento a darmi la rotta. No, non ce la faccio.
Devo perlomeno cercare di impormi. Che poi gli eventi non lo permettano quella è un’altra cosa.
Ma io lotto.
Sono nata come donna guerriera, e nel mio kit di sopravvivenza c’è sempre stato un arco e una freccia. E più di una volta l’ho scoccata.
L’ho insegnato anche a gli altri. E chi ha voluto, mi ha seguito. Altri, nel mio tragitto, si sono persi, per seguire il loro. Peccato, o forse meglio!
Chi lo può mai sapere!
Procedo a testa alta verso il mio futuro. Sono certa che inciamperò, scivolerò e mi sbuccerò le ginocchia. Ma sono sicura che incontrerò chi mi aiuterà a risollevarmi e più forte di prima proseguirò il mio viaggio. Incrocerò volti nuovi, aiuterò altri a proseguire. Camminerò certamente, con o senza qualcuno, perché questa è la mia vita.
Un viaggio, da cui si può vedere da dove si è partiti, ma la meta è sempre incerta.
L’importante è lottare.
♫... city of blinding lights…♫
E ora prima che l’orologio scocchi, dalle frequenze di radio KK1 vi saluto.
Abbraccio chi mi festeggerà tra qualche giorno, chi si sta dando daffare per me, con o contro voglia.
Ringrazio chi mi ha già sopportato nel mio passato, e chi e pronto a farlo nel futuro.
Vorrei lasciarmi dietro la mia ansia, ma come farei senza di lei..
E vi lascio dedicandomi questa canzone, che mi rappresenta e mi dà speranza.
A me, Buona vita, a me, Buon Futuro,…
♫... Sono un uomo libero, nè destra nè sinistra, … e sogno ancora con i gomiti appoggiati alla finestra…♫

lisac
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categoria : racconto





lunedì, 19 febbraio 2007, ore 09:19

E divenni volontaria…
 
Mi preparo: lego i capelli in una ordinata coda, mi sistemo il camice, aggiusto il tesserino ed entro in servizio.
E ogni volta è come se tutto si azzerasse e le esperienze precedenti divenissero nulle.
E così tutto diviene nuovo.
Respiro profondamente, rifletto su ciò che penso di scorgere sulla porta di ogni reparto Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate…”
 E poi mi faccio leggera e silenziosa. Con la delicatezza di un corpo etereo mi faccio avanti ed incontro coloro i quali non ne conoscevo esistenza.
Accenno un discorso, abbozzo un sorriso, e ascolto.
Cerco un punto di contatto, una sintonia, un istante che mi permetta di divenire parte di chi sta al di là…
E piano piano avviene, e così come un fiore mostra la propria corolla al sole io rimango lì ed assisto alle rivelazioni della fragilità umana, compiacendomi e rimanendo di volta in volta stupita.
 Io ascolto e miro chi mi si fa davanti. Intervengo, sorrido. Sostengo ma senza appoggiarmi. Aiuto ma senza gravare.
E rimango lì ad assistere chi incontro.
Li guardo dritti negli occhi e con la delicatezza di una farfalla mi faccio vicina e attendo.
Il volto mi dice molto. E’ dalle loro rughe che scorgo la loro propensione alla vita e la loro storia. E’ dai loro occhi che comprendo quanto hanno dato e quanto hanno da offrire. E’ dalle loro mani che scopro la operosità e dalle loro forze che comprendo quando vogliano la vita.
E quando penso di aver compreso tutto, scopro una ineluttabile verità: di loro non so nulla.
So soltanto quanto cerchino la vita o la sfuggano.
Alcuni mi narrano della loro gioventù e di quello che ad essa devono. E poi rattristandosi mi stringono la mano e mi tengono stretta. Come se io fossi una piccola speranza che li tiene attaccati ancora a questa esile vita.
A volte piangono, altre si lamentano, altre ancora fingono: ma chi sono io per capire.
Io ascolto e offro ciò che ho, e a volte non mi sembra abbastanza.
Altri non mi guardano mai, si sentono intimoriti dalla mia giovinezza e dalla mia vita. Altri schivano il mio sorriso, altri ancora lo detestano.
 
“Per me si va ne la città dolente,per me si va ne l'etterno dolore,per me si va tra la perduta gente”
 
E poi esco da una stanza per ricominciare, rincontrare, affrontare nuovamente e tornare a stupirmi per ciò che non avevo previsto, per un grazie inatteso, per un pianto liberatorio, per un semplice “Torna ancora…!”
 
A volte le rughe su volto non sono poi molte, ma la sofferenza, quella sì, ed è incommensurabile.
Saluto, mi fermo, accarezzo, sospiriamo insieme. Me ne vado. Mi sorride. Un altro muro è stato abbattuto.Con il solo rumore del silenzio.
E poi è il momento del pranzo.
La fame è poca sono già sazi. Ma qualcosa manca sempre. (Per Fortuna!)
Qualcuno cerca l’aiuto, altri ne sfuggono. Che fare, come fare… … ?!?
Non c’è una regola, improvvisazione, quella tipica del genere umano che stupisce ed esalta.
“Grazie!” e questo basta.
E poi i consigli. Alcuni ripetitivi, ridondanti, categorici, perentori. Altri ancora inaspettati, inattesi, gelidi e taglianti, altri ancora carichi di sentimento, coinvolgenti, commuoventi, umani…
“E quindi uscimmo a riveder le stelle”
E tornando a casa piano piano emergono volti, storie, di chi si è lasciato al di là di quella porta.
E si comprende e si torna a sperare. E ci si accorge che si è imparato dalla sofferenza altrui, dalle lacrime non proprie, dagli sguardi supplichevoli.
E ci si sente fortunati. E ciò che per qualche momento prima simboleggiava un infermo diviene paradiso personale e il mio animo respira vita nuova.
“La gloria di colui che tutto move per l'universo penetra, e risplende in una parte più e meno altrove”
 
 
 
Tratto liberamente dalla Divina Commedia

lisac
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categoria : racconto, anche questa è vita





lunedì, 15 gennaio 2007, ore 08:44

Il completamento di un amore
 
Il respiratore emetteva quel suono secco e deciso che difficilmente avrei scordato.
Avevamo cambiato tre stanze. Nella prima c’erano altre quattro persone con lei. Era gente affabile, ma schiva.
Ma lei non se ne curò!
Nella seconda c’era molta più intimità. Soltanto lei e una cubana. Non c’era comunicazione tra di loro. Ma non era questione di lingua, entrambe erano troppo occupate dal sordo, ma devastante rumore delle loro malattie.
E poi eccoci qui in questo ristretto buco di ospedale. Angusto e appartato. C’è spazio per il suo letto ed il respiratore. Ma lei da molto non c’è più.
Ogni volta che guardo verso di lei mi sento soffocare dalla sua mancanza. Non vedo più nulla di quello che è stato. Mi devo sforzare a cercarla nel baratro dei miei ricordi. Percorrendo il cammino del tempo, riscoprendola tra le mie braccia, in cerca dei suoi languori e di un amore che fu!
E poi vengo catapultato qui, in cui il tempo non ha più ragioni, e i sentimenti diventano dilanianti, laceranti, perforanti…
Di tanto in tanto abbandono questa sedia e mi corico vicino a lei. Un tempo l’abbiamo fatto tante volte, forse infinite. Non facevamo nulla e non dicevamo nulla: parlavano i nostri sguardi e insieme comprendevamo che ci saremmo bastai per tutta la vita.
Ma ora mi sdraio vicino ad un corpo la cui anima è dipartita. E mi sento infinitamente solo. Mi vergogno di questo misero e penoso stato. Mi sento insignificante oltre che impotente.
Se solo accennasse alla vita…
Mi dicono che è meglio così.
Io non ci credo!
Accarezzo un corpo che ho amato, e un volto che ho desiderato. Ma lei dov’è?!
Non esco oramai da giorni. Voglio esserci quando lei non ci sarà.
Può accadere da un momento all’altro. Così hanno intimato!
E io non le permetterò di farlo da sola.
Mentre la guardo, ammiro la sua fierezza e la sua compostezza. Ha affrontato il dolore con la stessa tenacia con cui ha combattuto in questa breve vita.
E intanto il respiratore emetteva quel suono secco e deciso che difficilmente avrei scordato.
La detesto, più di quanto l’abbia amata!
La odio, più di quanto l’abbia bramata!
Non volevo lasciarla andare e mi aggrappavo a quell’esilità che mi spaventava e nel contempo mi infuriava.
Erano circa le cinque del mattino, i bagliori di un nuovo giorno si mostravano nell’orizzonte. Mi ero appisolato… L’avevo lasciata per un po’ in balia dei suoi dolori! Sola, e misera!
Quando alzai la testa, caduca dopo un paio di ore di sonno convulso, notai i suoi occhi. Non mi ricordavo la loro profondità e neppure quel colore intenso e deciso.
Era lì, viva e mi fissava.
Io mi feci prendere dal panico. Non sapevo se gridare dalla gioia, se avvisare, se, se e ancora se!
Non so quanto trascorse, non sapevo quale fosse la mossa migliore, proprio non lo sapevo.
Per un po’ mi illusi che tutto stesse per finire e che la nostra vita, piano piano ritornasse ad essere quella che avevamo lasciato a qualche chilometro di distanza.
Ma mi stavo sbagliando!
I suoi occhi si richiusero e ritornò nel suo mondo, creato appositamente per lei. In cui per me non c’era spazio. Era troppo denso di lei, dei suoi lamenti, dei suoi dolori.
Sì, ma allora perché era tornata, perché?!?
E intanto il respiratore emetteva quel suono secco e deciso che difficilmente avrei scordato.
Mi destai. Ero stanco di quello stato di illusione tra vita, sogno e delirio.
Ero spossato dal suo sordo dolore, smorzato da anestetici, antidolorifici….
La guardai, la baciai, e la salutai.
Uscii dalla porta dell’ospedale, non prima di averle permesso di ritrovare un’altra vita.
E intanto il respiratore aveva smesso di emettere quel suono secco e sordo che difficilmente mi sarei scordato.
Addio, Sam, addio!

lisac
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categoria : racconto





lunedì, 04 dicembre 2006, ore 09:17

La Camera 91
 
Era lei che mi parlava d’amore, sì era lei. Ma adesso, e solo adesso mi chiedo che cosa ne sapesse lei… Sì lei.
Salii le scale con affanno, ero spaventato da ciò che avrei visto, da ciò che avrei intuito, da ciò che non avrei mai osato chiederle.
Era il terzo piano, su una palazzina a Road Island. La peggiore che avessi mai visto.
I muri erano segnati dal passaggio di molti, forse troppi. Poi arrivai davanti alla sua porta. Passai sotto il nastro lasciato dalla polizia. In teoria, non avrei potuto entrare, ma oramai chi me lo avrebbe impedito. Passai e socchiusi la porta.
Era una semplice stanza da letto. Spoglia, quasi senz’anima. Una tenue luce filtrava dalla finestra, un vento irriguardevole spostava le tende. E io lì al centro della camera mi misi a piangere.
Forse ero l’unico a versare lacrime per lei. Ma poi mi chiesi per chi stessi piangendo!
Niente in quel buco desolato me la richiamava alla mente, nulla, eppure lì, sì proprio lì trascorreva la maggior parte delle sue ore.
Ora compresi perché non avesse mai voluto farmi entrare in questo maledetta fossa.
Sapeva di uomini, e di vigliacchi.
Sapeva di sesso, il più viscido e repellente. Quello dato come istinto, quello nervoso e apprensivo, quello consumato, ma mai donato.
Non c’era memoria di un sentimento. Nulla, assolutamente nulla.
Non voleva che vedessi la sua macchina da soldi. Non voleva che la immaginassi lì.
Ma mi era impossibile il non farlo.
La vedevo mentre apriva la morta e richiudendola vendeva una parte della sua anima a satana, Ma che fare…
La vedevo mentre contava i soldi, e diceva “Sì, tutto quello che vuoi…!”
La vedevo mentre si consumava, mentre dava e mentre toglieva.
Mi venne da vomitare. Andai alla finestra.
-Cristo com’è alto! Che tu sia Dannata!
Ritornai dentro terrorizzato dal suo volo. Dal luogo da cui aveva creduto di poter volare via, senza limiti, senza confini, senza giudizi, senza Dio…
Mi sedetti sul letto. Presi un cuscino, e sentii lei.
Ma questa volta mi estraniai da dov’ero. Superai pareti e i dannati vicoli malfamati di questa schifosa città e mi rividi su un prato, lì con lei.
Mi chiese un bacio. Io le spostai i capelli dal collo, e piano, piano, dolcemente la invasi completamente senza risparmiarle nulla. Amandola finché il vento non smise di accarezzarci…
Ma poi ritornai qui in questo nauseante posto. E vidi le lenzuola consunte, logore, sciupate…
-Morte a chi ti ha convinto a volare, morte, e dannazione!
Ma quanto hai finto con me, Maledetta, Sì anche tu, maledetta assieme a tutti quelli che ti hanno spinto da questo parapetto.
Allora non era vero, fingevi quando mi chiedevi l’amore. Ma che ne sapevi tu.
Mi volevi senza sosta, fino a consumarmi. Ma non ricordo ora, ero io o eri tu a chiedere?!
Dio quanto ti ho amata!
Non riesco a dimenticare quella bocca, quei fianchi, quelle caviglie…
Ma Cristo Santo, a quanti hai dato ciò che a me hai riservato per poche, striminzite, scarne ore!
Ma perché non hai chiesto aiuto a me?! Perché ti sei lasciata andare oltre il limite, perché perduto amore, perché…?
E poi sovvenne il sordo rimbombare del silenzio, e caddi nel profondo dei miei pensieri fino a perdere la cognizione del tempo, del mio io, e di chi mi aveva perduto…
-“Forza bello, svegliati!”
-“Oh, mi ero perso nel sonno”
-“Per me il tempo ha il profumo schifoso dei soldi, o sganci la grana o te ne vai da questa stanza. E allora che hai deciso?”
-“Ma aspetta un momento, tu sei viva…?
“Ma che pensavi! Bello ti si è fuso il cervello. O ti alzi da questo schifoso letto o mi dai quello che mi aspetta per quest’altra ora?”
-“Dio, ma sei viva…?!?”
-“Ok ho deciso io per te, VATTENE!”
-“No, No, pago ancora… E’ stato solo un sogno, su di te e l’amore!”
-“Bello l’amore è finito dal momento in cui hai chiuso quella porta e hai tirato fuori i soldi!”

lisac
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lunedì, 02 ottobre 2006, ore 16:27

Delitto e Sospiro
 
“Sulla Seconda Avenue Capo. Alla Villa del Marsigliese.”
“Va bene, dannazione, arrivo!”
“Non c’è fretta Capo. Il morto l’aspetta!”
Un’ altra dannata notte, in cui avrei dovuto lavorare. Ma per fortuna tra un po’ sarebbe finito tutto. Questo era il mio ultimo caso. E poi mi sarei ritirato. Basta con i morti, basta con i bastardi figli di cagna… Me ne sarei andato da qualche parte. Lontano da tutti e da tutto, ma soprattutto senza questa dannata feccia che mi dilaniava l’anima.
Arrivai all’incirca dopo cinque ore dalla morte di quella magnifica donna. Era lì riversa sul pavimento in una posizione composta, quasi naturale. Forse non aveva lottato, forse non aveva minimamente posto resistenza. No, era morta con dignità. Non riuscivo a distogliere lo sguardo, non ce la facevo. E mentre guardavo quel corpo con fare languido, arrivò il marito. Era fuori di sé. Non riusciva a dire altro se non a ripetizione “Margie, Margie…”. Il nome della propria moglie, nonché la vittima.
Quando il coroner ebbe terminato, portò via il cadavere portandosi con sé anche parte dei miei sogni proibiti.
Era una donna per cui valeva la pena perdere la testa.
“Portate immediatamente il marito in centrale. Per quanto ne possa sapere io, è il primo e ultimo indiziato nella mia lista!”
“Sì capo, Tra mezz’ora saremmo là!”
Non potevo credere che la Marsigliese avrebbe fatto quella fine.
Sì, ma se il marito pensa di farla franca se lo può proprio scordare, Che tu sia Maledetto!
Era una delle famiglie più agiate del quartiere, la loro villa spiccava per grandezza e magnificenza. Provenivano dalla lontana Francia, e forse per questo avevano fin da subito faticato ad integrarsi.
Lui, il Marsigliese, era un direttore di banca, plurilaureato, stacanovista e dalle facili crisi di nervi. Non dedicava mai del tempo alla moglie, la quale, si vocifera, spesse volte si annoiasse terribilmente tra le mura domestiche…
“Allora, mi dica Signor Marsigliese, dove si trovava lei tra le 19.00 e le 20.00 di questa sera? Ora probabile del decesso di sua moglie.”
“Come sempre ero nel mio ufficio. Sono solito fermarmi fino a tardi.”
“C’è qualcuno che lo può confermare?”
“Sì! Come al solito esco verso le 20.00. Ora in cui arriva l’agenzia delle pulizie”
“Va bene, ci informeremo”
Feci un cenno di intesa al sergente Peking, che uscì in cerca di risposte.
“… Non temo nulla… Io amavo mia moglie. Chi non poteva farlo. Era adorabile, premurosa… Era un sogno… Io…Io…”!
“Sì, sì…. Mi dica: e pensa che qualcuno avesse qualche interesse di uccidere sua moglie Margie?”
“No. Assolutamente no! E lo, .. lo ribadisco con tutte le mie forze.”
 
Qualche ora più tardi, quando l’aria nel mio ufficio era divenuta irrespirabile, entrò il sergente Peking.
“Capo, ho il referto del coroner.”
“Parla Peking”
“La signora Marsigliese è morta con un colto alla nuca. E’ stata trovata anche l’arma del delitto. Eccola Capo. E’ la targa di promozione del Sig. Marsigliese.”
“Guarda, guarda… Il cerchio si ristringe, grazie Peking, ottimo lavoro puoi andare”
“Grazie Capo, ma non è tutto! Sono state trovate anche le impronte e combaciano con l’indiziato!”
“Bene, bene! Ha qualcosa da dire in sua discolpa”
“No… non è possibile è un raggiro. Io amavo mia moglie. Io non l’ho uccisa. E poi ho i testimoni.”
“Scusi Capo!”
“Dimmi Peking”
“Mi sono permesso di verificare, e ho chiamato l’agenzia di pulizia. Ieri per una serie di problemi tecnici, hanno pulito la Banca un’ora prima del solito orario. Pertanto, Ispettore Capo, l’intero edificio è stato pulito dalle 19.00 alle 20.00, quindi come d’abitudine il Sig.Marsigliese ha lasciato l’ufficio all’arrivo dell’impresa. Giusto in tempo per uccidere la moglie.”
“Nooooo, Questo è un raggiro! Non potevo uccidere Margie, io l’amavo”
“Le porte elettroniche della banca confermano quanto le ho detto Ispettore capo, in quanto registrano in automatico, per un complicato sistema di sicurezza, tra le altre cose voluto proprio dal Sig. Marsigliese, gli orari di entrata e di uscita di tutti i passanti. Anche le videocamere sostengono la nostra tesi!”
“Basta ho sentito fin troppo!”
“No, mi creda Ispettore Capo”
“La dichiaro in arresto Charles Marsigliese, per uxoricidio. Forza Peking, leggigli i suoi diritti e assicurati che li comprenda. Perché in carcere lui ci marcirà!”
 
Chiusi la porta senza voltarmi.
Come aveva potuto uccide la più bella donna sulla terra?!
Eccoli lì, quei dannati uomini d’affari. Hanno tutto, forse troppo e sentono il bisogno di diversificare la loro vita. Maledetti! Marcirete tutti all’inferno!
 
Il giorno seguente andai alla centrale di buon mattino.
Volevo andarmene prima che arrivassero tutti. Ho sempre odiato gli adii.
Prima però mi risedetti sulla mia poltrona a leggere qualche pagina di giornale, come d’abitudine.
“Cristo Santo, non è possibile!”
Il Marsigliese si era tolto la vita nella sua cella. Non aveva retto.
“Meglio, così Satana non ha poi atteso molto il tuo arrivo, che tua sia Dannato!”
Affrettai la raccolta delle mie cose. E poco prima che entrasse Peking, uscii dal mio ufficio.
 
Appena fuori sentii già che l’aria era migliore. E ne ero sicuro che quel maledetto lavoro non mi sarebbe mancato.
Mi incamminai verso casa, con la mia scatola dei ricordi e una voglia di fumare.
Poco lontano una Porche Carrera mi affianco. Era rossa fiammante, lucida e dannatamente intrigante. Il finestrino si abbassò:
“Scusi, ha da accendere?”
“No mi dispiace, bella signora, ma ho smesso!” Maledetto io e il giorno in cui decisi di farlo.
“Beh, allora accetta un passaggio?”
“Quello sì!”
Entrai, e lei sfrecciò nella strada umida di pioggia.
“Se corre così forte rischiamo di ammazzarci!”
“Mi sa che sono problemi suoi, io sono già morta!”
“Che mi venga un colpo! Margie sei tu?!”
“Sì amore. E senza neppure un livido”
La sua risata risuonò nelle mie orecchie. Ma com’era possibile. Io avevo visto il suo corpo. Io ne ero sicuro. Avevo anche tremendamente sofferto per la sua morte… Io… No, non comprendevo più nulla.
 “Ti prego. Fermati ho bisogno di vomitare. “
“No, non siamo ancora al sicuro. Quando saremmo lontani, miglia e miglia. Allora mi fermerò e finalmente consumeremo il nostro ardente amore. Non potevo più dividermi. No, non lo sopportavo più. Ora sarò sola la  tua amante...”
 “Beh. Allora spiegami. Ma di chi era il cadavere che ho visto riverso a terra… e poi gli orari della porta…. E tuo marito… le impronte… Lui è morto lo sai, si è ammazzato?”
“Lo sapevo che non avrebbe retto. Povero stupito.
Lascia perdere. Dimentica tutto e amami come un tempo.!”
“Più tardi forse, ma ora ho bisogno da capire!”
“Ho sempre sperato che la mia sorella gemella servisse a qualcosa, come pure la mia laurea in elettronica. E poi quella Dannata Targa. Mio marito dopo averla ricevuta me la regalò. Lo sapevo che ne avrei fatto un ottimo uso… Sì… Lo sapevo!”
“Cristo allora hai ucciso tua sorella, la targa l’hai maneggiata con i guanti… Ma sei Diabolica… E gli orari bancari…Le porte hanno la chiusura con il timer… come hai fatto….?!”
“Con internet, qualche password, un marito tremendamente stupido, e un cervello fino… beh so combinare molte cose!”
Ero incredulo per quello che mi stava accadendo. Non comprendevo se la realtà si stesse fondendo con le folli fantasie di quella donna.
Mi veniva da vomitare… Volevo solo svenire!
 
La dormita era stata liberatoria.
Avevo molto lavoro che mi aspettava. Ma avevo bisogno di quel riposo.
“Buongiorno Margie! Dormito bene?”
Mi stava aspettando in cucina. Il bacon era sul piatto e le uova me le stava servendo.
“Eccoti la colazione Capo del mio cuore”
La guardai mentre si avvicinava e mi baciò passionalmente sulla bocca.
Era una donna per cui valeva la pena perdere la testa.

lisac
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martedì, 19 settembre 2006, ore 14:38

                                                                          Era Lei, il mio sogno!

Ero io con l’oscurità.
Ero solo nella mia macchina con l’avido desiderio di raggiungerla. Io che schiacciavo l’acceleratore per andare oltre, verso il Paradiso.
Era il mio spirito vitale, la mia linfa. Era dissetante come l’acqua di montagna, era essenziale come il palpito del mio cuore. Ed era là.
Diedi gas e sperai che le distanze si accorciassero ulteriormente.
E mentre mi incrociavo con altri solitari nella notte il suo pensiero mi allietava l’attesa.
A quest’ora si stava facendo il bagno.
Sfacciato e struggente di lei la immaginai. Quasi potessi avere una fessura sul suo mondo dal quale indisturbato poterla mirare.
Dal soggiorno spirava una piacevole aria semi autunnale e le tende mosse creavano un gioco sinuoso. Una luce soffusa entrava dalla strada mentre “love is blindness” degli U2 veniva messa a ripetizione nello stereo. E lei avvolta in un asciugamano bianco, si avvicinava nella sua poltrona, mentre fortunate gocce d’acqua le scendevano dai capelli andando poi infrangersi su una pelle rosea e vellutata.

Un deficiente mi sorpassò a destra; Urlai e bestemmiai.
Ritornai poi nel mio torpore, nel miraggio della sua avvenenza.

Si stava pettinando i lunghi capelli corvini, guardando fuori dal balcone. Ormai la città si stava quasi spegnendo del tutto; erano pochi i restii al riposo.
Lasciò cadere su tappeto il suo asciugamano rivelando un corpo dalle forme sinuose.
Non coprire, no! Lascialo alla luna. Sì, solo ad essa è permessa quella divina visione!
Attendimi sto quasi per arrivare…
Con una biancheria essenziale, calpestando il pavimento lucido e caldo andò nel mio armadio e si infilò una mia camicia. Solo di quella, la volli vestita!
L’azzurro del cotone richiamava i suoi occhi ancora leggermente segnati da un persistente eyeliner.
Profumava del mio dopobarba! Lo potevo percepire.

Accostai al primo distributore. Era necessario, forse ero andato anche oltre.
Il benzinaio accennò qualche parole. “Fai in fretta amico, c’è chi mi aspetta”
-“Spero sia una donna”
-“No” risposi.
Fu allora che mi guardò fisso.
-“E’ un sogno amico, è un sogno. Tieni il resto”
E sfrecciai nella lunga strada semi deserta.

Raggomitolata sul divano, non smetteva di ascoltare quella dannata canzone. Ma nell’immaginare la sua faccia, assorta e divinamente coinvolta nel sound, glielo perdonai.
Di tanto in tanto si girava su quello spazio ristretto. La camicia era semi abbottonata e lasciava poco ad intuire. Le gambe erano ora distese, e lasciate, come da mia brama, alla luce della pallida luna.
E lì si assopì.

La stanchezza iniziava a divenire acuta e la concentrazione rarefatta. Ero solo desideroso di varcare la soglia di casa e avere il mio sogno.

Ora era in piedi di fronte al frigo cercava del latte, no, meglio uno scotch.
Voleva attendermi alzata, anche lei era bramosa.
Ora il silenzio imperversava. Ovunque!
Solo il rumore del ghiaccio sul bicchiere vuoto. Il resto era afono!

Ero ormai nel parcheggio sotterraneo. Il mio posto era stato occupato. La lasciai là nel mezzo, non potevo più aspettare.
Non volevo perdere tempo con l’ascensore, non potevo, stavo quasi soffocando, tanto era il mio desiderio.
Arrivai alla porta. Respirai. Cercai le chiavi.
Me la immaginai dall’altra parte: mi aveva sentito. Prese il bicchiere, si alzò dal divano. Accennò qualche passo. Tirò indietro i capelli, e si inumidì le labbra. Aveva la camicia che le scendeva da una spalla, non la sistemò. Meglio così!

Girai la chiave, primo giro: sentivo il suo respiro.
Rigirai la chiave, secondo giro.
Aprii la porta.
Entrai.

Non c’era nessuno… Ah sì se n’era già andata. O forse non c’era mai stata.
Chiusi la porta, me ne andai a dormire bramando un sogno.


lisac
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categoria : racconto