lunedì, 19 febbraio 2007, ore 09:19

E divenni volontaria…
 
Mi preparo: lego i capelli in una ordinata coda, mi sistemo il camice, aggiusto il tesserino ed entro in servizio.
E ogni volta è come se tutto si azzerasse e le esperienze precedenti divenissero nulle.
E così tutto diviene nuovo.
Respiro profondamente, rifletto su ciò che penso di scorgere sulla porta di ogni reparto Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate…”
 E poi mi faccio leggera e silenziosa. Con la delicatezza di un corpo etereo mi faccio avanti ed incontro coloro i quali non ne conoscevo esistenza.
Accenno un discorso, abbozzo un sorriso, e ascolto.
Cerco un punto di contatto, una sintonia, un istante che mi permetta di divenire parte di chi sta al di là…
E piano piano avviene, e così come un fiore mostra la propria corolla al sole io rimango lì ed assisto alle rivelazioni della fragilità umana, compiacendomi e rimanendo di volta in volta stupita.
 Io ascolto e miro chi mi si fa davanti. Intervengo, sorrido. Sostengo ma senza appoggiarmi. Aiuto ma senza gravare.
E rimango lì ad assistere chi incontro.
Li guardo dritti negli occhi e con la delicatezza di una farfalla mi faccio vicina e attendo.
Il volto mi dice molto. E’ dalle loro rughe che scorgo la loro propensione alla vita e la loro storia. E’ dai loro occhi che comprendo quanto hanno dato e quanto hanno da offrire. E’ dalle loro mani che scopro la operosità e dalle loro forze che comprendo quando vogliano la vita.
E quando penso di aver compreso tutto, scopro una ineluttabile verità: di loro non so nulla.
So soltanto quanto cerchino la vita o la sfuggano.
Alcuni mi narrano della loro gioventù e di quello che ad essa devono. E poi rattristandosi mi stringono la mano e mi tengono stretta. Come se io fossi una piccola speranza che li tiene attaccati ancora a questa esile vita.
A volte piangono, altre si lamentano, altre ancora fingono: ma chi sono io per capire.
Io ascolto e offro ciò che ho, e a volte non mi sembra abbastanza.
Altri non mi guardano mai, si sentono intimoriti dalla mia giovinezza e dalla mia vita. Altri schivano il mio sorriso, altri ancora lo detestano.
 
“Per me si va ne la città dolente,per me si va ne l'etterno dolore,per me si va tra la perduta gente”
 
E poi esco da una stanza per ricominciare, rincontrare, affrontare nuovamente e tornare a stupirmi per ciò che non avevo previsto, per un grazie inatteso, per un pianto liberatorio, per un semplice “Torna ancora…!”
 
A volte le rughe su volto non sono poi molte, ma la sofferenza, quella sì, ed è incommensurabile.
Saluto, mi fermo, accarezzo, sospiriamo insieme. Me ne vado. Mi sorride. Un altro muro è stato abbattuto.Con il solo rumore del silenzio.
E poi è il momento del pranzo.
La fame è poca sono già sazi. Ma qualcosa manca sempre. (Per Fortuna!)
Qualcuno cerca l’aiuto, altri ne sfuggono. Che fare, come fare… … ?!?
Non c’è una regola, improvvisazione, quella tipica del genere umano che stupisce ed esalta.
“Grazie!” e questo basta.
E poi i consigli. Alcuni ripetitivi, ridondanti, categorici, perentori. Altri ancora inaspettati, inattesi, gelidi e taglianti, altri ancora carichi di sentimento, coinvolgenti, commuoventi, umani…
“E quindi uscimmo a riveder le stelle”
E tornando a casa piano piano emergono volti, storie, di chi si è lasciato al di là di quella porta.
E si comprende e si torna a sperare. E ci si accorge che si è imparato dalla sofferenza altrui, dalle lacrime non proprie, dagli sguardi supplichevoli.
E ci si sente fortunati. E ciò che per qualche momento prima simboleggiava un infermo diviene paradiso personale e il mio animo respira vita nuova.
“La gloria di colui che tutto move per l'universo penetra, e risplende in una parte più e meno altrove”
 
 
 
Tratto liberamente dalla Divina Commedia

lisac
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mercoledì, 15 febbraio 2006, ore 14:20

“Da una mia vera esperienze…”                                                                  Settembre/ottobre 2003
2parte
Il mio Cammino di Santiago, il mio Cammino interiore
Le tappe successive furono sicuramente diverse e molto strane .
Ricordo il paesaggio quasi fantasioso, della Mesetas. Provo ancora se mi ascolto quel senso di desolazione, ma anche allo stesso tempo, un senso di meraviglia che non mi faceva comprendere l’effettivo momento e mi lasciava allibita di fronte a tutto quello che potevano i miei occhi vedere.
Dopo un po’ di salita, ricordo quell’altura dalla quale si poteva ammirare tutto. Il proprio sguardo poteva spaziare e spaventare il cuore per quella distesa uniforme e dorata di campi di grano tagliati.
E la sopra, ho lasciato che il percosso sfollasse e che la solitudine facesse da padrona e il mio animo fosse libero di spaziare. Riflettei molto, e lasciai spazio a qualsiasi pensiero e a qualsiasi persona che mi venisse alla mente.Ma il vero beneficio lo trassi dal mio ascolto.
Trascorsi del tempo, non so quanto là sola e poi decisi di proseguire. Mi accorsi che incosciamente avevo deciso di porre termine al mio isolamento e iniziai inesorabilmente a limitare il mio passo. Avevo bisogno di un compagno di viaggio, volevo accanto qualcuno e come se l’aria me lo preannunciasse mi voltai, lo vidi e lo attesi. Scoprimmo in seguito che insieme avevamo espresso il desiderio di proseguire in compagnia di qualcuno per dar pace all’animo fortemente in pena.
Facemmo lunghe conversazioni insieme, ma ogni tanto ci voltavamo e ascoltavamo il paesaggio che con il vento ci parlava e ogni tanto ci spaventava.
La tappa fu lunga, terribilmente lunga. Fu però grandioso l’arrivo. Eravamo stanchi, ma felici di vedere le facce amiche. Trovammo un’accoglienza particolare. Io ringraziai il mio compagno di viaggio, gli diedi un bacio per essermi stato accanto e lo abbracciai. Non faccio quasi mai tutto questo, specialmente con chi conosco da poco, ma era stato il mio cuore a chiedermelo.
 
In quel luogo così strano, così speciale scoprimmo noi stessi. Il gruppo fece una riunione e, abbattendo quelle inibizioni che non aveva ancora abbandonato, iniziò a svelarsi. Mi colpì molto l’emotività di tutti. Vennero versate molte lacrime, altre vennero soffocate. C’era nell’aria una tensione strana, che col passare nel tempo si affievolì, dando spazio all’essenza di tutti noi. Avevamo condiviso non solo una camminata di una tappa, non solo una chiacchiera goliardica, ma anche delle emozioni. Le avevamo mescolate, ce le eravamo scambiate.
 
La tappa di Portomarin mi è rimasta nella memoria come una giornata difficile. Mi ero alzata male. Strani sintomi pervadevano il mio corpo e non riuscivo ad identificare che cosa mi accadesse.
Iniziai a camminare e quella mattina dopo tanto tempo chiesi aiuto a Dio. Avevo bisogno di sostegno, ma non qualcosa di fittizio e momentaneo. Necessitavo di forza e tanta salute fisica, avevo un conto in sospeso con il mio cammino, dovevo portalo a termine non potevo cedere.
La giornata si concluse senza complicazioni per me e portai a termine la tappa.
 
I giorni passavano inesorabili. Diminuivano i chilometri da percorrere e si avvicinava la città di Santiago.
Ciò che mi sorprese molto in questo mio percorso furono gli scambi e le confidenze. 
La prima tappa l’avevo percorsa con chi mi poteva dare fiducia, sostenere e capire. Ma poi le cose cambiarono, ma non perché lo volessi, semplicemente perché seguivano un proprio corso, del tutto spontaneo. Mi trovavo a cambiare sempre compagni di percorso e con loro iniziavo dei dialoghi.
Molte volte erano futili e leggeri, altre però complessi e molto difficili. Mi vennero donate confidenze che mi facevano rabbrividire e mi toglievano ogni possibilità di replica. Non elargivo né consigli né pareri, ma offrivo il mio ascolto ed un semplice sorriso.
Rimanevo meravigliata di fronte alla spontaneità e alla singolarità dei miei compagni di viaggio e allibita attendevo con stupore ogni loro nuovo giorno, che per me diveniva una continua scoperta.
 
Non tutto andò liscio, comunque. Ci furono delle incomprensioni e degli screzi.
Era naturale però. Eravamo un gruppo di persone che avevano in comune un cammino, ma poca conoscenza e apparentemente eravamo tutti diversi.
Nulla però assunse una gravità irreparabile e ben presto molto venne chiarito e sistemato.  
 
Io poi persi per dieci lunghissimi minuti le chiavi di uno dei furgoni. Momenti indescrivibili!
 
Arrivò il 22 agosto. Eravamo pronti. Santiago ci attendeva.
Quella mattina con i miei compagni di viaggio si prese una decisione. Avremmo vissuto l’ultimo giorno di cammino a modo nostro.
Visitammo ogni chiesa, non certo per esagerata devozione, e entrammo in ogni bar, non certo per accentuata sete, ma semplicemente perché goliardicamente volevamo aumentare in modo esponenziale il numero dei nostri timbri sulla credenziale.
Ma soprattutto, anche se non ce lo dicemmo mai esplicitamente, volevamo rallentare i nostri ritmi, trovare del divertimento e ricordare nel migliore dei modi quello che sarebbe stato il nostro ultimo giorno lungo il cammino per Santiago.
Fu un gran giorno, vissuto con intensità. E sicuramente non ce lo saremmo più scordati.
 
Dopo un breve viaggio in furgone e dopo esserci premuniti per un alloggio notturno, ci avviamo verso la città di Santiago. Ci incamminammo a gruppi pochi numerosi. Insieme ci raccogliemmo e iniziammo a prepararci per la nostra ambita meta.
Sembrava che il percorso non si concludesse mai. Dovevamo camminare soltanto per sei chilometri. Nei giorni precedenti ne avevamo battuti molti di più.
Le torri della cattedrale da lontano sembravano irraggiungibili.
E poi fu come uno stordimento. Il tramonto aveva creato una strana luce nel cielo, colori indefiniti ci circondavano, suoni di cornamuse pervadevano l’aria e la Cattedrale, imponente, iniziava a mostrarsi. Mi avviai sotto un arco e percorsi una gradinata…e fu l’arrivo.
Non ricordo chi mi aveva seguito, non mi sovvengono le parole dei pellegrini… Ricordo però l’arrivo e la soddisfazione.
E mi misi davanti all’immenso monumento e fu la solitudine. Non ricordo nessuno, ma solo la mia interiorità che diveniva anche esteriorità amalgamandosi con l’ambiente che mi circondava.
Ero arrivata là dove mi ero prefissata. Avevo raggiunto la meta, e conseguito l’obiettivo.
E lì, al cospetto di Santiago, ho ricordato tutti.
Chi mi aveva seguito, e chi aveva preferito rimanere a casa, chi mi aveva sostenuto, e che chi non avrebbe mai creduto in me. Pensavo a chi non conosceva la mia impresa, e a chi non l’avrebbe mai saputa. Ricordavo chi mi aveva criticato e giudicato, e chi mi aveva incoraggiato ed incitato…
Non avevo bisogno di entrare nella Cattedrale, non cercavo la conferma di un’urna di S. Giacomo, io avevo già visto tutto e chiesto troppo, già durante il mio cammino.
Ritornando dal mio viaggio mentale guardai chi avevo intorno. I miei compagni erano estasiati quanto me o forse di più. La loro mente stava ancora vagando e stavano ancora elevando le proprie preghiere al cielo. Eravamo in molti su quella piazza, ma eravamo tutti chiusi nella nostra introspezione.
L’interno della Cattedrale non mi interessava…Non avevo voglia di ritualità e neppure di esasperata religiosità. Non avevo voglia di chiedere nulla, ma solo di essere lasciata sola a riflettere, a pensare quanto il mio cammino era terminato, o se solo era un semplice punto di partenza…E per dove avrei dovuto camminare e soprattutto quanto a lungo e con chi?!...
Furono momenti carichi di pensieri e niente più.
 
La notte poi divenne magica…e spirò di nuovo l’aria che porta novità.
 
Il nostro gruppo si riunì nella grande piazza e abbracciato dall’imponente monumento diventò canto proprio animo.
Esternammo la nostra gioia a chi ci stava attorno. Ci mettemmo a ballare in cerchio, muovendo a tempo dei nuovi passi, e alzando il volto al cielo apprezzammo questi ultimi momenti di esistenza del gruppo. 
La gente ci osservava e animata dalla nostra stessa contentezza si unì nella nostra danza.
Difficilmente tutti dimenticheremo la favolistica serata a Santiago.
 
Il giorno seguente, dopo un risveglio mattutino, fummo di nuovo iniziati alla vita e purificati da un battesimo. Dopo semplici, ma particolari riti ci rendemmo conto che era giunto il momento di camminare al di fuori di Santiago. L’esperienza ci aveva insegnato che potevamo farcela, e solo con la consapevolezza dei propri limiti avremmo potuto proseguire. Era l’ora di affrontare ciò che avevamo lasciato, ma con un atteggiamento nuovo.
Tornavamo vittoriosi, quindi con un ottimo spirito per le difficoltà avvenire.
 
Il ritorno fu strano. Partimmo da Santiago alle 2.00pm e arrivammo in Liguria alle 10.00am. Fu tutto così particolare ed anomalo, da non farci coscientemente comprendere quello che stavamo compiendo.
L’unica vera voglia, una volta arrivati, fu la semplicità dell’essenziale. Un bagno, delle lenzuola, un letto.
Ci fu tutto offerto, senza una richiesta particolare, senza la volontà di essere ringraziati, ma solo perché esiste una gratuità. Fummo accolti e una volta rifocillati partimmo con la consapevolezza dell’esistenza ancora, di uno spirito benevolo e caritatevole nei volti e nei gesti umani.
Era il vero ritorno, era la fine di un viaggio, ma l’inizio di una vita.
Avevamo molti chilometri nelle gambe, ma non eravamo stanchi. Avevamo voglia di cominciare il duro cammino della quotidianità e le fondamenta erano state gettate.

 

lisac
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giovedì, 29 settembre 2005, ore 09:04

Mi chiedevo se si può essere più felici di così. Il sole basso all’orizzonte luccicava sul mare e sulle lacrime che mi riempivano gli occhi. Lo stringevo forte a me, da fargli male, e il suo viso contro il mio era caldo e morbido. Il suo profumo di crema si mischiava all’odore aspro del mare nelle mie narici. Il suo sguardo, perso oltre l’orizzonte a fissare qualcosa che lui solo vedeva, improvvisamente si appoggiò su di me e la sua bocca si allargò in un sorriso muto. Il sorriso di un figlio che riconosce suo padre.

SI PUO' ESSERE PIU' FELICI DI COSI'?

muvrino
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martedì, 07 giugno 2005, ore 15:46

Un saluto a chi mi legge dal cielo.

Sono giorni che penso a voi tutti. Voi che mi avete lasciata qui, e ve ne siete andati, senza far più ritorno.

Un bel giorno l’avete fatto e avete preso quella via che porta al cielo e non mi avete dato più alcuna possibilità di replica. Ormai siete divenuti molti, ed è immensamente triste pensare quanto ancora io soffra la vostra mancanza. Presumo che quel vuoto nel cuore rimarrà per sempre incolmabile.

Alcuni ormai da anni, altri da meno, hanno preso il treno per il punto di non ritorno e senza pietà mi avete lasciata qua…

Mesti, a volte nel più immenso dolore, altre inconsciamente, avete lasciato le vostre spoglie umane, e vestiti di anima avete intrapreso il viaggio. Dietro di voi il pieno vuoto, un senso assoluto di mancanza e il dolore dell’intangibilità.

Chissà  quale sarebbe stata la strada di alcuni di voi?! Chissà quale sarebbe stato il vostro futuro?!

Ad alcuni non sono stati dati neppure gli anni per adattarsi a questo mondo; il destino vi è stato squallido, ripugnante, ingrato.

Ma quando lascio scorrere la rabbia per la vostra assenza, quando lascio defluire quello che non ho detto o quello che non ho potuto fare… Vi penso avvolti dall’armonia e da tutto ciò che è perfetto e assoluto. Per voi nulla è più oscuro e tutto è benessere e saggezza. Un alone di pace vi avvolge e contornati da un continuo e delicato stato amoroso trovate la vostra compiacenza.

Non c’è né mancanza né dolore. Solo sincronismo e perfezione.

E’ così che ripenso a voi quando la mancanza diviene forte.

E’ così che ripenso a voi quando immagino quale sarebbe potuto essere il vostro destino.

E’ così che ripenso a voi quando ritengo che Dio si sia dimenticato di ascoltare.

 

 

 

 

lisac
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