giovedì, 07 giugno 2007, ore 10:51

La dimensione del dolore
Contravvenni ad ogni consiglio.
Quella sera non avevo voglia di ascoltare le fracide e tentennanti parole dei soliti.
Non avevo voglia.
Quella sera non volevo trascorrere la classica sera.
Non volevo indossare la maschera e far finta di non sentire nulla. Non volevo essere la solita che sfida tutto e tutti. Ma volevo rimanere nei miei più tetri pensieri. Volevo crogiolarmi nei miei dolori. Non ci pensavo proprio di dar ascolto a chi va alla ricerca del buono... In fondo in fondo non so quanto me ne era rimasto dentro.
E' per questo che rifiutai gli inviti. Non che fossero molti, non lo sono mai stati. Non ho mai riscosso tanto successo. Ma dall'altra parte l'ho sempre saputo.
Sono sempre stata decisa e autoritaria. Avevo le risposte giuste, pungenti e disinvolte. Sapevo come attirare l'attenzione, e sapevo di suscitare qualche invidia...Ero schiva ma intrigante e a volte coinvolgente. Ma sapevo eclissarmi con destrezza e divenire tagliente 
Ma ero fatta così, e questo si è sempre tramutato nel perdere un bel pò di gente che non mi fosse realmente affezionata.
Ma quella sera non me ne importava.
Mi chiusi dietro alle solite pareti e rimasi lì a pensare a ciò che alimentava la mia ansia, senza trovare un vero motivo. Sapevo che le mie inquietudini erano un abile nemico.
Si infilavano nella mia vita con la maestria di un ladro provetto, togliendomi il respiro, la voglia di mangiare e alimentando a dismisura lacrime ed ira.
E io combattevo. Mi ostinavo a contrastarle, senza però debellarle...
Ma quella sera ero vinta!
E dopo mille lamenti, mi lasciai ricadere sfinita sul letto e piombai in un sonno da cui non avrei più voluto svegliami…
Ma non avvenne e dopo un paio di ore trascorse secondo me a rilento, mi ritrovai nuovamente vigile e con accanto ancora il mix di turbamenti e inquietudini che non esitavano a mollare la presa.
Mi alzai allora di scatto dal letto. Cosciente della mia veloce ed inesorabile distruzione imminente.
Mi misi addosso il minimo per essere decente. Spazzolai i capelli, li raccolsi, e mi misi un filo di lucidalabbra.
Uscii.
Appena fuori mi accesi una sigaretta, sapeva di lacrime.
Feci strada senza guardare né l'orologio né la mia meta.
E così tralasciai spazio e tempo in una dimensione in cui non avevo voglia di ritornare.
Arrivai ad un bar. Entrai. Non esitai.
Era scuro, cupo e lugubre. Ma buono per berci.
-"Che ti porto Bellezza"
-"Un gin e cola"
-"Eccoti servita...
Che ne dici di sederti ad un tavolo?"
"Non cerco Compagnia, Amico!"
"E chi ti fila bellezza?!"
Mi spinse da dietro le spalle e mi portò ad uno dei tavoli. Mi butto il mio bicchiere e mi impose di sedermi.
"Resta qui ed ascolta..."
"Cosa Amico?! Io sono stanca di stare ad ascoltare. Non è di questo di cui ho bisogno...!"
"Io scommetto di sì!, Ed il primo giro lo offre la casa. E vidi di ordinarne un secondo, chiaro!"
Mi accese una sigaretta, me la mise in bocca, e se ne tornò dietro al bancone a strofinare le sue stoviglie in mezzo al lerciume del posto.
Mi guardai intorno. Non c'era un granché da vedere. Erano tutti sfatti come me...
Intanto la mia pazienza iniziava a venire messa alla prova: le luci, il silenzio, l'odore del tabacco...
Dovevo uscire. Che ci stavo facendo là dentro!
Ma proprio in quell'istante sentii lo strimpellio di una chitarra.
Venne portata nel piccolo palco una sedia. E una figura gli si avvicinò.
Si accomodò.
Della luce flebile flebile illuminò la figura.
Era un'altra anima in pena: un'anima oscura...
"Suona per noi Jeff" disse il barista.
Alzò gli occhi. Un semplice sguardo per intuire l'intenso azzurro degli occhi.
Accennò un sorriso, o forse era una smorfia, ma che potevo capire io da quella distanza?!
Accordò la chitarra, e poi tutto si annullò.
Iniziò il suo canto sincero e liberatorio.
Diede voce alla sue note, intonando alla perfezione il Mio dolore
La sua musica parlava di cuori strappati e di anime dannate.
Di vite senza dio, di inferni senza paradisi e di lunghi e struggenti purgatori.
Parlava di vite spezzate e di dannazioni perpetue.
Parlava di se stesso, parlava di me...
E poi la sua chitarra traduceva con abilità parole non dette, ma intuite e soffuse.
E poi la sua voce strana ma carezzevole mi sfiorava con l'intensità del timbro, facendomi sentire molto vicina a lui, più di quanto la pudicizia lo imponesse.
Era intenso e melodico. Era struggente e conturbante.
Era musica, era Lui, ero io...
E lui smise.
Si tolse i capelli da davanti agli occhi.
Intravidi nuovamente l'azzurro, ma questa volta misto a lacrime.
E non solo le sue.
Qualcuno applaudì, ma era del tutto superfluo. Era stato un canto per se stesso.
Lui non cercava la gloria.
Si alzò. Lasciò la chitarra nel mezzo quasi incapace di sostenerla e sparì nella penombra del locale.
Mi voltai verso il cameriere, per cercare di capire...
Ma mi fecce un cenno. Era ora di chiudere. Dovevo andarmene.
Buttai qualche soldo sul bancone, sempre voltandomi in dietro per vedere se Lui c'era ancora. Ma era svanito. A me si accodarono gli altri malcapitati della serata, e appena fuori si dispersero.
Io rimasi lì fino a quando non fu calata la saracinesca.
"E' finita bellezza, torna nella tua dimensione!"
Ma io non lo volli, e attesi.
E poi capii. Era l'ora di andarmene.
La mia disperazione se n'era andata, ora ero sfinita e sbalordita.
Avevo avuto un'allucinazione?
Non lo so, il fatto volle che non riuscii più a trovare il locale.
Lo cercavo, facendo memoria dei passi di quella sera, ma non mi fu mai data un'altra opportunità.
Spazio e tempo tornarono a divenire miei padroni e così l'illusione di aver vissuto realmente una tale disperazione.
Ma di notte, qualche volta svegliata di soprassalto mi pare ancora di udire un canto disperato provenire dal fondo del mio cuore.
Il mio animo grida ancora!

lisac
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categoria : racconto