
E divenni volontaria…
Mi preparo: lego i capelli in una ordinata coda, mi sistemo il camice, aggiusto il tesserino ed entro in servizio.
E ogni volta è come se tutto si azzerasse e le esperienze precedenti divenissero nulle.
E così tutto diviene nuovo.
Respiro profondamente, rifletto su ciò che penso di scorgere sulla porta di ogni reparto “Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate…”
E poi mi faccio leggera e silenziosa. Con la delicatezza di un corpo etereo mi faccio avanti ed incontro coloro i quali non ne conoscevo esistenza.
Accenno un discorso, abbozzo un sorriso, e ascolto.
Cerco un punto di contatto, una sintonia, un istante che mi permetta di divenire parte di chi sta al di là…
E piano piano avviene, e così come un fiore mostra la propria corolla al sole io rimango lì ed assisto alle rivelazioni della fragilità umana, compiacendomi e rimanendo di volta in volta stupita.
Io ascolto e miro chi mi si fa davanti. Intervengo, sorrido. Sostengo ma senza appoggiarmi. Aiuto ma senza gravare.
E rimango lì ad assistere chi incontro.
Li guardo dritti negli occhi e con la delicatezza di una farfalla mi faccio vicina e attendo.
Il volto mi dice molto. E’ dalle loro rughe che scorgo la loro propensione alla vita e la loro storia. E’ dai loro occhi che comprendo quanto hanno dato e quanto hanno da offrire. E’ dalle loro mani che scopro la operosità e dalle loro forze che comprendo quando vogliano la vita.
E quando penso di aver compreso tutto, scopro una ineluttabile verità: di loro non so nulla.
So soltanto quanto cerchino la vita o la sfuggano.
Alcuni mi narrano della loro gioventù e di quello che ad essa devono. E poi rattristandosi mi stringono la mano e mi tengono stretta. Come se io fossi una piccola speranza che li tiene attaccati ancora a questa esile vita.
A volte piangono, altre si lamentano, altre ancora fingono: ma chi sono io per capire.
Io ascolto e offro ciò che ho, e a volte non mi sembra abbastanza.
Altri non mi guardano mai, si sentono intimoriti dalla mia giovinezza e dalla mia vita. Altri schivano il mio sorriso, altri ancora lo detestano.
“Per me si va ne la città dolente,per me si va ne l'etterno dolore,per me si va tra la perduta gente”
E poi esco da una stanza per ricominciare, rincontrare, affrontare nuovamente e tornare a stupirmi per ciò che non avevo previsto, per un grazie inatteso, per un pianto liberatorio, per un semplice “Torna ancora…!”
A volte le rughe su volto non sono poi molte, ma la sofferenza, quella sì, ed è incommensurabile.
Saluto, mi fermo, accarezzo, sospiriamo insieme. Me ne vado. Mi sorride. Un altro muro è stato abbattuto.Con il solo rumore del silenzio.
E poi è il momento del pranzo.
La fame è poca sono già sazi. Ma qualcosa manca sempre. (Per Fortuna!)
Qualcuno cerca l’aiuto, altri ne sfuggono. Che fare, come fare… … ?!?
Non c’è una regola, improvvisazione, quella tipica del genere umano che stupisce ed esalta.
“Grazie!” e questo basta.
E poi i consigli. Alcuni ripetitivi, ridondanti, categorici, perentori. Altri ancora inaspettati, inattesi, gelidi e taglianti, altri ancora carichi di sentimento, coinvolgenti, commuoventi, umani…
“E quindi uscimmo a riveder le stelle”
E tornando a casa piano piano emergono volti, storie, di chi si è lasciato al di là di quella porta.
E si comprende e si torna a sperare. E ci si accorge che si è imparato dalla sofferenza altrui, dalle lacrime non proprie, dagli sguardi supplichevoli.
E ci si sente fortunati. E ciò che per qualche momento prima simboleggiava un infermo diviene paradiso personale e il mio animo respira vita nuova.
“La gloria di colui che tutto move per l'universo penetra, e risplende in una parte più e meno altrove”
Tratto liberamente dalla Divina Commedia
