lunedì, 15 gennaio 2007, ore 08:44

Il completamento di un amore
 
Il respiratore emetteva quel suono secco e deciso che difficilmente avrei scordato.
Avevamo cambiato tre stanze. Nella prima c’erano altre quattro persone con lei. Era gente affabile, ma schiva.
Ma lei non se ne curò!
Nella seconda c’era molta più intimità. Soltanto lei e una cubana. Non c’era comunicazione tra di loro. Ma non era questione di lingua, entrambe erano troppo occupate dal sordo, ma devastante rumore delle loro malattie.
E poi eccoci qui in questo ristretto buco di ospedale. Angusto e appartato. C’è spazio per il suo letto ed il respiratore. Ma lei da molto non c’è più.
Ogni volta che guardo verso di lei mi sento soffocare dalla sua mancanza. Non vedo più nulla di quello che è stato. Mi devo sforzare a cercarla nel baratro dei miei ricordi. Percorrendo il cammino del tempo, riscoprendola tra le mie braccia, in cerca dei suoi languori e di un amore che fu!
E poi vengo catapultato qui, in cui il tempo non ha più ragioni, e i sentimenti diventano dilanianti, laceranti, perforanti…
Di tanto in tanto abbandono questa sedia e mi corico vicino a lei. Un tempo l’abbiamo fatto tante volte, forse infinite. Non facevamo nulla e non dicevamo nulla: parlavano i nostri sguardi e insieme comprendevamo che ci saremmo bastai per tutta la vita.
Ma ora mi sdraio vicino ad un corpo la cui anima è dipartita. E mi sento infinitamente solo. Mi vergogno di questo misero e penoso stato. Mi sento insignificante oltre che impotente.
Se solo accennasse alla vita…
Mi dicono che è meglio così.
Io non ci credo!
Accarezzo un corpo che ho amato, e un volto che ho desiderato. Ma lei dov’è?!
Non esco oramai da giorni. Voglio esserci quando lei non ci sarà.
Può accadere da un momento all’altro. Così hanno intimato!
E io non le permetterò di farlo da sola.
Mentre la guardo, ammiro la sua fierezza e la sua compostezza. Ha affrontato il dolore con la stessa tenacia con cui ha combattuto in questa breve vita.
E intanto il respiratore emetteva quel suono secco e deciso che difficilmente avrei scordato.
La detesto, più di quanto l’abbia amata!
La odio, più di quanto l’abbia bramata!
Non volevo lasciarla andare e mi aggrappavo a quell’esilità che mi spaventava e nel contempo mi infuriava.
Erano circa le cinque del mattino, i bagliori di un nuovo giorno si mostravano nell’orizzonte. Mi ero appisolato… L’avevo lasciata per un po’ in balia dei suoi dolori! Sola, e misera!
Quando alzai la testa, caduca dopo un paio di ore di sonno convulso, notai i suoi occhi. Non mi ricordavo la loro profondità e neppure quel colore intenso e deciso.
Era lì, viva e mi fissava.
Io mi feci prendere dal panico. Non sapevo se gridare dalla gioia, se avvisare, se, se e ancora se!
Non so quanto trascorse, non sapevo quale fosse la mossa migliore, proprio non lo sapevo.
Per un po’ mi illusi che tutto stesse per finire e che la nostra vita, piano piano ritornasse ad essere quella che avevamo lasciato a qualche chilometro di distanza.
Ma mi stavo sbagliando!
I suoi occhi si richiusero e ritornò nel suo mondo, creato appositamente per lei. In cui per me non c’era spazio. Era troppo denso di lei, dei suoi lamenti, dei suoi dolori.
Sì, ma allora perché era tornata, perché?!?
E intanto il respiratore emetteva quel suono secco e deciso che difficilmente avrei scordato.
Mi destai. Ero stanco di quello stato di illusione tra vita, sogno e delirio.
Ero spossato dal suo sordo dolore, smorzato da anestetici, antidolorifici….
La guardai, la baciai, e la salutai.
Uscii dalla porta dell’ospedale, non prima di averle permesso di ritrovare un’altra vita.
E intanto il respiratore aveva smesso di emettere quel suono secco e sordo che difficilmente mi sarei scordato.
Addio, Sam, addio!

lisac
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categoria : racconto