
La Camera 91
Era lei che mi parlava d’amore, sì era lei. Ma adesso, e solo adesso mi chiedo che cosa ne sapesse lei… Sì lei.
Salii le scale con affanno, ero spaventato da ciò che avrei visto, da ciò che avrei intuito, da ciò che non avrei mai osato chiederle.
Era il terzo piano, su una palazzina a Road Island. La peggiore che avessi mai visto.
I muri erano segnati dal passaggio di molti, forse troppi. Poi arrivai davanti alla sua porta. Passai sotto il nastro lasciato dalla polizia. In teoria, non avrei potuto entrare, ma oramai chi me lo avrebbe impedito. Passai e socchiusi la porta.
Era una semplice stanza da letto. Spoglia, quasi senz’anima. Una tenue luce filtrava dalla finestra, un vento irriguardevole spostava le tende. E io lì al centro della camera mi misi a piangere.
Forse ero l’unico a versare lacrime per lei. Ma poi mi chiesi per chi stessi piangendo!
Niente in quel buco desolato me la richiamava alla mente, nulla, eppure lì, sì proprio lì trascorreva la maggior parte delle sue ore.
Ora compresi perché non avesse mai voluto farmi entrare in questo maledetta fossa.
Sapeva di uomini, e di vigliacchi.
Sapeva di sesso, il più viscido e repellente. Quello dato come istinto, quello nervoso e apprensivo, quello consumato, ma mai donato.
Non c’era memoria di un sentimento. Nulla, assolutamente nulla.
Non voleva che vedessi la sua macchina da soldi. Non voleva che la immaginassi lì.
Ma mi era impossibile il non farlo.
La vedevo mentre apriva la morta e richiudendola vendeva una parte della sua anima a satana, Ma che fare…
La vedevo mentre contava i soldi, e diceva “Sì, tutto quello che vuoi…!”
La vedevo mentre si consumava, mentre dava e mentre toglieva.
Mi venne da vomitare. Andai alla finestra.
-Cristo com’è alto! Che tu sia Dannata!
Ritornai dentro terrorizzato dal suo volo. Dal luogo da cui aveva creduto di poter volare via, senza limiti, senza confini, senza giudizi, senza Dio…
Mi sedetti sul letto. Presi un cuscino, e sentii lei.
Ma questa volta mi estraniai da dov’ero. Superai pareti e i dannati vicoli malfamati di questa schifosa città e mi rividi su un prato, lì con lei.
Mi chiese un bacio. Io le spostai i capelli dal collo, e piano, piano, dolcemente la invasi completamente senza risparmiarle nulla. Amandola finché il vento non smise di accarezzarci…
Ma poi ritornai qui in questo nauseante posto. E vidi le lenzuola consunte, logore, sciupate…
-Morte a chi ti ha convinto a volare, morte, e dannazione!
Ma quanto hai finto con me, Maledetta, Sì anche tu, maledetta assieme a tutti quelli che ti hanno spinto da questo parapetto.
Allora non era vero, fingevi quando mi chiedevi l’amore. Ma che ne sapevi tu.
Mi volevi senza sosta, fino a consumarmi. Ma non ricordo ora, ero io o eri tu a chiedere?!
Dio quanto ti ho amata!
Non riesco a dimenticare quella bocca, quei fianchi, quelle caviglie…
Ma Cristo Santo, a quanti hai dato ciò che a me hai riservato per poche, striminzite, scarne ore!
Ma perché non hai chiesto aiuto a me?! Perché ti sei lasciata andare oltre il limite, perché perduto amore, perché…?
E poi sovvenne il sordo rimbombare del silenzio, e caddi nel profondo dei miei pensieri fino a perdere la cognizione del tempo, del mio io, e di chi mi aveva perduto…
…
…
-“Forza bello, svegliati!”
-“Oh, mi ero perso nel sonno”
-“Per me il tempo ha il profumo schifoso dei soldi, o sganci la grana o te ne vai da questa stanza. E allora che hai deciso?”
-“Ma aspetta un momento, tu sei viva…?
“Ma che pensavi! Bello ti si è fuso il cervello. O ti alzi da questo schifoso letto o mi dai quello che mi aspetta per quest’altra ora?”
-“Dio, ma sei viva…?!?”
-“Ok ho deciso io per te, VATTENE!”
-“No, No, pago ancora… E’ stato solo un sogno, su di te e l’amore!”
-“Bello l’amore è finito dal momento in cui hai chiuso quella porta e hai tirato fuori i soldi!”
