lunedì, 10 aprile 2006, ore 15:21

A cena con Satana
 
Ed eccomi lì all’improvviso.
Calata in uno scenario caloroso, familiare, accogliente, piacevole.
Ma non mi sento assolutamente a mio agio.
Ho già vissuto ogni momento, ed è per questo che ne sono preparata. Attendo i fatti consapevole di vivere all’interno di una mia proiezione mentale. 
Reagisco, lotto, per evitare lo sviluppo dell’incubo, ma stranamente non riesco ad intervenire.
Ed qui che arriva sulla scena Lui: il Demonio.
Si siede a tavola, mi sorride ci invita al suo banchetto.
La mia ansia si fa spazio nel mio animo, e mi batto per l’interruzione dell’incubo.
Lui mi fissa dritto negli occhi, e mi mostra il suo ghigno trionfale.
Entrambi siamo a conoscenza dei fatti, e Lui di questo ne gode.
Io mi giro verso tutti gli altri, i quali sereni conversano in armonia attendendo l’arrivo delle portate.
Lui mi fa segno di sedermi alla sua sinistra, io rifiuto, ma mi trovo incollata alla sedia nel posto assegnatomi.
Lui è trionfante, e appagato. Sprizza orgoglio e fierezza, è esaltato nel vedermi indaffarata; e più mi adopero per gli altri, più lui ne è consapevole della mia sconfitta.
Nessuno, intanto, sembra udirmi: le mie parole sembrano bolle di sapone che a contatto con l’aria esplodono senza lasciare né alone né profumo.
E lui lo sa, e io ne soffro.
E lui versa il vino, e io copiose le mie lacrime.
Intanto mi riguardo attorno: tutte persone a me note, soggiogate dalle spire demoniache. Ci sono tutte, nessuna è rimasta esclusa.
“Vi prego, ascoltate! Vi sta ingannando… Non lasciatevi soggiogare dalla benevola parvenza…
Ho già vissuto tutto, vi sta offuscando la mente!”
Ma le mie parole sembrano non essere udite, e tutti si prodigano nel far onore al lauto banchetto.
E poi all’improvviso, mio padre mi si avvicina, mi appoggia una mano sulla spalla e rassicurandomi mi dice di attendere, tutto andrà per il meglio.
E lì mi sento morire. Il tutto si annulla, e rimaniamo in quella stanza io e il ghigno satanico.
Disgrazia, tremenda disgrazia. Sono tutti oramai persi. Destinati ad un oltretomba demoniaca.
Sorte infame, di stenti e miseria.
Lui lo sa di avere la mano del gioco, e di puntare dritto al piatto. Lui sa di chi sarà la mano, e anch’io me ne convinco.
Ma che hanno mai commesso tutti queste mie care amicizie, orgogliose conoscenze, generose parentele, per meritare una tale fine?
Unite nel banchetto con Satana, per subirne poi le dannate conseguenze.
“Sarete perdute se rimarrete qui! Dobbiamo fuggire, facciamo ancora a tempo!”
Parole su un giaciglio di foglie secche, che alla prima folata di vento vengono disperse…
Lui soggiogato dalla propria boria. Conosce le mosse giuste e si avvia allo scacco.
Le pietanze vengono servite e io piango incessantemente, convulsamente… Ma nessuno sembra né vedermi né udirmi. E io intanto non verso lacrime per me, ma per chi mi ha sempre seguito.
Lui irrompe con una risata poderosa, quasi leggesse i miei tormentati pensieri, il mio animo ferito, la mia coscienza sanguinante..
“Dell’altro vino Moglie, subito! Sta sera c’è solo da festeggiare”
Ed ecco lei. Piccola, minuta, esile, mesta.
La guardo, lei mi sorride e mi stringe la mano… Forse le sfugge un Mi dispiace, ma poi si mette a servire.
Io non posso far altro che provare pietà per lei.
E stranamente riesco ad alzarmi da tavola, e ad avvicinarmi a lei.
E’ triste, tremendamente triste. Ho voglia di abbracciarla, ma appena le sfioro un braccio intimorita guarda il marito, che ha smesso di ridere e per la prima volta mi sfida con gli occhi.
Pietà e dolore si condensano. Oltre ad una tremenda tristezza per la timida figura. Dolore e pietà per chi non si ribella, per chi è soggiogato, per chi è vinto!
“Torna a sederti, inutile creatura”
E mentre vengo trascinata nuovamente verso la tavola, non posso far a meno di notare i moncherini della moglie: un angelo dalle ali spezzate.
“Scacco Matto!” grida lui.
“No mai!”
E lì mi ricordo di una forza assopita. Do un ultimo sguardo e tutti, e li lascio lì a dimenarsi nelle loro finte apparenze, nelle loro lucide facciate.
Me ne vado dalla porta principale, sola ma integra.
Fuggo, e Lui lo sa!
Non si oppone.
“Mi hai lasciato tutto” mi grida mentre esco.
Sì tutto, ma mi riprendo la libertà, e la mia capacità di scelta.
E poi piombo in un baratro profondo, oscuro, senza fine.
Mi sento venir meno, ma poi vedo uno spiraglio, una luce chiara.
E mentre mi appresto a raggiungerla, mi sento afferrare ad una caviglia, con una forza esagerata. Mi dimeno, mi ribello, mi dibatto, non cedo.
La poderosa e animalesca mano molla la presa…
Mi sveglio: era solo un incubo.
Sono mandida di sudore, dolorante d’animo e … forse anche di fisico.
Mi guardo la caviglia: è segnata da una poderosa stretta!
 
lisac
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categoria : racconto