lunedì, 27 febbraio 2006, ore 15:50

Come da copione
 
“Scosto la maschera dal volto. Noto i segni che mi ha lasciato. Non importa, tra un po’ spariranno, così come le occhiaie dovute alla stanchezze. Tolgo il trucco con fare incerto. Guardo la metà della faccia ancora tutta decorata a festa, e l’altra sbiadita dal detergente.
Rifletto su ciò che lo specchio mi rivela, sospiro, e continuo a disfare ore di attento decoro.
E poi vomito.
Vomito, tutto, proprio tutto: ogni sofferenza, ogni cibo, ogni tribolazione, ogni gusto. Non trattengo nulla… Lascio che fuoriesca tutto.
Che non rimanga nulla!
Mi siedo per terra.
Ansimo.
Mi soffio il naso, attendo un po’ prima di rialzarmi.
Mi sento sfinita, e vuota, ma lo stomaco è ancora pieno.
Mi ripiego, e vomito.
Ma che mi sta succedendo? Dove mi sono smarrita, dove mi sono persa?
Chi sto cercando di scacciare da me? Una serata indesiderata o la disperazione di una vita.
Lascio scorrere l’acqua del lavandino; siamo io e il fruscio del movimento, e nient’altro. Tutto è silenzio, la notte dorme. Passo il sapone, lo stendo. Massaggio il volto, che riprende la pallida luce, mentre i colori grigi e neri confluiscono nel lavandino, portandosi dietro i goliardici effetti di una serata carnevalesca.
Rieccomi! Quasi non mi ricordavo più del mio aspetto.
Raccolgo i chiari capelli sopra la testa, mi volto, ma poi mi soffermo…
Mi sento intimorita, o forse stupefatta da ciò che lo specchio mi rivela.
Che faccio, lo lascio continuare, o spengo la luce?
Non posso!
Alzo nuovamente lo sguardo e la rivedo: mia madre.
E lì ferma che mi fissa. 
Non fare così ti prego, mi distruggi il cuore!
E’ immobile, nel suo ovale perfetto. Con i capelli raccolti, giovane e ancora bella. Ma sfinita, stanca, indebolita, quasi consumata…
Distolgo lo sguardo. La maschera è lì sopra il ripiano. Inanime, ferma, fissa.
Scherzi di un bicchiere di troppo, scherzi di una maschera, scherzi confusi in calice di acquavite.
Fermati specchio ingannatore, atroce e beffardo… FERMATI!!!
Lasciami nella quiete. Lasciami sola nella mia disperazione… Lasciami dormire, in eterno.
E lei è ancora lì!
Cristo, quanto ci assomiglio!
Ho lo stesso occhio guardingo. Nocciola, sì nocciola, e non marrone come credevo.
Lo stesso zigomo pronunciato, la stessa fronte spaziosa.
Ma dov’eri stata? Tu non puoi credere quanto ti ho cercata. Quanto avrei voluto potermi crogiolare tra le tue braccia!
Ma ora sparisci, lasciami in pace.
Lasciami, spettro di una serata indesiderata, lasciami sola!
Lasciami morire, è questa l’ora giusta!
E poi gettami la maschera così che io non possa riscoprirmi figlia tua! Ecco spettro a questo puoi servire!
Tu lì, che guardi? Perché ora mi spii? Tu che eri gioia e vivacità, che vuoi da una figlia come me?
Sono stanca, lasciami sola… Vattene, ti prego.
Ma perché non ti muovi, perché?
Nascondimi la tua avvenenza, ti prego madre mia. Non ricordarmi il tuo amore, ti prego non costringermi ancora a vivere per esso…
Ti prego, lasciami sola, ti prego!”
Uno sparo, un tonfo, la Fine!
Il pubblico si alzò e si mise ad applaudire.
Erano tutti in delirio; pazzi per lei!
“Sei stata perfetta, realista. BRAVA!”
“Brava, bravaaaaa!!!”
Molti gettarono rose, altri trascinati dal grande patos applaudivano tra le lacrime.
“Quella è mia figlia
“Quella, quella là, la protag…”
Uno sparo, un tonfo, la Fine!
Un interpretazione perfetta!
A tal punto da essere VERA!
Uno sparo, un tonfo, la Fine!
La stanza si oscurò, mentre una maschera cadde.
Uno sparo, un tonfo, la Fine!
 

 
lisac
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martedì, 21 febbraio 2006, ore 09:08

Sirena senza Coda
 
            Ero nata per vivere nel mare, di esso mi nutrivo e con esso mi sfamavo. Trascorsi giorni perfetti, in luoghi perfetti, con meraviglie perfette.
Scivolavo tra i flutti, accarezzata dalla spuma delle onde. Conoscevo la bellezza e la compiacenza, l’innocenza e la purezza, l’ingenuità e la limpidezza. Ero fanciullezza tra le braccia di giovinezza.
Di tanto in tanto mi manifestavo, donandomi e allietando. Davo la rotta ai galeoni, sostenevo i vascelli, indirizzavo i bastimenti… Ero gioia per occhi altrui.
Ero il canto sottile che illumina la notte, ero la lacrima del marinaio, ero il ricordo del navigante, ero il sorriso del sognatore.
Ero la padrona dei loro viaggi, ero la vaghezza delle loro idee, un barlume di riflesso, una disattenzione, un passaggio, un effimero ricordo sussurrato in un forse
Ero una svagatezza, per alcuni un’incertezza, per altri ancora una certezza di una svagatezza.
Ero l’anima del profondo blu, il fascino dell’ignoto… Spirito in movimento di un’attrazione.
E così per molto tempo, mentre mi lasciavo cullare dalla mia natura in movimento, dalla mia voglia di scoperta, dalla mia ricerca.
Ero abbagliata, estasiata, trascinata dalla potenza dei flutti. Piroettavo in una dimensione di libertà, in un abisso di profondità, in un’ebbrezza boriosa.
Conobbi, sostenni, rincorsi marini. Ero affascinata dai loro racconti, ero addolorata dalle loro lontananze, ero felice per i loro ricongiungimenti. Ero l’amore per l’idea di qualcun altro.
Ero sognatrice di un mondo lontano, stereotipo di mistero, pensiero ignoto.
Mi lasciavo intenerire dalle loro labbra, mi lasciavo accecare dai loro mondi, colorati e vivaci.
Finché un giorni mi avvicinai alla riva, lasciai che l’acqua mi arrivasse al collo, attesi… e decisi.
Abbandonai la coda, lì nel punto in cui terra e flutti si abbracciano e con passo deciso, donando la mia ultima lacrima al mare, marciai verso il nuovo mondo.
            E lì compresi.
Conobbi bacio e intensità, conobbi tristezza e infelicità, amore profondo e tristezza assoluta.
L’indole umana si impossessava di giorno in giorno di me, facendomi scoprire la stranezza dei sentimenti e l’intensità delle emozioni. Ero contraddizione che diveniva donna. Più mi amalgamavo agli altri, più mi sentivo meno parte integrante. Ero l’eccezione che si abbandona al consueto, ero l’effimero che diviene essenziale. A volte ero quotidianità e monotonia, altre improvvisazione pura.
Ero turbinio, che ripensa al passato tra flutti e fanciullezza, sfumati in un’onda che si infrange nella battigia.
Ero confusione adolescenziale, ero scombussolamenti ormonali, ero certezza, e continuavo a divenire incertezza.
Finché una notte tornai a mirare i flutti. E piansi, piansi, piansi per quello che non ero più e che mi lasciai scivolare quando potevo tenere stretto. La mia foga di crescere mi aveva fatto perdere il gusto per ciò che ero: libera e spensierata, sciolta e leggera.
Mi rituffai in quell’ambiente che un giorno per me era stato perfetto e subito mi accorsi di aver perso la disinvoltura. Non mi amalgamavo più al profondo blu e di tanto in tanto dovevo lasciarmi accarezzare dalle brezze che spiravano oltre i flutti. E poi stremata dovetti uscire, e abbandonare.
Improvvisante scoprii che non mi piaceva più, ciò che un tempo era stato per me perfetto.
E piansi per aver perso anche la bellezza del ricordo.
Però mi voltai verso la mia terrenità, e compresi che ad essa appartenevo. Vedevo pezzi di me in ogni luogo, e compresi che ormai era lì che dovevo ricercare la mia essenza.
            E divenni adulta.
Trascorse molto tempo dal giorno in cui avevo abbandonato il blu. E ora il suo ricordo mi è sempre caro. Mi sono accomodata in questo mondo e in esso mi sono ritrovato. Guardo i flutti attraverso gli occhi intorpiditi del passato, e me ne compiaccio. Ora vivo di ciò che è stato in fanciullezza, di ciò che si è condensato in adolescenza, e di ciò che si è concretizzato nella maturità. Non ho abbandonato la ricerca però. Protendo sempre verso il luogo in cui soffia la brezza e la mia caparbietà, a volte, fa spostare la sua direzione.
Lascio che non si offuschi mai la sensazione dell’acqua che scivola dal mio corpo, e lascio vivida l’antica sensazione di libertà. Ma non rinnego il mio essere adulta e umana in una terrenità concreta. Qui ho conosciuto i sentimenti più intensi e inebrianti, gli stessi che mi hanno trasformato da essere sognate di storie altrui a protagonista di storie proprie in una vita propria.

lisac
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mercoledì, 15 febbraio 2006, ore 14:20

“Da una mia vera esperienze…”                                                                  Settembre/ottobre 2003
2parte
Il mio Cammino di Santiago, il mio Cammino interiore
Le tappe successive furono sicuramente diverse e molto strane .
Ricordo il paesaggio quasi fantasioso, della Mesetas. Provo ancora se mi ascolto quel senso di desolazione, ma anche allo stesso tempo, un senso di meraviglia che non mi faceva comprendere l’effettivo momento e mi lasciava allibita di fronte a tutto quello che potevano i miei occhi vedere.
Dopo un po’ di salita, ricordo quell’altura dalla quale si poteva ammirare tutto. Il proprio sguardo poteva spaziare e spaventare il cuore per quella distesa uniforme e dorata di campi di grano tagliati.
E la sopra, ho lasciato che il percosso sfollasse e che la solitudine facesse da padrona e il mio animo fosse libero di spaziare. Riflettei molto, e lasciai spazio a qualsiasi pensiero e a qualsiasi persona che mi venisse alla mente.Ma il vero beneficio lo trassi dal mio ascolto.
Trascorsi del tempo, non so quanto là sola e poi decisi di proseguire. Mi accorsi che incosciamente avevo deciso di porre termine al mio isolamento e iniziai inesorabilmente a limitare il mio passo. Avevo bisogno di un compagno di viaggio, volevo accanto qualcuno e come se l’aria me lo preannunciasse mi voltai, lo vidi e lo attesi. Scoprimmo in seguito che insieme avevamo espresso il desiderio di proseguire in compagnia di qualcuno per dar pace all’animo fortemente in pena.
Facemmo lunghe conversazioni insieme, ma ogni tanto ci voltavamo e ascoltavamo il paesaggio che con il vento ci parlava e ogni tanto ci spaventava.
La tappa fu lunga, terribilmente lunga. Fu però grandioso l’arrivo. Eravamo stanchi, ma felici di vedere le facce amiche. Trovammo un’accoglienza particolare. Io ringraziai il mio compagno di viaggio, gli diedi un bacio per essermi stato accanto e lo abbracciai. Non faccio quasi mai tutto questo, specialmente con chi conosco da poco, ma era stato il mio cuore a chiedermelo.
 
In quel luogo così strano, così speciale scoprimmo noi stessi. Il gruppo fece una riunione e, abbattendo quelle inibizioni che non aveva ancora abbandonato, iniziò a svelarsi. Mi colpì molto l’emotività di tutti. Vennero versate molte lacrime, altre vennero soffocate. C’era nell’aria una tensione strana, che col passare nel tempo si affievolì, dando spazio all’essenza di tutti noi. Avevamo condiviso non solo una camminata di una tappa, non solo una chiacchiera goliardica, ma anche delle emozioni. Le avevamo mescolate, ce le eravamo scambiate.
 
La tappa di Portomarin mi è rimasta nella memoria come una giornata difficile. Mi ero alzata male. Strani sintomi pervadevano il mio corpo e non riuscivo ad identificare che cosa mi accadesse.
Iniziai a camminare e quella mattina dopo tanto tempo chiesi aiuto a Dio. Avevo bisogno di sostegno, ma non qualcosa di fittizio e momentaneo. Necessitavo di forza e tanta salute fisica, avevo un conto in sospeso con il mio cammino, dovevo portalo a termine non potevo cedere.
La giornata si concluse senza complicazioni per me e portai a termine la tappa.
 
I giorni passavano inesorabili. Diminuivano i chilometri da percorrere e si avvicinava la città di Santiago.
Ciò che mi sorprese molto in questo mio percorso furono gli scambi e le confidenze. 
La prima tappa l’avevo percorsa con chi mi poteva dare fiducia, sostenere e capire. Ma poi le cose cambiarono, ma non perché lo volessi, semplicemente perché seguivano un proprio corso, del tutto spontaneo. Mi trovavo a cambiare sempre compagni di percorso e con loro iniziavo dei dialoghi.
Molte volte erano futili e leggeri, altre però complessi e molto difficili. Mi vennero donate confidenze che mi facevano rabbrividire e mi toglievano ogni possibilità di replica. Non elargivo né consigli né pareri, ma offrivo il mio ascolto ed un semplice sorriso.
Rimanevo meravigliata di fronte alla spontaneità e alla singolarità dei miei compagni di viaggio e allibita attendevo con stupore ogni loro nuovo giorno, che per me diveniva una continua scoperta.
 
Non tutto andò liscio, comunque. Ci furono delle incomprensioni e degli screzi.
Era naturale però. Eravamo un gruppo di persone che avevano in comune un cammino, ma poca conoscenza e apparentemente eravamo tutti diversi.
Nulla però assunse una gravità irreparabile e ben presto molto venne chiarito e sistemato.  
 
Io poi persi per dieci lunghissimi minuti le chiavi di uno dei furgoni. Momenti indescrivibili!
 
Arrivò il 22 agosto. Eravamo pronti. Santiago ci attendeva.
Quella mattina con i miei compagni di viaggio si prese una decisione. Avremmo vissuto l’ultimo giorno di cammino a modo nostro.
Visitammo ogni chiesa, non certo per esagerata devozione, e entrammo in ogni bar, non certo per accentuata sete, ma semplicemente perché goliardicamente volevamo aumentare in modo esponenziale il numero dei nostri timbri sulla credenziale.
Ma soprattutto, anche se non ce lo dicemmo mai esplicitamente, volevamo rallentare i nostri ritmi, trovare del divertimento e ricordare nel migliore dei modi quello che sarebbe stato il nostro ultimo giorno lungo il cammino per Santiago.
Fu un gran giorno, vissuto con intensità. E sicuramente non ce lo saremmo più scordati.
 
Dopo un breve viaggio in furgone e dopo esserci premuniti per un alloggio notturno, ci avviamo verso la città di Santiago. Ci incamminammo a gruppi pochi numerosi. Insieme ci raccogliemmo e iniziammo a prepararci per la nostra ambita meta.
Sembrava che il percorso non si concludesse mai. Dovevamo camminare soltanto per sei chilometri. Nei giorni precedenti ne avevamo battuti molti di più.
Le torri della cattedrale da lontano sembravano irraggiungibili.
E poi fu come uno stordimento. Il tramonto aveva creato una strana luce nel cielo, colori indefiniti ci circondavano, suoni di cornamuse pervadevano l’aria e la Cattedrale, imponente, iniziava a mostrarsi. Mi avviai sotto un arco e percorsi una gradinata…e fu l’arrivo.
Non ricordo chi mi aveva seguito, non mi sovvengono le parole dei pellegrini… Ricordo però l’arrivo e la soddisfazione.
E mi misi davanti all’immenso monumento e fu la solitudine. Non ricordo nessuno, ma solo la mia interiorità che diveniva anche esteriorità amalgamandosi con l’ambiente che mi circondava.
Ero arrivata là dove mi ero prefissata. Avevo raggiunto la meta, e conseguito l’obiettivo.
E lì, al cospetto di Santiago, ho ricordato tutti.
Chi mi aveva seguito, e chi aveva preferito rimanere a casa, chi mi aveva sostenuto, e che chi non avrebbe mai creduto in me. Pensavo a chi non conosceva la mia impresa, e a chi non l’avrebbe mai saputa. Ricordavo chi mi aveva criticato e giudicato, e chi mi aveva incoraggiato ed incitato…
Non avevo bisogno di entrare nella Cattedrale, non cercavo la conferma di un’urna di S. Giacomo, io avevo già visto tutto e chiesto troppo, già durante il mio cammino.
Ritornando dal mio viaggio mentale guardai chi avevo intorno. I miei compagni erano estasiati quanto me o forse di più. La loro mente stava ancora vagando e stavano ancora elevando le proprie preghiere al cielo. Eravamo in molti su quella piazza, ma eravamo tutti chiusi nella nostra introspezione.
L’interno della Cattedrale non mi interessava…Non avevo voglia di ritualità e neppure di esasperata religiosità. Non avevo voglia di chiedere nulla, ma solo di essere lasciata sola a riflettere, a pensare quanto il mio cammino era terminato, o se solo era un semplice punto di partenza…E per dove avrei dovuto camminare e soprattutto quanto a lungo e con chi?!...
Furono momenti carichi di pensieri e niente più.
 
La notte poi divenne magica…e spirò di nuovo l’aria che porta novità.
 
Il nostro gruppo si riunì nella grande piazza e abbracciato dall’imponente monumento diventò canto proprio animo.
Esternammo la nostra gioia a chi ci stava attorno. Ci mettemmo a ballare in cerchio, muovendo a tempo dei nuovi passi, e alzando il volto al cielo apprezzammo questi ultimi momenti di esistenza del gruppo. 
La gente ci osservava e animata dalla nostra stessa contentezza si unì nella nostra danza.
Difficilmente tutti dimenticheremo la favolistica serata a Santiago.
 
Il giorno seguente, dopo un risveglio mattutino, fummo di nuovo iniziati alla vita e purificati da un battesimo. Dopo semplici, ma particolari riti ci rendemmo conto che era giunto il momento di camminare al di fuori di Santiago. L’esperienza ci aveva insegnato che potevamo farcela, e solo con la consapevolezza dei propri limiti avremmo potuto proseguire. Era l’ora di affrontare ciò che avevamo lasciato, ma con un atteggiamento nuovo.
Tornavamo vittoriosi, quindi con un ottimo spirito per le difficoltà avvenire.
 
Il ritorno fu strano. Partimmo da Santiago alle 2.00pm e arrivammo in Liguria alle 10.00am. Fu tutto così particolare ed anomalo, da non farci coscientemente comprendere quello che stavamo compiendo.
L’unica vera voglia, una volta arrivati, fu la semplicità dell’essenziale. Un bagno, delle lenzuola, un letto.
Ci fu tutto offerto, senza una richiesta particolare, senza la volontà di essere ringraziati, ma solo perché esiste una gratuità. Fummo accolti e una volta rifocillati partimmo con la consapevolezza dell’esistenza ancora, di uno spirito benevolo e caritatevole nei volti e nei gesti umani.
Era il vero ritorno, era la fine di un viaggio, ma l’inizio di una vita.
Avevamo molti chilometri nelle gambe, ma non eravamo stanchi. Avevamo voglia di cominciare il duro cammino della quotidianità e le fondamenta erano state gettate.

 

lisac
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categoria : racconto, anche questa è vita





giovedì, 09 febbraio 2006, ore 08:43

“Da una mia vera esperienze…”                                                                   Settembre/ottobre 2003
1parte
Il mio Cammino di Santiago, il mio Cammino interiore
 
Ci sono momenti nella vita in cui si capisce benissimo qual è la strada da imboccare, si comprende limpidamente il tragitto da seguire, anche se non è chiaro lo scopo.
Forse un libro, le amicizie, i racconti… non è mai stato lampante che cosa fece nascere la voglia dapprima, e la convinzione poi, comunque il fatto volle che per caso e per gioco un gruppo di persone si accordasse e intraprendesse un viaggio verso l’ultima dimora di San Giacomo… stavamo per percorrere il Cammino di Santiago.
 
Il tutto cominciò timidamente. Alcuni di noi erano stati affascinati delle gesta di Paulo Coelho, che narrava il suo cammino. Era un crescendo di avventure dello spirito; il suo io veniva continuamente stravolto da nuove emozioni che lo rendevano più fragile ma nello stesso tempo consapevole dei propri limiti e quindi capace, con ragionevole pazienza, di superarli e riscoprirsi persona nuova.
 
Fummo anche molto affascinati dal racconto di un amico. Lui aveva battuto Quelle Terre, e il suo entusiasmo ci aveva motivato ulteriormente.
 
Nonostante tutto, nessuno di noi aveva creduto possibile la realizzazione di tale viaggio. Molte avversità, forse troppe facevano sembrare irraggiungibile il conseguimento del tragitto.
Chi tentò di organizzare il viaggio si accorse degli enormi limiti, che ci avrebbero inevitabilmente fermato.
Il tragitto complessivo si estendeva all’incirca su 800 km., e il tempo di battuta più breve previsto era di 20 giorni;
Facendo un rapido controllo dei possibili partecipanti ci si accorse che l’unico periodo accessibile a tutti era agosto, di conseguenza gli ostelli che avrebbero potuto ospitarci sarebbero stati limitati in quanto mancavano le nostre prenotazioni.
… e poi altri problemi, come le incapacità fisiche, le ferie limitate, il periodo troppo caldo, insomma sembra che il tutto si dimostrasse irrealizzabile.
 
Ed è proprio in quei momenti, quando la speranza sembra quasi un filo sottile che collega un progetto idilliaco alla realtà, che il vento varia la sua traiettoria, portando nuove idee nella mente di chi non perde il desiderio della realizzazione del sogno.
I nostri cervelli iniziarono a partorire nuove idee, degne di menti fervide. Si iniziarono a dipanare matasse, a risolvere problemi con disinvoltura e decisione.
Si stese un programma con partenze e tappe da percorrere e si pensò di ovviare all’inconveniente carico bagagli, ma soprattutto alla fatica, utilizzando due furgoni, pronti non solo a trasportarci alla meta ma anche rassicuranti compagni di tappe, nel nostro strano tragitto a piedi.
 
Il 9 luglio ’03 i problemi non erano ancora stati risolti del tutto. Ad esempio si stava ancora cercando un secondo furgone, non si sapeva ancora il numero esatto dei partecipanti… così forse per stimolo, per aumentare l’entusiasmo, per sollecitare la positività degli eventi, io stessa mi esposi in prima persona, mandando una e-mail ad una radio nazionale, in cui descrivevo la nostra impresa. La trasmissione a cui la inviai trattava di viaggi alternativi e particolari, e senza tanto pensarci, spedii il messaggio che scrissi, senza sperare in una risposta o in qualsiasi altra forma di incontro.
 
Il pomeriggio del giorno 14 luglio ’03, venni contattata inaspettatamente dalla radio stessa che si congratulava per la mia lettera e si complimentava per l’impresa. E senza lasciarmi il tempo di obiettare mi preannunciava che sarei stata lanciata in onda e soprattutto in diretta  il giorno 15/07 alle ore 15.10. Avrei dovuto raccontare all’Italia la mia vacanza alternativa.
Venni invasa da un turbinio di emozioni. La mia innata timida natura veniva messa duramente alla prova. Pensieri contrastanti mi balenavano per la testa. Ero tentata di mollare tutto e fuggire al momento della diretta dileguandomi, fuggendo sia alle persone a cui avevo raccontato la mia folle situazione, che fuggendo alla mia caparbietà e a tutti gli insegnamenti sulla parola data. Prevalse la parte aggressiva e tenace di me stessa e andai in diretta. Tutto ciò che mi ero prefissata di esporre svanì. Le mie parole furono improvvisazione pura dettate in parte dal buon senso e in parte dalla parte viscerale di me stessa.
 
Questo strano cammino di Santiago si dimostrava ricco di sconvolgimenti e turbolenze ancora prima di iniziare. Ogni giorno avveniva qualcosa che in qualche maniera destava i nostri piani.
Un altro episodio che mi creò scompiglio emotivo fu il diniego della mia più cara amica. Avevo contato sulla sua presenza fin dai primissimi preparativi. Sapevo che avrebbe partecipato e avrebbe apprezzato molteplici aspetti del viaggio. Conoscevo il suo entusiasmo per tutto ciò che era itinerante e nuovo. Per questi motivi lei era una figura scontatamente presente.
E invece questo non avvenne. Lei fece la sua scelta e decise di rimanere a casa attendendo il suo momento.
Questo era il mio cammino non il suo, questo era il mio momento di affrontare l’esperienza non il suo.
Accettai con grandissimo rammarico la sua decisione da persona adulta e sapevo che comunque il suo pensiero da grande amica qual era, mi avrebbe guidato durante tutto il mio viaggio.
 
I giorni passavano e si approssimava l’ora di compiere gli ultimi preparativi. Avevamo iniziato a stendere liste, a valutare i bagagli, a comprare creme,…
E l’emozione saliva.
Più si avvicinava la partenza più aumentavano le titubanze.
Ero decisissima a partire, sapevo che avrei dovuto percorrere il mio cammino, quasi avessi dovuto compiere una missione a me ancora sconosciuta, ma l’emotività non mi dava tregua. A volte avrei voluto essere proiettata nel mio futuro, nel momento subito dopo l’arrivo da Santiago, ma ero consapevole che non si sarebbe verificato. Dovevo vivere il mio cammino, avrei dovuto accettare le situazioni che mi sarebbero capitate.
 
Ero anche turbata dai miei compagni di viaggio. La mia grande amica non c’era ed io non ero coperta. Non avrei avuto accanto persone che conoscevo da sempre, ma bensì nuovi amici con cui avevo instaurato da poco un nuovo legame. Li sentivo comunque vicini e per questo per una strana sensazione decisi di fidarmi di loro, confidando le mie paure, le mie difficoltà fisiche svelandomi piano piano, iniziando un meccanismo che a ruota avrebbe coinvolto anche loro stessi rafforzando un rapporto che sarebbe col tempo diventando Amicizia.
 
Iniziarono anche le escursioni preparatorie. Ci trovavamo al mattino presto di ogni domenica di luglio, ci accordavamo su un percorso più o meno difficoltoso e iniziavamo l’allenamento. Si cercava di trovare dei sentieri che fossero accessibili a tutti e che ci permettessero di preparaci a sufficienza. Era proprio in queste situazioni che emergevano i caratteri dei miei compagni. C’era chi non si arrendeva, anche se le vie si dimostravano tortuose e inaspettatamente inaccessibile, la parte grintosa aveva il sopravvento.
 
Il tempo passava e cresceva l’ansia dettata sia dall’imminente partenza che dall’ignoto. Non sapevo che cosa mi attendesse, non ero sicura delle mie forze e neppure della mia lucidità mentale. Mi chiedevo se stessi realmente compiendo uno sforzo che il mio corpo potesse sopportare e poi sarei tornata ferita oltre che nel fisico anche nell’anima?
Mi spaventava molto il contatto che avrei avuto con la mia parte più intima. Speravo che il cammino non andasse a rimuovere sentimenti o ricordi che mi avrebbero in qualche maniera creato degli scompensi. Tremavo al pensiero di destare seppure inconsciamente vecchi episodi magari mai del tutto risolti che ero riuscita con qualche sotterfugio a nascondere a me stessa.
 
Nelle due settimane prima della partenza mi accorsi quanto banali fossero le mie paure, e quanto si dimostrasse effimero tutto quello che fino a quel momento avevo definito problema. Uno strano  dolore fisico si rifletteva sulla mia emotività ed insieme mi creavano scompensi non indifferenti. In pochi giorni divenni ingestibile. Dolorante, stanca, abbattuta, e vinta dalle debolezze, trascorsi giorni strani, dove si alternavano sentimenti contrastanti. Avevo molta voglia di partire, ma anche la consapevolezza che se non fossi migliorata sicuramente il mio cammino sarebbe fallito. Non avrei mai potuto affrontare nulla di ciò che mi ero prefissata.
 
Io venni nuovamente contattata dalla radio. Il giorno prescelto fu martedì 12 agosto. Dovevo contrastare un alto grado di emozione, molti amici e parenti intenti ad ascoltarmi, una deejay in cerca di pettegolezzi e pronta a trovarmi in fallo…
Tutto andò per il meglio, per fortuna, ma ne rimasi sconvolta per tutta la giornata.
 
Non ho mai atteso la brezza che porta cambiamenti, ma l’ho sempre e comunque rincorsa. Ricordo quella mattina che svegliandomi, e annusando l’aria, ho avuto dopo svariati giorni la certezza che sarei partita. Sentii il richiamo del cammino e sentii che ero pronta ad affrontarlo. E stranamente non pensavo più alle insidie che avrei dovuto affrontare, ma avvolta da un alone di serenità mi sentivo in grado di superare qualsiasi avversità, senza alcun timore.
 
Dopo una serie di preparativi, riti propiziatori e funzioni religiose arrivò quel fatidico 15 agosto. Alle 5 del mattino eravamo pronti ad affrontare il viaggio e le conseguenze che ne sarebbero derivate.
 
Durante tutto il tragitto che dovemmo percorre per raggiungere la partenza del nostro cammino, iniziammo a conoscerci, con incertezza, ma spavaldi e forse non curanti degli effetti che avrebbe portato un approccio sbagliato.
Fu divertente, lo scoprirsi a vicenda, il rivelarsi, e lo spogliarsi di alcune inibizioni.
 
Quando ripenso all’inizio del mio cammino, lo ricordo come ad un momento emotivamente contrastato. Non riuscivo a capire nulla. Ero provata da un viaggio difficile ed ero eccitata da una partenza imminente. Non sapevo chi mi avrebbe seguito e soprattutto chi avrei cercato.
Ero confusa, tormentata e preoccupata.
E fu il momento di partire.
Avevo appena iniziato a camminare e già avrei voluto raggiungere la fine della tappa. Ero preoccupata di me stessa, delle mie capacità fisiche e delle mie incertezze.
Vidi, cosa per me molto strana, che anche per i miei compagni di viaggio i sentimenti erano gli stessi. Eravamo un terzetto collaudato, avevamo già condiviso momenti di marcia insieme. E forse per questo motivo sembrava quasi che un tacito accordo ci accomunasse e ci facesse camminare più spediti.
E fu in quel giorno che, non si sa per quale strano caso, ci sentimmo molto più vicini di quanto non lo fossimo mai stati.
Camminavamo fianco a fianco. Ridevamo, scherzavamo, ci consolavamo, e ci ascoltavamo. Abbiamo anche cantato, forte, liberamente, a squarcia gola.
Cercavamo a vicenda di mascherare la fatica dell’altro, con qualche stratagemma, che potesse alleviare la sofferenza e ci permettesse di giungere insieme al traguardo.
Più si andava avanti, più ci tranquillizzavamo e più eravamo noi stessi.
Eravamo tre persone che si stavano testando, che stavano dando fiducia a chi gli stava a fianco.
Camminavamo per capire noi stessi, ma marciavamo anche per chi non riusciva a seguirci. Avevamo voglia di scoprirci, e capirci.
Non sapevamo realmente perché stessimo sostenendo una prova così grande, ma sentivamo che era il momento opportuno e le persone erano quelle giuste.
In seguito avremmo compreso che quella mattina ci sarebbe rimasta nel cuore, e difficilmente ce ne saremo scordati.
Il mio cammino era divenuto anche il loro. Stavamo condividendo.
Notai che l’aria era intrinseca di una magia che ci avrebbe inesorabilmente modificati.
Fine I Parte

lisac
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