lunedì, 30 gennaio 2006, ore 09:44

In quell’antro di Universo
 
Appena lo vidi ne rimasi folgorata.
Il fiato mi mancò e per interminabili secondi pensai di perdere i sensi. Ero abbagliata dalla sua bellezza, incantata, accecata, illusa…
Non riuscivo a distogliere lo sguardo: tanto era avvinghiante.
Non riuscivo ad allontanarmi: tanto era avvolgente.
E lui non si sottrasse, e mi venne incontro.
Volevo desistere, lo speravo, e forse tentai… ma probabilmente non se ne accorse, e neppure io.
Mi sorrise, deciso, sicuro di sé. Mi guardò fisso negli occhi.
E io rimasi lì, a crogiolarmi di quell’istante. Era poderoso e fiero, virtuoso ed energico.
Quando le distanze divennero minime, e quando iniziai a sentire il suo fiato, tentai nuovamente di abbassare lo sguardo. Ma la sua bellezza era tanto accecante, quanto avvincente… e mi ritrovai a bramare di essere baciata. Quando all’improvviso si voltò, mi sentii morire, ma presto compresi che il suo era un gioco, seppure lacerante, ma era un gioco.
Poi posò nuovamente i suoi occhi su di me. Mi sentivo completamente spogliata. Forse a disagio, ma non era importante…Ardente, desideravo un bacio.
Lui nella sua figura poderosa e possente, io nella mia esilità e fragilità.
Lui solare, io lunare.
Lui, io…
E poi tutto si fermò, tranne il mio cuore. Quando i nostri corpi si toccarono, mi sentii completa, perfetta, assoluta, vinta, e forse divina.
Lasciate che siano i giovani a parlare d’amore, lasciate che siano loro a spiegarvi l’ovattato mondo dei sentimenti: perché solo ad essi appartiene.
Avrei potuto dilungarmi in esaltazioni amorose, in rime suadenti, ma lasciai che fossero i nostri corpi a parlare, i nostri sguardi…
Fu allora che compresi che cos’è il dolore.
Quanto più mi stava lontano, tanto più pativo. Che cos’era l’inferno? Sicuramente un distacco, un allontanamento, una dipartita…
Dopo l’ultimo bacio mi trovavo angosciante per il pur breve distacco. Dopo l’ultima carezza, mi trovavo affliggente per la pur breve lontananza.
Ma al suo ritorno era assordante la felicità del mio animo e accecata dalla brama attendevo di essere da lui soddisfatta.
Furono giorni perfetti, eccelsi.
Non mi sentivo più pallida ed eterea e neppure lontana e assente. Ma al contrario, rinvigorita e rafforzata. Certo io continuavo ad amare le tenebre, la notte, la solitudine, e lui invece si nutriva del giorno, del calore e della frenesia della vita.
Ma questo non mi importava: tutto purché vicini.
Fu allora che compresi che cos’è un addio.
L’amore ci donava vigore e insieme ci sentivamo in pace con l’universo. Ma un giorno non tollerai la sua lontananza e lui una notte non tollerò la mia dipartita.
L’avvicinamento ci completava creando sintonia. Ma un giorno non tollerai la sua luce e lui una notte non tollerò la mia fievolezza.
Insieme perfetti, lontani incompleti.
Ma io iniziai ad odiare il giorno e lui tediò la notte. E questo ci divise.
Lasciate che siano i giovani a parlare della dipartita dell’amore. Lasciate che siano loro a spiegarvi il nero mondo dell’abbandono: perché solo ad essi appartiene.
Ci amavamo, ma fummo costretti a lasciarci.
Io lunare, lui solare. Mondi lontani, mondi dannati.
Divenni immensamente triste. Mi rifugia nella notte e in essa mi persi.
Divenne immensamente triste. Lui si rifugiò nel giorno, e in esso si perse.
E tutto sembrò allontanarsi.
Il manto notturno, una volta testimone dei nostri incontri amorosi, divenne profondo e cupo.
Il giorno poi, divenne silenzioso, e il calore una volta testimone dei nostri incontri amorosi, divenne opaco e triste.
E fu così che la lontananza iniziò a distruggerci, lentamente, inesorabilmente.
Mai si narrò di notti più silenziose e di giorni più cupi.
Ma lasciate che siano i giovani a parlare d’amore, lasciate che siano loro a spiegarvi l’ovattato mondo dei sentimenti: perché solo ad essi appartiene.
Quando si pensava che ormai l’amore fosse dipartito dai nostri cuori, fu allora che trovammo pace.
Trovammo per caso un punto d’incontro. Io venni da lui eclissata, così per sbaglio, e ciò che sembrava assopito divenne vivido e pulsante di nuova vita.
Insieme comprendemmo che il giorno mi offuscava e la notte mi esaltava.
Insieme capimmo che la notte non lo appagava e il giorno lo completava.
Piangemmo a lungo. Gli istanti divennero minuti, i minuti si fecero ore…ma il tempo fu magnanimo, comprese il nostro dolore e ci lasciò un periodo infinitamente lungo.
E fu allora che gridammo aiuto e il mondo si impietosì.
Ci accolse l’alba dapprima e il tramonto poi. E capimmo che in essi ritrovavamo il nostro amore.
Da quel tempo tutto si sistemò.
Da allora, io Luna divenni regina incontrastata della notte e lui Sole divenne padrone del giorno. E con l’ardire dell’amore ancestrale, attendiamo impazienti l’arrivo dell’aurora e del crepuscolo. In quegli istanti, e solo in quelli, bramanti di passione, incontrandoci, coroniamo il nostro amore.

 
lisac
P.link ¤ ¤ commenti (20)(popup)
categoria : racconto





mercoledì, 25 gennaio 2006, ore 14:56

Un giorno, per caso…
 
Arrivò di soppiatto. Mi sorprese alle spalle.
Appena lo vidi rimasi senza fiato, esterrefatta.
-“Che fai qua?”
Non rispose, ma il suo sorriso esaudì le molteplici domande che la mia mente continuava a formulare. E guardandolo nel volto, non proferii parola, appagata da quell’immagini che da lungo tempo mi era risultata mancante.
Era sempre lo stesso, nulla era cambiato, o forse qualche ruga in più, che lo rendeva ancora più affascinate ai miei occhi, e quell’espressione sempre disincantata che mi faceva annullare il resto del mondo, e inerme continuavo a rimanere in uno stato di grazia confusionale.
Mi sei mancato!, ma non ebbi il coraggio, e le parole non uscirono dalla mia bocca.
Rimanevo lì a fissarlo, sentendomi impotente difronte alla sua figura.
-“Sei pronta a seguirmi?” mi disse.
Fino alla morte!, ma anche questa volta non uscì una sola sillaba, e mi limitai a affermare tacitamente con un semplice gesto della testa.
Mi prese per mano, e il suo tatto mi risvegliò uno scombussolio interno da tempo assopito, forse anche scordato. L’intimità del passato si era dissolta, rarefatta, fino quasi a scomparire.
La sua mano poderosa si agganciò alla mia, stringendomi, quasi provocandomi dolore. Ma quella morsa mi rigonfiava il cuore, mi appagava di tutte le mancanze avute.
Mi fece camminare per il centro della città.
E io fedele, lo seguivo. Forse mi trascinava, forse faticava. Ma non comprendevo, è in quello stato mi perdevo.
Di tanto in tanto si voltava a guardarmi, riproponendo il suo sorriso, assimetrico, irregolare, perfetto.
Poi si fermò proprio davanti ad un ristorante. Non c’ero mai entrata.
Era un luogo di passaggio. In molti vi sostavano, sia per un pasto veloce, che per qualcosa di più pacifico e distensivo.
Aprì la porta e mi cedette il passo. Mi portò al centro del locale. Quasi tutti i posti erano occupati. Un cameriere premuroso ci accolse, e con un gesto della mano ci fece notare il nostro tavolino.
-“Che sta succedendo, per favore, mi vuoi spiegare tutto questo.
E’ da più di un anno che non ti fai vedere, le telefonate, oramai, sempre più rade mi hanno fatto pensare ad un tuo rifiuto, le tue continue scuse mi…”
-“Vedi quella coppia” e me la indicò, facendomi perdere il filo del discorso e disarmandomi dalla rabbia che piano piano era affiorata.
-“Sono insieme da cinque anni. Lei è stanca di aspettarlo, è stanca di badare ai suoi figli.
Lei è stanca e sta pensano di lasciarlo, e forse oggi ha trovato il coraggio di farlo.”
-“E tu come sai tutto questo?!”
-“Invece quella donna là, seduta in quell’angolo,” -continuò lui, senza neppure sembrare di ascoltarmi – “è appena ritornata dall’ospedale. Il marito in fin di vita vuole solo le sue amorevoli cure. Ora lei mangia in fretta il suo pasto, per poi tornare il prima possibile al capezzale del marito.
Ora girati e guarda là. Lo vedi il ragazzo in giacca e cravatta seduto al bancone? Beh, lui è un famoso agente finanziario. In poco tempo è riuscito a guadagnare una montagna di soldi. Ha tutto quello a cui una persona del suo calibro può auspicare: macchine, case, e donne. Ma il suo problema è questo: non possiede più la ragazza della sua vita.
Il suo vero e immenso amore se n’è andato, apparentemente senza motivo, lasciando un semplice messaggio di scuse sulla segreteria. La stessa che lui consuma, a forza di risentire, incessantemente, insistentemente…
Vedi quei due ragazzi. Lei è ammalata, lui lo sa. Lei ha rifiutato ogni cura, lui non ha condiviso, ma ha solo rispettato. Lei vuole trascorrere ogni istante che la sua breve vita le riserverà con lui. Vuole morire con il ricordo delle sue carezze, dei suoi baci…
L’anziano che sorseggia il tè, è rimasto da poco vedovo. La mancanza della moglie non lo fa più dormire. E oltre a giacere in un stato di perenne agonia, si sente sperduto. Dalla giovinezza fino a poco tempo fa, ogni istante era stato condiviso con il suo unico vero, grande amore. Ora si sente solo, nonostante l’affetto delle persone care non gli sia venuto meno. La sua dolce moglie ha lasciato un vuoto incolmabile.
La donna con le scarpe rosse e il vestito nero non è in compagnia del marito, ma dell’amante.. Con lui si sente appagata e nonostante la loro sia una storia clandestina, vorrebbe gridarlo al mondo intero: mai si è sentita così viva.
Le quattro persone che siedono vicino a noi non hanno nulla di particolare: lui e lei si sono conosciuti dopo un paio di storie impossibili. Si sono piaciuti, e hanno deciso di formare una famiglia. Ora hanno due figli, e forse un terzo in arrivo. Non è facile gestire la loro vita, ma insieme, ci provano giorno dopo giorno…
E poi quei..”
-“ Basta! Non capisco più nulla. Mi hai portato qui per osservare la gente o perché avevi qualcosa da dirmi?”
Si sistemò la camicia e si frugò sulle tasche della giacca grigia. Alzò la testa, mi sorrise e mi baciò lievemente sulla bocca.
Io, tutta scombussolata, rimanevo lì, sbalordita, incerta…Mi sentivo confusa, ma immensamente felice. Lo avevo cercato a lungo, ma poi mi ero rassegnata al suo silenzio, alla sua assenza… E ora era lì, di fronte a me. E forse questo mi bastava. Mi beavo del momento, quasi fosse un sogno, consapevole che nulla sarebbe ritornato o durato in eterno.
-“Queste sono le ipotetiche storie di chi ci circonda. Tutti loro hanno qualcosa da raccontare, e pure qualcosa su cui disquisire.”
-“E qual è la nostra storia?”
-“La nostra è questa, quella vissuta e quella che il futuro ci riserverà!”
Mi guardò con quei suoi occhi profondi: prese la mia mano e la appoggiò sulla sua. Poi dal dito indice dell’altra sua mano, fece scivolare un anello, che si andò ad infilare nel mio annullare.
Stupita, assistevo alla scena, di cui mi trovavo protagonista, immersa in pensieri e meraviglia.
-“Lasciami essere parte della tua vita. La nostra storia la scriveremo a quattro mani, io e te nel libro del nostro destino. Non negarmelo!”
Le lacrime copiose furono testimone di quel giorno.
Non sapevo che cosa potesse accadermi. Non conoscevo le sfaccettatura della mia storia futura.
Decisi che il pianto potesse essere, benefico e liberatorio.
Assentii, e lasciai che un bacio facesse da sigillo a quella giornata.
Poi permisi che le pagine del libro del destino, animate dalla brezza di quell'evento, fossero impresse da un NOI.
E il seguito fu solo avventura, se non nuova vita!
 

 
lisac
P.link ¤ ¤ commenti (14)(popup)
categoria :





lunedì, 16 gennaio 2006, ore 09:20

L’albero dei ricordi
 
Era una giornata opaca, stridente, ventosa e irrequieta. Un sole pallido si insinuava tra nubi tempestose cariche di pioggia, mentre gracchianti uccelli neri volavano bassi, a contatto con la nuda terra.
Venne scavata una buca poco profonda, appena sufficiente per riporre le radici esili, filiformi di un piccolo e fragile albero. Ma nonostante l’aspetto, si dimostrò da subito tenace, e attaccato a quell’arida terra divenne in poco tempo un possente albero dalle grandi fronde e dal tronco ritto e poderoso.
Ma in quell’angolo di terra dimenticato da Dio, sembrava non crescere altro se non il solo albero; Infatti nonostante la terra fosse stata più volte bonificata, né erba né altro tipo di vegetazione vi crebbe attorno.
Con il trascorrere degli anni il maestoso albero diveniva sempre più florido e tra i suoi rami si annidarono uccelli e scoiattoli. Ma attorno ad esso, il nulla.
Qualche tempo fa, qualcuno tentò di costruire qualcosa. Ma la terra non accettò mai nient’altro apparte il giovane e fiero albero.
Così a qualcuno venne l’idea di adibire quel lembo di terra apparentemente infestata, a dimora eterna per i defunti. E in poco tempo, quel luogo si trasformò in un arido e silenzioso camposanto il cui custode indiscusso fu proprio l’albero.
Gli anni passavano e chi si avvicinava al cimitero insinuava che l’albero fosse dotato di una vita propria. 
Il vecchio Tom proprio durante la sepoltura dell’amico Timoty, disse di aver visto la pianta spostarsi. Quel giorno infatti imperversava un tremendo temporale e la tomba dell’amico si stava quasi riempiendo d’acqua. Un tuono dal rumore assordante fece tutti trasalire, ma il vero timore venne destato nel momento in cui il vecchio Tom si accorse che dopo il boato le fronde dell’albero sembravano essersi spostate e avessero coperto completamente la tomba dell’amico, dandogli riparo dalla pioggia crosciante.
Mrs McKing perse il marito in giovane età. E dopo l’accaduto si recava spesso in cimitero. Rimaneva ore e ore rannicchiata sulla tomba del defunto. La sua salute divenne cagionevole, e in molti pensavano che non avrebbe tardato a raggiungere il povero caro. Un giorno alzandosi dal giaciglio del marito, ebbe un improvviso capogiro; perse l’equilibrio e cadde. Si dice che se una rama dell’albero non le fosse stata accanto, avrebbe sbattuto la testa proprio sulla vicina lapide di marmo bianco. E così, invece di crollare nella fredda e gelida pietra, si adagiò lentamente sulle verdeggianti fronde della maestosa pianta. 
Il giovane Halfred era la voce solista del coro. Era molto dotato. Tante volte passando nelle vicinanze del cimitero si fermava, si rifugiava ai piedi della grande pianta e lì, intonava i suoi migliori canti.
Si narra che un giorno, trovandosi al cimitero sempre per il medesimo scopo, non riuscisse a intonare la voce per il tremendo baccano provocato delle cornacchie. Tentava, provava, accennava… ma non riusciva. Si dice che dopo un po’ si levò, dal nulla, un furioso vento. Le fronde dell’albero iniziarono ad agitarsi. I torvi uccelli si spaventarono. Alcuni tentarono di allontanarsi, ma la strana e improvvisa bufera non gli permise via di fuga. Il vento soffiava, i rami si agitavano a tal punto che iniziarono a colpire le cornacchie, facendole cadere tramortite al suolo. E di colpo tutto cessò, il silenzio fu ovunque.
Halfred era terrorizzato. Fece per andarsene, ma inciampò su una radice. Si voltò: il silenzio tutt’intorno. Si rialzò, fece un altro posso e la situazione si ripeté. E in quell’istante capì.
Si alzò nuovamente, allargò il torace, ispirò e innalzò un canto. La sua voce melodiosa oltrepassò i confini, la sua purezza divenne spirito, e le sue note nitide e vellutate vennero ricordate a lungo.
Il piccolo Math tornando da scuola, si fermava sulla tomba di una vecchia signora di cui tutti in paese avevamo sentito menzionare, ma nessuno ne aveva ricordi. Lui era l’unico a portarle qualche fior di campo raccolto durante il tragitto. Dopo la breve visita andava vicino al grande albero a guardare gli insetti tra le fessure del grande tronco. Molto spesso si soffermava a schiacciare i parassiti o a togliere le foglie secche, altre volte ancora, sistemava qualche rama mal concia… E senza dire niente, dopo aver accarezzato il tronco, riprendeva la via del ritorno.
Disgrazia volle che il piccolo mancasse all’improvviso all’affetto dei propri cari. Fu un vero dispiacere per tutto il paese. Il funerale fu solenne e traboccante di persone. Tutti fummo scossi per la preziosa perdita. E stranamente, anche la poderosa pianta soffrì. Per molte settimane si mostrò piangente. Le fronde si abbassarono, le foglie divennero scure, e uno spettrale silenzio divenne suono di un periodo cupo e angosciante. Nessuno dimenticò il piccolo Math.
E poi ancora si dice che Emily e George Swath si siano dati il loro primo bacio sotto il grosso albero, e ora riposino, insieme eternamente, proprio nel medesimo luogo.
Si dice che il curato Smith abbia trovato la sua ispirazione divina proprio all’ombra delle fronde della pianta, e che i suoi sermoni più famosi siano stati sussurrati da un angelo apparsogli presso il cimitero.
E ancora si dice che la giovane Susan abbia dormito due giorni e due notti proprio ai piedi dell’albero e che al risveglio si sia trovata coperta da una pioggia di foglie riparatrici, tanto delicate e morbide da non averle fatto percepire le tremende gelate notturne.
… E altro ancora, fino al giorno in cui fu deciso di sradicare il secolare albero.
Tutto il paese si riunì attorno all’immensa pianta. Giunsero persone forestiere, attratte dalle leggende, persone emigrate in gioventù, affezionati, portatori di ricordi, curiosi, nostalgici,…
Ci aspettavamo un rifiuto, un diniego da parte del solenne albero: ma mesto attese il suo momento.
Un cielo tempestoso e un vento burrascoso incorniciavano l’evento, mentre uccelli gracchianti trascinati dalle folate volavano sopra la folla, che silenziosa, guardava.
Forse in molti assistevano per il gusto di partecipare, ma altri sapevano che la loro vita si era in qualche modo intrecciata con quella della vecchia pianta.
Il mio stesso nonno, mi narrava che l’albero gli aveva parlato, con spostamenti sinuosi delle foglie. Io, non posso dire altrettanto, non ho mai assistito ad eventi straordinari, ma gli ho sempre portato il mio rispetto. Mio figlio al contrario, giura che sia stata la vetusta pianta ad indicargli quella che sarebbe divenuta la sua futura moglie.
E come la mia famiglia, molti altri hanno da narrare. Ma non su questa giornata: non accadde nulla di straordinario, nulla di anomalo.
L’albero si lasciò trascinare, con facilità, senza porre resistenza.
Il suo tronco venne diviso in infinite parti, e anch’io ne conservai una scheggia, da portare sempre con me. E ogni volta che mi ritrovo ad osservarla, ripenso al mio passato, alla mia storia, alla mia gioventù, ai ricordi, alle varie generazioni, ad intrecci di vita, alle memorie, al passato.
Non ho mai compreso perché il vecchio albero si fosse arreso così, senza porre ostacoli.
Ma cosa stana vuole, che ogni volta mi capiti di ripassare al mio paese, mi sembra che lo spirito dell’albero non abbia smesso di vivere. E, quando l’imbrunire si infittisce, per far spazio alla notte, qualcuno, e forse anch’io, giura di aver visto fronde tempestose e minacciose di un vecchio albero secolare sussurrare al vento di tacere.

lisac
P.link ¤ ¤ commenti (17)(popup)
categoria : racconto





lunedì, 09 gennaio 2006, ore 09:11

Sul calar… del sabato!
E’ sempre lo stesso.
Tutto è sempre lo stesso: il luogo, l’ora, le persone…, ma è ancora sabato
Il parcheggio del grande supermercato è il nostro luogo di incontro.
Lì, ogni sabato, ci diamo appuntamento. Come al solito io arrivo in anticipo, pur sforzandomi di arrivare nel giusto ritardo dei miei amici.
Attendo quei dieci, venti minuti, e puntualmente, arrivano tutti.
Samuel e Max parcheggiano la macchina vicino alla mia, fingendo di venirmi addosso.
Sam, con in testa il casco slacciato, arriva con il suo cinquantino. Scende, e senza nemmeno salutare, si accende una sigaretta mezza schiacciata.
Neil e Joanna si avvicinano insieme, mano nella mano, sussurrandosi chissà quale sdolcinatezza. Il loro fievole saluto è accompagnato da un loro bacio; sono fatti così e ormai non ci facciamo più caso.
John arriva con il fuoristrada. Sgomma, sterza all’improvviso, e si ferma di colpo: ordinaria routine. Ci stupiamo solo quando non si comporta così.
Helena e Silvie giungono da lontano. A loro il ritardo è concesso.
Mark e Holly sono sposati. La loro caratteristica: la spiccata capacità di litigare. Li senti arrivare da lontano, hanno sempre qualcosa su cui animatamente discutere.
Selly è l’eterna fidanzata. Sostituisce un ragazzo con la facilità di un cambio di calzini. In cinque anni, ha portato alla nostra conoscenza dodici ragazzi…Ordinaria follia!
Laura è l’elemento colorato. La sua pelle nera dona un risvolto etnico a tutta la nostra combriccola.
Simon e Sarah arrivano sempre per ultimi; quasi avessero un campanello che li avvisasse dell’arrivo di tutti. E’ una certezza la loro ultima postazione nella griglia degli arrivi.
Ed eccoci qua, tra sorrisi, battute e sciocchezze, pronti a trascorre un sabato.
Ci vuole tempo per accordarci, ci vuole pazienza, e nessuna pretesa: alla fine è ancora sabato.
Gli inverni li trascorriamo in un bar, il solito, il DJ, quello in centro. E’ il peggior locale della zona. All’interno ormai non si fuma più,  ma nelle sue mura sembra quasi sia racchiusa l’anima di defunti fumatori e ingiallite dita sembrano quasi avvolgerci. Le vestigia di quello che fu un passato di accanimento da nicotina, sembra renderci schiavi e avvinghiarci nelle sue bramanti spire.
L’interno è suddiviso in piccole stanze. Noi tutti fatichiamo a starci comodi. Ma visto che il riscaldamento è poco più di quello che il nostro fiato produce, lo stare vicini vicini, ci gratifica la serata. Il giro di birre e gli stuzzichini ci appagano, ovviamente senza tanto pretendere sottobicchieri o tovagliolini di carta, ed è così che iniziamo a far scorrere le ore di un solito sabato sera.
Qualcuno abbozza un racconto sulla settimana appena trascorsa, altri riflettono sul loro lavoro poco appagante ma esageratamente stancate. Ascoltiamo, lasciamo sfogare, accenniamo un sorriso. Forse al DJ ci annoiamo, ma che ci importa è ancora sabato.
Viviamo quelle ore nell’appagamento più totale, nella illusione della bellezza del giorno dopo, nella spensieratezza di una dolce gioventù, nella vaghezza delle fievoli immagini che scorrono lente ma inesorabili…
Pianifichiamo, progettiamo, elaboriamo: solo pure illusioni; concepimenti di un sabato sera, inganni di sensi, mondo etereo a portata di bicchiere.
Tutto questo in poche ore. Forse a volte anche noiose, ma necessarie per farci dimenticare i dispiaceri,  le difficoltà di una settimana, le nostre vite così strane, così diverse, così complicate…
Qualcuno sbadiglia, la stanchezza si ammanta su di noi.
Una risata poderosa ci fa trasalire, sorridiamo di gusto. Qualcuno racconta una storiella divertente. “Era da tempo che non si rideva così!”
Proposte, suggerimenti, abbozzi…
Si parte, si cambia locale. No, ci fermiamo… Attendiamo. Ci vuole tempo perché tutto il gruppo si sposti. Pronti!
“L’Elisir è già pieno. Nessuno di noi ama questo locale, forse un po’ snob. Poi così fuori mano”. Spendiamo gli ultimi spiccioli della serata: un gelato, un amaro, una bottiglia di acqua minerale.
“No, aspettiamo a rientrare, è ancora sabato”.
Le ultime confidenze sono le più intime. Sussurrate in un filo di voce: sfogo, o la semplice voglia di essere protagonisti per qualche minuto.
Usciamo. “S’è fatto tardi, forse è meglio rientrare”.
Tentenniamo. Rimaniamo fermi, lì davanti al locale. Ultime chiacchiere, dimenticanze di una serata così… che sfuma in una notte stellata e una luna piena.
I primi saluti, e l’augurio di risentirci durante la settimana. Pacche sulle spalle, sorrisi, abbracci…
“Domani ognuno con la propria famiglia, domani è festa… Ma oggi è ancora sabato. Aspettiamo ancora un po’”.
Qualche bacio, uno sbadiglio. Siamo stanchi, forse già da un pò.
“Basta, l’ora è ormai tarda. E’ il momento del congedo”.
Ritornando a casa lasciamo che il solito sabato sfumi, con la consapevolezza che le ore più belle ci sono appena scivolate dalle mani, ma con l’illusione che domani è festa e sarà quel che sarà.…
Intanto è ancora sabato!

lisac
P.link ¤ ¤ commenti (10)(popup)
categoria : racconto