venerdì, 30 dicembre 2005, ore 09:23

Felice anno a tutti!

lisac
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mercoledì, 28 dicembre 2005, ore 18:00

Tra nebbia e oscurità
 
“Scusami non volevo, mi dispiace tanto”
“Non preoccuparti, non è nulla”
“Ah, che dolore. Non avrei mai dovuto… Sarà la mia depressione, Non so cosa mi è preso…”
“Non preoccup.. penso a tutto io”
“Io, sono stata io, a far questo… E’ la mia depressione, non prendo più le medicine… E’ il mio esaurimento… Non volevo”
“Non preoccup.. Soffrirai solo un po’… Ma stai tran… tranquilla… penso a tutto io…”
“Non lascir…” Proferì le parole e cadde a terra.
“Non ti preoccupare…” Prese il coltello è uscì nella profonda notte invernale.
Andò a rifugiarsi tra la nebbia, in essa si immerse e si perse. Complice il tetro manto della notte e le scarse luci. Si sentì protetto e al sicuro. Così si fermò a prendere fiato.
La corsa era stata affannosa, convulsiva, stancante e ora una spossatezza fulminante diveniva padrona dei suoi arti, a tal punto da farlo arrestare.
Ma era lontano, e quindi al riparo.
Riprese la marcia. Iniziò a camminare piano, piano, guardandosi sempre indietro però, rimanendo all’erta, sulla difensiva.
Con passo zoppicante iniziò a guadagnare terreno. Il suo mantello grigio lo avvolgeva completamente. Il bavero era alzato, un capello scuro gli copriva il capo e tutto contribuiva a renderlo un’anima della notte: uno spirito nero.
La nebbia si infittiva e lui la sfidava, espugnando zone ostili, impervie, strette, tetre, buie.
Si fermò un’altra volta e furtivamente da sotto il capello guardò se qualcuno lo inseguiva.
Era lontano, poteva permettersi di respirare ancora.
Estrasse dalla tasca il coltello e lo guardò: lucido e affilato, ma inesorabilmente macchiato, imbrattato di vita.
Con un gesto di stizza lo ripose e riprese a camminare nella notte, sempre zoppicante, e forse ora ancora di più.
La marcia fu breve. Il fiato gli veniva sempre meno, ma non aveva ancora raggiunto il fiume.
Dovette fermarsi nuovamente. Si guardò la mano: unta di sangue. Ma ora questo non era importante.
Anche il suo mantello aveva una grossa macchia. Ma ora questo non era importante.
La notte gli era complice e in essa si immerse.
I vicoli erano sempre più stretti e forse sempre più sconosciuti. Ogni posto sembrava sempre lo stesso. La notte non permetteva la distinzione e la nebbia, sua alleata, non permetteva alcuna certezza.
Un gatto guardingo gli si avvicinò. Ma lui non lo considerò, il tempo era poco.
Da lontano si intravedevano le luci della passeggiata del fiume; ce l’aveva fatta, aveva quasi risolto il problema, pochi passi lo separavano.
Si avvicinò al parapetto, guardò le acque torbide di un fiume irrequieto.
Si sporse e poi gettò il coltello. I flutti lo ingoiarono avidamente, portandosi via ogni prova.
Finalmente, ora poteva riposare.
Ritornò nel vicolo, e nel mezzo, tra l’immondizia e l’oscurità si acquattò.
Lo stesso gatto gli passò nuovamente acconto, e facendo le fusa gli si buttò addosso.
“Vattene bestiaccia!” e con un impeto di ira lo scaraventò sul muro opposto.
Il gatto si lamentò, ma prima di andarsene lo graffiò.
“Bestiaccia maledetta, figlia del demonio… Avvisalo e digli che sto arr… Arrivando!
Bestiaccia, bestiaccia malefica,… Non ho pau… Non temo… Che la mort… mi prenda, non ho più nulla di cui preoccuparmi!”
Avvolto nel suo mantello e grondante di sangue al fianco, spirò.
“Ma che cosa è successo…, mi sento così strana!
Come mi gira la testa… Oh! Le mie medicine!
Mi dimentico sempre… Me lo dice sempre il dottore –Non dimenticare, rischi di far male a te stessa e agli altri- ha sempre ragione!
Ma per fortuna pensa a tutto Lui… e io non me ne preoccupo.”
Si alzò dal pavimento,ingoiò qualche pillola, bevve un bicchiere d’acqua, si rimise apposto il grembiulino, e dopo alcuni minuti andò alla porta.
“Avanti, prego” disse facendo accomodare i pazienti.
“Tra un po’ il dottore arriva, e non preoccupatevi, per qualsiasi problema ci pensa Lui!”
Quel giorno però i pazienti avrebbero atteso lungamente, e probabilmente si sarebbero preoccupati loro stessi dei propri problemi!
lisac
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categoria : racconto





venerdì, 23 dicembre 2005, ore 13:43

Lisa

lisac
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lunedì, 05 dicembre 2005, ore 16:48

In viaggio, per poi tornare
 
Parto per poi ritornare, ritorno per poi partire!
Il mio treno ha appena lasciato la stazione e nel suo moto accelerato mi sta portando a casa. La mia vacanza è terminata e tra qualche ora sarò di nuovo nei luoghi a me noti.
Ogni attimo vissuto, mi ha fatto bramare il ritorno.
Ma contrariamente a quanto si possa pensare, non sono stata male, anzi.
Tutto ciò che ho ammirato, assaporato, criticato, gustato… mi ha riempita e soddisfatto. Sono stata appagata, ma ora grido al cielo di accelerare il mio rientro.
Là qualcuno mi attende!
Ho visto culture diverse e assaggiato cibi dagli aromi sfumati e dai sapori conturbanti, ho ascoltato persone parlare una lingua diversa dalla mia, ho sfidato il tempo che non mi apparteneva, facendomi inghiottire dalle folate di vento e dai tramonti a tarda ora.
E intanto pensavo al ritorno, a quanto avrei avuto da raccontare.
Il treno si insinua nelle valli e mi porta verso dove qualcuno mi aspetta.
Guardo fuori dal finestrino e il paesaggio mi richiama quello che ormai è già passato: le camminate tra gente sconosciuta e le chiacchierate con i compagni di viaggio.
Mi mancheranno i sussurri nella notte, le confidenze sottili, importanti seppure banali: la necessità di dire tanto in un periodo quasi proibito. E intanto la notte scorreva, mentre noi discutevamo del destino, del colore di un vestito o dell’importanza di essere amici, tra risate, sospiri e piccoli silenzi, prima di un sonno profondo, liberatorio…per poi ricominciare in un giorno nuovo.
Parto per poi ritornare, ritorno per poi partire!
Appoggio la testa al finestrino e guardo la gente che sale sul treno. E di loro mi immagino strane storie: intrighi amorosi, folli passioni o pazzesche vite parallele fatte di misteri e fatali coincidenze.
E poi noto le facce di sempre che non nascondono nulla, che attendono la fine del viaggio.
E anch’io attendo di ritornare là dove qualcuno mi aspetta.
E mentre il treno riprende velocità, ripenso a quello che mi sono lasciata dietro e di quello che mi ritroverò davanti.
Mi frugo nelle tasche: scontrini, un fazzoletto, appunti di viaggio, due caramelle alla liquirizia. Sistemo, assetto, mi stiracchio, mentre il treno continua la sua corsa verso la mia meta.
Rovisto nella borsa, trovo i miei rullini: pezzi di vita, indelebilmente impressi in frammenti di pellicola, pezzi di storia che susciteranno ricordi, pensieri, sorrisi, allusioni…
Colori e volti, gesti e movenze, sculture e monumenti, paesi e scorci… tutti lì che attendo di essere stampati, criticati, osservati, impressi…
E intanto tutto attorno a me muta, diviene, si trasforma. Viaggia il treno tra i paesaggi più differenti e la gente intorno a me si diversifica, si alterna, cambia… 
Noto i vari pacchi intorno: carte sgargianti, dimensioni irregolari, borse trasparenti… Pensieri di viaggio in formato cartolina.
Mangio una caramella dal sapore forte, intenso: anch’essa reminiscenza di viaggio, sapore di passato, richiamo di quello che è stato.
E il treno va, verso la mia casa, dove qualcuno mi attende. Là troverò accoglienza e voglia di ascoltare. E un po’ alla volta narrerò, e magari esalterò: così mi sembrerà di non essere ancora tornata. Tralascerò qualche particolare, e magari ne celebrerò altri. Dirò di persone e sentimenti, di sapori e divertimenti.
Sarà bello ripensare, sì mi piacerà.
Un ragazzo mi urta, gli cade il lettore e la musica si diffonde. E questo mi riporta ai suoni che ho udito in paesi lontani. Ritmi melodici che narrano vicende di antichi guerrieri. Armonie incalzanti che riecheggiano nell’aria, supportate da danzatori di un tempo che fu, che non ritorna, e lascia all’immaginazione.
Ora il mio treno si ferma. Lascio che la folla mi anticipi, e piano scendo. Mi sposto goffamente, tra i mille pacchi, la borsa, la valigia e la macchina fotografica. Mi soffermo, penso, e respiro l’aria di casa: così diversa da come me la ricordavo. Una brezza nuova mi sfiora il volto mentre chi mi attende mi sorprende alle spalle facendomi trasalire. E sono di nuovo a casa.
Mi aiuta e porta con sé quello che non riesco a trascinare. Mi anticipa e mi apre la porta.
Mi soffermo nuovamente: sono pronta per varcare la soglia e riscoprire quello che fin poco prima era irrilevante.
E poi ripenso. Tutto assume un aspetto nuovo.
Chiudo la porta, ma sono pronta a riaprirla, tra un po’ dovrò ripartire, per godermi quello che mi risulterà mancante, assente, stantio, povero, vuoto.
E mentre progetto la nuova meta, abbraccio chi mi attende, accarezzo chi mi supporta, saluto chi mi sorride.
Come mi sento bene in questo giaciglio, come mi sento appagata qui, dove ho desiderato di ritornare.
Ma tutti sanno quello a cui già sto pensando: un treno che solca luoghi ancora da scoprire, sapori ancora da provare, colori ancora da ammirare… Tutto sarà nuovo intorno a me e in esso mi immergerò…
Ritorno per poi partire, parto per poi ritornare!
lisac
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categoria : racconto