
Il travaglio di un’anima
Proprio in una giornata in cui sembrava che anche gli angeli piangessero, e la disperazione del mondo cadesse fitta fitta da un cielo plumbeo e tenebroso: io presi il coraggio.
A volte non si riesce a comprendere il perché delle proprie azione, si sente soltanto il bisogno di adempiere a dei desideri, che dopo uno strano assopimento riemergono fino a divenire necessità di realizzazione.
Avevo appositamente evitato per non ricordare, o per non destare strane reminiscenze.
Avevo appositamente glissato per non incappare negli stessi errori.
Mi ero appositamente sfidata, era il giorno giusto, e volevo vedere fino a che punto sarei riuscita ad arrivare; affrontare le mie paure, rimuovere tristi sentimenti o semplicemente stare a guardare, senza aspettarmi nulla, se non il testare me stessa.
Ero riuscita ad entrare, e già era un gran passo.
Tante volte avevo rinunciato, proprio lì davanti. Forse l’imponenza dell’edificio, ma molto probabilmente ciò che in esso si racchiudeva, mi avevano fatto optare per strade diverse; e con l’amaro in bocca e un forte vuoto nell’anima rinunciavo all’impresa.
Ma proprio quando un tempo inclemente e irrispettoso imperversava, quando ogni evento sembrava avverso, io avevo guadagnato il mio posto all’interno di quel luogo a me ostile.
Non avevo voglia di sacralità, e neppure di un ritiro in preghiera: volevo solo riuscire ad entrare e poi tutto sarebbe continuato secondo il caso. E mi sembrava che proprio in quella maniera si stessero svolgendo i fatti.
Mancavano pochi minuti dall’inizio della funzione religiosa e stranamente non mi sentivo peggio di come ero entrata. Il cuore non mi pulsava incessantemente e neppure la mia ansia non aveva raggiunto quei limiti che a volte divengono insopportabili.
Ero lì, e semplicemente attendevo che tutto avesse inizio.
La funzione era solenne, ed ero pronta a subirne le conseguenze di una esasperata ritualità.
Ma stranamente ero calma; come intorpidita da qualche effetto strano, sconosciuto, ma decisamente benefico. Non comprendevo il motivo che mi avesse spinto a ritornare nella dimora di un Dio che sentivo lontano e addirittura delle volte sconosciuto, sapevo solo che ne avevo una necessità impellente.
Alzai lo sguardo verso la magnificenza della struttura e in essa mi persi. Ero incantata dalla sontuosità iconografica di un Dio da tempo lontano. Ammiravo la bellezza di un agnello che sembrava essersi scordato di una sua figlia, ormai sola, sconsolata e allo sbaraglio.
E mentre riflettevo, tutto era già iniziato.
Il coro ero eccelso e imponente, ma anche delicato e raffinato. Decantava un Dio misericordioso e magnanimo, e io rapita mi perdevo in quelle parole forse mai ascoltate profondamente come in quel momento.
Poi c’era lui, sull’altare, uno sputa sentenze che distorceva le parole di Dio e condannava tutti.
Ma poi lasciai da parte chi si definiva ministro di un Dio, forse ancora più lontano di quanto non lo fosse a me, e mi misi a guardare la croce.
Non comprendevo per quale motivo si fosse dimenticato di me.
Eppure dall’alto della sua misera figura, inchiodata in un mero legno, ricoperta di lividi e sofferente, non riuscivo ad intuire per quale strano motivo non comprendesse il mio vuoto che ormai era divenuto non soltanto turbamento interno, ma si esteriorizzava divenendo cruda afflizione e pura sofferenza.
No, non capivo. E intanto rimanevo lì prosciugata, incapace di donare e di ricevere. Un’anima sola e inconsolabile, abbattuta e profondamente lesa.
E questo capitava ogni qual volta abbassavo il fendente e rinunciavo alla lotta. Io ero sempre sola, e gli spettri di ciò che più mi impauriva, ad uno ad uno riemergevano da un oltretomba demoniaco.
E intanto chiedevo, ed aspettavo. Il mio cuore supplicava, e il mio animo implorava!
Ma non ricevetti risposte. E mentre tutti si erano alzati mi accorsi che anche il mio corpo lo aveva fatto, ma la mia anima ara rimasta a terra.
Era come se una parte di me si fosse scissa dall’altra. Una, era retta e attenta alla funzione, l’altra era rannicchiata sul freddo pavimento in cerca di soluzioni, che non arrivarono.
Tutto continuava, ma io rimanevo lì, ferma immobile con lo sguardo perso nel nulla a ricercare qualcosa che avevo perso, ma forse non avevo mai ottenuto.
E quanto più cercavo di rialzare quella parte afflitta, più mi sentivo spossata ed esaurita.
Ed iniziai a piangere!
Il mio spirito non resse e si arrese proprio nella casa del mio nemico, proprio lì nella dimora di chi credevo di conoscere, proprio lì in mezzo ad una folla assopita e ridondante, forse neppure tanto attenta e incurante.
Tutto continuava, ma io non riuscivo a rialzarmi. Vedevo le due me stesse lì, disunite, fuori-sincro, ed estremamente in contrasto tra di loro.
Forse la parte che giaceva nel freddo pavimento era quella forte e predominante, mentre quella debole era attenta agli altri, seguiva i canoni comportamentali e vestiva una bieca maschera, la stessa messami da una società perbenista, e fortemente falsa, forse la stessa che mi circondava.
E intanto vedevo il mio spirito spegnersi, affievolirsi, mentre le lacrime mi consumavano.
Gridavo emettendo forti suoni, ma nessuno mi notava, nessuno mi ascoltava: eppure a me era tutto così palese.
Nel frattempo la funzione proseguiva e l’altra me stessa continuava a precipitare nel baratro dei pensieri più oscuri, fino a toccare un fondo così aspro da farmi rabbrividire.
Poi tutto finì, così come era iniziato.
La gente iniziò ad uscire, composta e compatta. E io rimanevo là, con la consapevolezza però delle mie sensazioni.
Poi chinai il capo feci un sospiro… Ero pronta per tornare e per cercare in altre vie.
E mentre stavo per muovere i miei primi passi verso un’uscita definitiva da quel luogo che oramai non mi apparteneva più, qualcuno mi passò accanto accarezzandomi la mano, riscaldandomi il cuore a poco a poco, e lasciando una scia profumata di fragole e viole.
Alzai immediatamente la testa, e intravidi una figura vestita di cenci, che si immergeva nella folla uscente. Mi voltai per cercarla meglio, ma nessuno corrispondeva alla mia visione.
Rimasi sola, e indietro non tornò nessuno.
Quello che era accaduto poteva essere insignificante… E forse lo era!
Quando iniziarono a spegnere le luci, mi diressi verso la porta e iniziai a camminare verso una nuova vita.
Mi sentivo più leggere e non più scissa, consapevole che era il momento di lasciare la terrenità di un mondo forse troppo impellente per me.
E passo dopo passo iniziai a guadagnare uno spazio in cielo, mentre una figura dalla dolce fragranza mi veniva incontro.
E sbattendo la porta cadde il mio epitaffio:
Donna Giovane
_ _ anni
Dopo una lunga sofferenza d’animo,
Lascia i suoi cari, che ne danno il triste annuncio.