mercoledì, 30 novembre 2005, ore 08:32

“Quando le colombe piangono”
“Caro Diario,
Eccomi a te dopo tanto tempo.
Ma come sai la costanza non è assolutamente il mio forte. Scrivo oggi, dopo diverso tempo, per ricordarti l’importanza di questo giorno: festeggio trentacinque anni.
Mi piace, è un bel numero, e mi sento positiva… e non so per quale strano caso, prevedo che oggi sarà una giornata speciale.
Magari riceverò una visita inaspettata, o chi lo sa, qualche dono particolare proveniente da chissà dove.
Da quando mi trovo in questa condizione mi ero ripromessa di scrivere con più sollecitudine, ma non capisco quale meccanismo si inneschi, e puntualmente non mantengo le promesse fattemi.
Come se avessi molto da fare?!
Eppure mi sembra che il tempo sia viscido come un’anguilla e che mi sfugga, senza che io possa dire di aver concluso in maniera degna la giornata.
Gli anni scorrono e sembra che mi avvicini ogni giorno di più a quella fune, a quel cappio. Io cerco di sfuggirgli e mi contorco e dimeno, e più mi stringe e mi toglie il respiro.
A volte mi chiedo che valenza abbia per me una giornata. A chi rendo servizio, per chi divengo fonte di gioia, a chi dono speranza?!
E gli anni inesorabili scorrono; e non c’è nulla che li possa bloccare. Quante notti ho pregato che non sorga il giorno successivo, quante volte vinta dalla disperazione ho sperato di morire senza accorgermene, rapita dalla morte mentre il sonno mi tiene stretto.
E puntualmente arriva il giorno successivo, e tutto riparte da capo. E la solitudine resta la padrona incontrastata del mio cuore. Rendendo arida un’anima ormai perduta.
Ma chi concederebbe la redenzione a chi ha sbagliato così tragicamente?
Né la società né tanto meno Dio. Nessuno interviene, nessuno ascolta e noi marciamo dentro a queste mura decorate da foto che forse ci ricordano chi amavamo, ma soprattutto chi eravamo.
Sono convita che ormai siamo state sradicate e trapiantate in una nuova terra. Ma non daremo più frutti, nessuno ci concerà questa nuova opportunità.
 
Qualche giorno fa ho conosciuto la mia vicina:Doris.
E’ in questo stabile da poco.
E’ molto simpatica, non sembra come le altre… E’ socievole e spesso mi cerca per condividere della cioccolata o delle sigarette. E io attratta da questo suo atteggiamento cerco di contraccambiare, a volte solo con la compagnia.
Forse di più che in ogni altro luogo, qui ce n’è di bisogno…
Le visite sono sempre rade e le poche che riceviamo sono o di persone disperate o addirittura rassegnate. Eppure abbiamo bisogno di speranza, ma nessuno lo capisce. C’è la necessità di credere in noi stessi. Non vogliamo la fine, ma una rinascita.
Sappiamo già qual è il nostro futuro. Conosciamo tutto dal momento in cui siamo arrivate qui… Ma noi non abbiamo bisogno di compassione, ma solo di essere ascoltate e capire com’è là fuori.
Ma nessuno lo comprende, e rimaniamo qui in attesa di semplice utopia!
 
Tante volte nella notte vengo svegliata dai pianti soffocati. Li sento lontani, confusi…
Nessuno però li interrompe, nessuno osa! E tutte noi, tacitamente, all’unisono, ci uniamo ad un senso di devastazione, di desolazione, che diviene quasi palpabile, tanto è denso e intrinseco di disperazione.
 
Ah diario, a volte sogno. Ti sembrerà impossibile, ma ci riesco ancora.
Sono sola in un grande prato verde e il sole è forte e accecante. Non ci sono pareti intorno a me, ma solo spazio sterminato. Io chiudo gli occhi e inizio a librarmi nell’aria, e divengo una colomba.
Inizio a volare e mi sento bene!
Poi all’improvviso tutto finisce. Il cielo si oscura e sbatto contro ad un reticolato che non avevo visto. E ci rimango intrappolata. Le mie belle penne bianche si macchiano di rosso, e più mi dimeno più soffro. Mi accorgo che molta gente attorno a me mi osserva,mentre lentamente mi spengo, in un bagno di sangue, in un mare di lacrime.
E ansimante mi sveglio. Puntualmente sono sudata, ma mi ripeto che è solo un sogno e nulla ha importanza.
Ma poi non dormo più.”
 
All’improvviso con passo deciso e intimidatorio le si avvicinò qualcuno:
“Alzati, che fai lì rannicchiata.
Domani è il tuo giorno fortunato. Finalmente hanno deciso anche per te.
Tieni, usa questo foglio, e scrivi quello che vuoi mangiare.
Ti spetta un banchetto coi fiocchi. I contribuenti su questo non badano a spese.
Osa in merito alle pietanze e non pensarci poi molto: che sia degno di un’ultima cena!”
 
“Caro diario,
Avevo ragione. E’ stato un giorno indimenticabile. Il secondino me l’ha appena annunciato: domani la mia dose letale mi aspetta e forse raggiungerò la pace.
Sì, ma a quale prezzo!”
 
Lasciò cadere la penna e le ultime parole scritte, vennero sfumate da una lacrima che scivolò dal suo volto al diario.
Domani sarebbe uscita da quella gabbia, ma con le membra macchiate di lacrime e sangue, e privata di dignità e anima!
lisac
P.link ¤ ¤ commenti (26)(popup)
categoria : racconto





venerdì, 25 novembre 2005, ore 08:20

Un addio dovuto
 
Erano le ultime valige, e poi finalmente l’appartamento sarebbe stato completamente spoglio di me. Non c’era più nulla che potesse ricordare la mia presenza in quel luogo.
Avrei voluto non voltarmi e lasciarmi tutto indietro, ma era impossibile.
La sentii singhiozzare e non potei trattenere la mia voglia di guardarla un’ultima volta.
Era lì nel mezzo del tappeto persiano, con le gambe protese al petto che mi fissava mentre compivo le mie ultime mosse.
Dalla finestra entrava la rossastra luce del tramonto e le tende gialle svolazzavano, animate dalla brezza semi autunnale, mentre la radio trasmetteva musica soul, e lei era lì, splendida, con lo sguardo supplichevole e il mascara che le rigava il volto.
Appoggiai le valigie a terra e le andai incontro. Avvicinai il mio indice ai suo occhio e le raccolsi una lacrima. La mia mano si strinse in un pugno, mentre mi trattenevo dal baciarle la bocca: sottile, delicata. Ero intento ad arrestare quel momento per imprimerlo a fuoco nella mia anima, quando lei mi sussurrò all’orecchio:
“Resta almeno questa notte!”
“Non posso.”
“Perché?”
“Perché ti amo.”
Lei non aggiunse nulla. E questo fu peggiore di una coltellata in pieno ventre. Attesi…Ma non proferì parola.
E ancora una volta mi sorpresi. Non mi ero rassegnato al suo rifiuto. Non avevo accettato il fatto che lei non mi amasse più. Dopo l’innamoramento si era tutto dissolto, mentre io al contrario ero pronto a piegarmi al suo volere pur di rimanerle accanto, pur di condividere del tempo, pur di amarla.
Ma nulla era avvalso: più mi legavo, più lei si allontanava. Provava molto affetto e rispetto per me, ma non mi era sufficiente, volevo qualcosa in più che non poteva più donarmi.
Le accarezzai il volto, e le asciugai le lacrime. E la baciai teneramente sulla fronte, mantenendo il pieno controllo di me stesso.
Lei soffriva per me, non voleva mandarmi via e neppure lasciarmi, ma c’era forse altra soluzione?
Entrambi continuavamo a lederci involontariamente, ma insistentemente.
Mi alzai dalla posizione ginoflessa che avevo assunto, sfiorandole la gamba liscia, chiara e delicata. Ultimo contatto, ultimo accostamento, la fine di ogni avvicinamento.
“Vedrai, passerà!” le dissi.
E ritornai verso la porta dove le due valige mi attendevano.
“Che farò domani, quando non sarai più qui?” mi disse.
“Vivrai senza catene”.
E questa volta non attesi risposta, dandole la schiena aprii la porta e uscii mentre la radio trasmetteva solo musica nostalgica…
“Tristi son le rondini del cielo,
mentre vanno verso il mare,
è la fine di un amore!”

lisac
P.link ¤ ¤ commenti (22)(popup)
categoria : racconto





lunedì, 21 novembre 2005, ore 10:57

Il travaglio di un’anima
 
Proprio in una giornata in cui sembrava che anche gli angeli piangessero, e la disperazione del mondo cadesse fitta fitta da un cielo plumbeo e tenebroso: io presi il coraggio.
A volte non si riesce a comprendere il perché delle proprie azione, si sente soltanto il bisogno di adempiere a dei desideri, che dopo uno strano assopimento riemergono fino a divenire necessità di realizzazione.
Avevo appositamente evitato per non ricordare, o per non destare strane reminiscenze.
Avevo appositamente glissato per non incappare negli stessi errori.
Mi ero appositamente sfidata, era il giorno giusto, e volevo vedere fino a che punto sarei riuscita ad arrivare; affrontare le mie paure, rimuovere tristi sentimenti o semplicemente stare a guardare, senza aspettarmi nulla, se non il testare me stessa.
Ero riuscita ad entrare, e già era un gran passo.
Tante volte avevo rinunciato, proprio lì davanti. Forse l’imponenza dell’edificio, ma molto probabilmente ciò che in esso si racchiudeva, mi avevano fatto optare per strade diverse; e con l’amaro in bocca e un forte vuoto nell’anima rinunciavo all’impresa.
Ma proprio quando un tempo inclemente e irrispettoso imperversava, quando ogni evento sembrava avverso, io avevo guadagnato il mio posto all’interno di quel luogo a me ostile.
Non avevo voglia di sacralità, e neppure di un ritiro in preghiera: volevo solo riuscire ad entrare e poi tutto sarebbe continuato secondo il caso. E mi sembrava che proprio in quella maniera si stessero svolgendo i fatti.
Mancavano pochi minuti dall’inizio della funzione religiosa e stranamente non mi sentivo peggio di come ero entrata. Il cuore non mi pulsava incessantemente e neppure la mia ansia non aveva raggiunto quei limiti che a volte divengono insopportabili.
Ero lì, e semplicemente attendevo che tutto avesse inizio.
La funzione era solenne, ed ero pronta a subirne le conseguenze di una esasperata ritualità.
Ma stranamente ero calma; come intorpidita da qualche effetto strano, sconosciuto, ma decisamente benefico. Non comprendevo il motivo che mi avesse spinto a ritornare nella dimora di un Dio che sentivo lontano e addirittura delle volte sconosciuto, sapevo solo che ne avevo una necessità impellente.
Alzai lo sguardo verso la magnificenza della struttura e in essa mi persi. Ero incantata dalla sontuosità iconografica di un Dio da tempo lontano. Ammiravo la bellezza di un agnello che sembrava essersi scordato di una sua figlia, ormai sola, sconsolata e allo sbaraglio.
E mentre riflettevo, tutto era già iniziato.
Il coro ero eccelso e imponente, ma anche delicato e raffinato. Decantava un Dio misericordioso e magnanimo, e io rapita mi perdevo in quelle parole forse mai ascoltate profondamente come in quel momento.
Poi c’era lui, sull’altare, uno sputa sentenze che distorceva le parole di Dio e condannava tutti.
Ma poi lasciai da parte chi si definiva ministro di un Dio, forse ancora più lontano di quanto non lo fosse a me, e mi misi a guardare la croce.
Non comprendevo per quale motivo si fosse dimenticato di me.
Eppure dall’alto della sua misera figura, inchiodata in un mero legno, ricoperta di lividi e sofferente, non riuscivo ad intuire per quale strano motivo non comprendesse il mio vuoto che ormai era divenuto non soltanto turbamento interno, ma si esteriorizzava divenendo cruda afflizione e pura sofferenza.
No, non capivo. E intanto rimanevo lì prosciugata, incapace di donare e di ricevere. Un’anima sola e inconsolabile, abbattuta e profondamente lesa.
E questo capitava ogni qual volta abbassavo il fendente e rinunciavo alla lotta. Io ero sempre sola, e gli spettri di ciò che più mi impauriva, ad uno ad uno riemergevano da un oltretomba demoniaco.
E intanto chiedevo, ed aspettavo. Il mio cuore supplicava, e il mio animo implorava!
Ma non ricevetti risposte. E mentre tutti si erano alzati mi accorsi che anche il mio corpo lo aveva fatto, ma la mia anima ara rimasta a terra.
Era come se una parte di me si fosse scissa dall’altra. Una, era retta e attenta alla funzione, l’altra era rannicchiata sul freddo pavimento in cerca di soluzioni, che non arrivarono.
Tutto continuava, ma io rimanevo lì, ferma immobile con lo sguardo perso nel nulla a ricercare qualcosa che avevo perso, ma forse non avevo mai ottenuto.
E quanto più cercavo di rialzare quella parte afflitta, più mi sentivo spossata ed esaurita.
Ed iniziai a piangere!
Il mio spirito non resse e si arrese proprio nella casa del mio nemico, proprio lì nella dimora di chi credevo di conoscere, proprio lì in mezzo ad una folla assopita e ridondante, forse neppure tanto attenta e incurante.
Tutto continuava, ma io non riuscivo a rialzarmi. Vedevo le due me stesse lì, disunite, fuori-sincro, ed estremamente in contrasto tra di loro.
Forse la parte che giaceva nel freddo pavimento era quella forte e predominante, mentre quella debole era attenta agli altri, seguiva i canoni comportamentali e vestiva una bieca maschera, la stessa messami da una società perbenista, e fortemente falsa, forse la stessa che mi circondava.
E intanto vedevo il mio spirito spegnersi, affievolirsi, mentre le lacrime mi consumavano.
Gridavo emettendo forti suoni, ma nessuno mi notava, nessuno mi ascoltava: eppure a me era tutto così palese.
Nel frattempo la funzione proseguiva e l’altra me stessa continuava a precipitare nel baratro dei pensieri più oscuri, fino a toccare un fondo così aspro da farmi rabbrividire.
Poi tutto finì, così come era iniziato.
La gente iniziò ad uscire, composta e compatta. E io rimanevo là, con la consapevolezza però delle mie sensazioni.
Poi chinai il capo feci un sospiro… Ero pronta per tornare e per cercare in altre vie.
E mentre stavo per muovere i miei primi passi verso un’uscita definitiva da quel luogo che oramai non mi apparteneva più, qualcuno mi passò accanto accarezzandomi la mano, riscaldandomi  il cuore a poco a poco, e lasciando una scia profumata di fragole e viole.
Alzai immediatamente la testa, e intravidi una figura vestita di cenci, che si immergeva nella folla uscente. Mi voltai per cercarla meglio, ma nessuno corrispondeva alla mia visione.
Rimasi sola, e indietro non tornò nessuno.
Quello che era accaduto poteva essere insignificante… E forse lo era!
Quando iniziarono a spegnere le luci, mi diressi verso la porta e iniziai a camminare verso una nuova vita.
Mi sentivo più leggere e non più scissa, consapevole che era il momento di lasciare la terrenità di un mondo forse troppo impellente per me.
E passo dopo passo iniziai a guadagnare uno spazio in cielo, mentre una figura dalla dolce fragranza mi veniva incontro.
E sbattendo la porta cadde il mio epitaffio:
Donna Giovane
_ _ anni
Dopo una lunga sofferenza d’animo, 
Lascia i suoi cari, che ne danno il triste annuncio.
lisac
P.link ¤ ¤ commenti (13)(popup)
categoria : racconto





lunedì, 14 novembre 2005, ore 10:49

Il Violino e la Ballerina
 
La lezione terminò e le ragazze ad una ad una lasciarono la sala. Il maestro uscì per primo, aveva un gruppo di allieve che l’attendeva  nella parte opposta della città, e con sé si trascinò dietro anche quel pesante e paffuto del pianista.
Ora erano rimasti soli. Non c’era nessun’altro se non loro due.
Michelle si avvicinò a Brian che guardava fuori le insegne luminose.
Lei spense le luci, e lasciò accesa solo quella al centro della stanza.
“Estrai il violino dalla custodia e danzerò solo per te”
Lui si girò e la guardò nell’interezza della sua esile figura.
“Non voglio che tu danzi per me, ma voglio te”
“Lo sai che non sarà mai possibile; troppi mondi lontani, troppi ostacoli, troppe incognite, troppo tardi!”
Brian rimase incantato davanti alla posa statuaria che aveva assunto. Un gamba protesa in avanti, e le due braccia estese al cielo, il suo sguardo fisso verso il vuoto. Era pronta, la coreografia era stampata nella sua mente, attendeva solo il melodico e malinconico suono del violino.
Brian prese una sedia riposta nell’angolo della stanza, la posizionò vicino a lei.
“Pronto. Quando vuoi!”
Lei fece un cenno con la testa, e armoniosamente insieme iniziarono a creare.
Lei danzava mentre il violino emetteva note che toccavano il fondo dei loro cuori. Lui suonava mentre lei piroettava con leggerezza e maestria.
E mentre divenivano parte l’uno dello spirito dell’altra, la loro arte divenne espressione del loro amore.
Brian lentamente pizzicava le corde del violino, mentre Michelle saltellava sulle punte da una parte all’altra della sala. Il suo corpo scultoreo rifletteva la magnificenza dei movimenti su uno specchio beffardo e traditore, che rivelava nella sua interezza il dolore di un imminente addio.
Michelle spiccò un salto mentre Brian emise un suono lungo e straziante.
Lei non resse all’emozione e lasciò che le lacrime le offuscassero la vista, mentre lui emetteva note sempre più lunghe  e laceranti.
E insieme guadandosi negli occhi compresero che sarebbe stata l’ultima nota per lui e l’ultimo volè per lei.
E fu così. Michelle esausta si adagiò sul pavimento, mentre Brian si immobilizzò plasticamente nell’ultima nota emessa, lasciando le dita fisse sulle corde e la mano tesa sull’archetto.
Poi all’unisono alzarono lo sguardo. Entrambi, sfiniti, compresero che non ci sarebbe stato un domani.
Lei sarebbe andata in una scuola per professioniste, lui avrebbe raggiunto una giovane moglie che fino ad oggi vanamente lo aveva atteso.
Sì. Era la fine.
“Un assolo perfetto Brian” disse Michelle mentre il suo sudore diveniva pianto.
“Mai alla tua pari!”
Si alzò dalla sedia e posò il violino, le si avvicinò e le porse la mano. Lei in un balzo fu in piedi. Lui la trascinò a sé, la guardò nel volto e le accarezzò le labbra.
“Addio Brian, è giusto così!”
“Addio Michelle non è giusto così!” 
La baciò lungamente, e per un tempo impreciso tutto si bloccò: il mondo smise di respirare. Si sentiva il folle battito dei loro cuori e il silenzio tutt’attorno.
Lei con violenza si staccò da lui.
E il mondo riprese a vivere.
Lui prese la custodia del violino e lo ripose.
Si voltò per un ultimo sguardo, ma lei non c’era già più: l’ultimo ballo era terminato!

lisac
P.link ¤ ¤ commenti (21)(popup)
categoria : racconto





lunedì, 07 novembre 2005, ore 09:58

L’incubo esasperato di una realtà
 
Era come se mi mancasse l’aria. Mi sentivo ermeticamente chiusa dentro una scatola. Respiravo a fatica… non so quanto sarei resistita. Il buio era ovunque e non percepivo nessun altro se non me stessa, rigidamente piegata al suolo in mezzo a del tulle.
Poggiavo su una superficie liscia e fredda: come il mio cuore in quel momento. 
Le mia braccia protendevano verso parti opposte e non c’era verso di spostarle; certo lo spazio era ridotto, ma nello stesso tempo la rigidità, che tutte le mie membra avevano assunto, era tale che nulla obbedisse più alla mia volontà. Quindi per quanto mi sforzarsi di comandare un movimento, questo mi veniva impedito.
Paralizzata! Di questo ne fui convinta.
Solo il mio cervello sembrava l’unico elemento vitale della mia struttura fisica.
Avevo tentato di muovere i muscoli facciali, ma sembravano bloccati in una smorfia, o in un inizio di sorriso.
Sentivo la testa dolermi per la posizione che diveniva sempre più scomoda.
Poi iniziarono i crampi alle gambe. I polpacci iniziarono a farmi male. Erano protesi, rigidi, inflessibili.
Ma dov’ero capitata? Che cosa mi stava succedendo.
Tentai di gridare, ma tutto si dimostrava vano. Le mie corde vocali non emettevano suono nonostante cercassi disperatamente di farmi udire da qualcuno.
L’angoscia diveniva il nutrimento del mio spirito e pian piano compresi che sarebbe soggiunta la morte. Ero una sepolta viva, una condannata a morte senza aver commesso crimine.
Ero un evento speciale, una rarità, una morte incompresa, e impartita prima del sopraggiungere naturale degli eventi.
Ma come era iniziato il tutto? Da quale momento aveva avuto inizio una così particolare condizione per poi sfociare in un così tragico epitaffio?
E poi mi lasciai vincere. Ero stanca di combattere contro una potenza. E con tutte le forze urlai alla morte di impossessarsi di me e di darmi un riposo eterno dopo questo infame supplizio.
E fu la fine. Non sentii più nessun dolore, e una calma mi pervase fino a farmi raggiungere una pacatezza generale.
Poi uno scossone mi riportò in vita. Risentii le membra dolermi. E pensai quanto beffardo fosse il destino nei miei confronti.
Venni accecata da una luce intensa. E fu come un nuovo inizio. Mi ritrovai ritta su me stessa poggiata su una gamba, mentre una musica classica mi faceva svolazzare su uno specchio.
In esso mi guardai.
Era una bambola da carillon.
Portavo un corpetto rosa e un tutu bianco e roteavo su me stessa.
E lui era lì che mi guardava mentre mi diceva:
“Mia divina danza per me e solo per me. Non stancarti! Forza mia Salomè. Fammi vedere tutta la tua grazia.
Mio gioco preferito, mio armoniosa bambolina, mia stupenda creatura”
Poi mi rimise il coperchio e tutto iniziò da capo.
Sentivo il dolore ovunque, e la pazzia per il chiuso tendeva e divenire delirio.
Mi risvegliai all’improvviso. Mi sedetti sul letto mentre il mio cuore batteva all’impazzata.
Poi sentii quel dolore alla spalla. Era intenso, pungente, e agghiacciante. Mi girai verso chi me l’aveva procurato.
Dormiva profondamente, con espressione innocente, pura!
Poi mi girai verso il mio comodino e vidi il carillon che mi era stato regalato, come pegno di amore incontrastato, e come segno di remissioni.
Mi alzai dal letto, lo presi e mentre lo stavo per riporre insieme agli altri insignificanti oggetti testimonianza proprio dell’assenza di un amore, venni presa da un raptus di violenza.
E senza pensarci mi scaraventai su di lui e sul suo sonno. E con il mio carillon lo colpii più volte sulla testa. Finché non lo sentii più respirare.
E mentre mi apprestavo ad uscire senza meta e senza senno, “il lago dei cigni” divenne la mia colonna sonora.
La bambolina uscì e si lasciò alle spalle chi si nutriva di violenza. Ma si accorse quando guardò le proprie mani impastate di sangue e saliva, di non essere poi tanto differente!
“Tesoro, è ormai giorno”
E un bacio mi riportò al canto dell’allodola.
“E’ stata una notte movimentata, rilassati guardando il tuo carillon mentre mi faccio per primo la doccia”
Alzò il coperchio e la bambolina iniziò a roteare.
“Danza bambolina danza...Tanto so già come andrà a finire.”
Richiusi il carillon e lo misi insieme a ciò che esprimeva una remissione di un amore violento.
Mi alzai, presi la pistola e prima sparai sulla minuscola danzatrice, poi attesi che Lui uscisse dal bagno e lo presi in pieno petto, e solo quando capii che tutto era veramente finito, mi sparai un colpo alla tempia.
“Danza ballerina danza, mentre l’oblio diviene realtà”
“Che notte” disse lui aprendo gli occhi.
“E’ stata atroce” disse lei “ ho sentito spari, colluttazioni, suoni, ma non capivo poi molto… Ieri sera abbiamo bevuto troppo.”
“Mah! Però vieni alla finestra. Dal piano terra stanno portando fuori qualcosa…? E che ci fa tutta quella polizia?!”
“Dobbiamo traslocare, non si riesce mai a stare in pace”
“Hai ragione!”
Chiusero la finestra e cercarono subito un nuovo appartamento.
Quanto a quello che possa essere successo al piano inferiore, rimane ancora un mistero, ma si racconta che fossero due brave persone!
lisac
P.link ¤ ¤ commenti (25)(popup)
categoria : racconto





mercoledì, 02 novembre 2005, ore 07:24

Con tutto l’amore di una partenza
18 maggio 20..
Caro mio tesoro,
Oggi la tua mamma ha scelto: la vita.
Ha scelto te, al posto della morte.
Tuo padre non è d’accordo, ma non perché non ti ama, ma perché ancora non ti ha conosciuto.
Io invece so già tutto di te… e nonostante non siano molti i mesi in cui vivi nella mia pancia… tu mi sei noto.
So che sarai un bambino vivace e tremendamente attivo… Sì, sento il tuo movimento e le tue vibrazioni.
So che sei destinato a rendere grande il futuro. E non temere, non ti voglio imporre una professione o designarti una missione, ma lo so, per certo, che con la tua vita, tu porterai grande felicità e bellissimi momenti, e questo è l’equivalente di un grande avvenire.
Lo so che ti mancherò, sarà naturale…
Ma la vita ci riserva delle sorprese a cui non si può porre rimedio, ma io oggi l’ho sfidata e ho scelto te!
Anche se io non ci sarò, avrai comunque chi ti starà vicino, chi ti accudirà e chi ti indicherà la strada giusta.
Sbaglierai, faticherai, piangerai, urlerai… ma saranno pronti a venirti incontro quando sarà il momento.
Tuo padre, ricorda, oggi ha scelto anche lui la vita, ma non si è ancora accorto che è quella sbagliata. Diamogli del tempo, ne ha bisogno, è molto impulsivo ma tremendamente buono! Lui crede in me e nelle mie forze, ma non sa che alcune lotte sono perse in partenza.
Amalo con tutti i suoi limiti e i suoi vizi, scoprirai così le sue doti e le sue virtù! E’ un grande uomo che mi ha dato tutto il suo amore, e quindi mi ha donato te!
Probabilmente non ti vedrò crescere, ma sai, il tempo che stiamo passando, ora, assieme io e te, è solo nostro e nessuno può comprenderlo. Lo so che non basteranno nove mesi perché tu capisca chi sono, ma avrai una certezza: ti ho amato da quando eri solo un’idea!
Ogni mattino mi alzo e guardo il mio pancione che si deforma per te… Quanto tu sia bello già lo so, non occorre che ti veda,  l’ho gia capito…
Conservo ogni tua ecografia, sono le prime tue foto, le lascio a te perché saprai che è da qui che ho iniziato a comprenderti, ad accarezzarti, ad amarti.
Oggi ho scelto la vita, e per questo non mi curerò. Lascerò che la malattia si impossessi di me senza che a te nulla venga torto. Se ne sarò in grado ti allatterò, e dal mio seno voglio che tu prenda il primo nutrimento.
Probabilmente la vita vorrà che tu ti ricorda di me solo attraverso le foto o i racconti di chi mi è stato vicino, ma non temere io ci sarò, anche quando non mi vedrai… Non ne ho una base scientifica, ma semplicemente una certezza materna.
Sono sicura che alcune mie movenze saranno anche le tue, e magari ti mangerai anche tu le unghie, ma non farti vedere da tuo padre, lo detesta.
Magari avrai anche tu questi capelli arruffati, ma hanno il loro fascino…e vedrai ti permetteranno di conquistare…
E se un giorno quando ti guarderanno diranno tu assomigli a tua madre, beh sappi che l’ho voluto, con tutte le mie forze.
Non so quanto mi sarà permesso di vivere, certo non è dato a nessuno sapere questo. Ma a me sono stati posti dei limiti. Di sicuro ti darò alla luce e ti stringerò con tutte le mie forze…e piangerò con te mentre emetterai i primi vagiti affacciandoti a questo mondo che per quanto dicano sia duro, e magnifico da vivere!
Ama figlio mio, non risparmiarti…
Donati agli altri e permetti che anch’essi lo facciano con te… è il più immenso sentimento che una persona possa provare.
Rispetta chiunque, e soprattutto tuo padre: sarà magnifico e ti conserverà come il più prezioso dei gioielli.
E quando sarà il tuo tempo ti permetterà di spiccare il volo ovunque tu voglia… Lo so già, lo so!
Questa è la prima lettera che scrivo a te, mentre sgranocchio una mela e bevo un bicchiere di latte. Ogni tanto tu mi ricordi della tua presenza e allora accarezzo il mio pancione, in cui tu vivi e mi ascolti.
Non ti scriverò altro… Non voglio che tu ti intristisca pensando alla tua mamma che non c’è più, non voglio che viva la tua vita con nostalgia…
Voglio solo che ti ricordi di me, e che tu capisca che oggi ho scelto la vita, anche se quando leggerai questa mia lettera io non ci sarò già più.
Con immenso amore,
La tua mamma
lisac
P.link ¤ ¤ commenti (21)(popup)
categoria : racconto