
Sulle ali di un nuovo mondo
Soltanto quando l’aereo iniziò il decollo compresi tutto.
Capii che avevo alle spalle un mondo che non mi apparteneva più.
Un nuovo continente mi attendeva e il resto era soltanto un pallido ricordo di un travolgente passato.
I motori iniziarono ad attivarsi e man mano che si prendeva quota mi sentivo più leggera ed infinitamente spensierata.
Non so quanto possa aver dedicato a questo rapporto, forse una vita, ma per lui non sarebbe mai stato sufficiente.
Ogni attimo in più in quella casa non sarebbe stato abbastanza per soddisfarlo, per renderlo fiero, per renderlo appagato.
E così presa da questo raptus, nel pieno della notte, ho svuotato i cassetti più preziosi su una mia grande valigia verde, e dando un’ultima occhiata a quel che restava di un imminente passato ho chiuso una porta per sempre e con essa ho aperto nuovi orizzonti.
Sali aereo, sali e portami là su dove io possa trovare pace e nuova vita.
Lui ormai se ne sarà accorto.
Come al solito appena sveglio avrà sbraitato il mio nome, avrà anche spergiurato, e atteso il suo caffè, lì nel suo giaciglio notturno. E con esso anche il giornale.
E poi con la sua flemma si sarebbe alzato, avrebbe messo la sua vecchia vestaglia a quadri e mi avrebbe raggiunto in cucina, dove di norma, l’avrei atteso con una colazione succulenta.
E lui mi avrebbe salutato con il suo sorriso ipocrita, mi avrebbe dato il classico bacio sulla guancia e io mesta avrei atteso le lamentele per una miriade di errori non commessi.
Questo per ventisette anni della mia vita, questo si ripeteva all’infinito ogni sacro santo giorno, come un castigo divino.
Sali aereo, sali e portami la voglia di combattere, che mi sembra di aver riposto in quanto c’è di più profondo e oscuro della mia anima.
Alle nove io sarei uscita di casa per fare la spesa e badare alle classiche commissioni domestiche.
E lui si sarebbe seduto in poltrona ad attendere il pranzo.
Sarei rientrata e avrei iniziato a cucinare, e mostrandomi affettuosa e accorata avrei dato prova delle mie capacità di alta cucina.
Lui avrebbe mangiato, mangiato e mangiato, e con esso bevuto, bevuto e bevuto.
E io avrei atteso.
Lui si sarebbe appisolato e io avrei iniziato a sparecchiare, facendo piano, piano, e poi piano.
Ma qualcosa sarebbe andato storto. Lui di sicuro si sarebbe alzato dalla poltrona e per quanto preparata io potessi essere sarei stata presa alla sprovvista e avrei iniziato a subire.
Percosse, schiaffi, calci in qualsiasi parte del corpo tranne il volto, per mantenere intatte le apparenze. E lui avrebbe picchiato, picchiato e poi picchiato, finché io esausta sarei rimasta a terra semi svenuta, incapace di versare lacrime e passiva per questa sorte avversa e deleteria.
E lui stanco, dopo avermi guardata dall’alto del suo metro e novanta per centoventi chili, e avermi fatta sentire il più piccolo essere sulla terra, avrebbe sogghignato e senza proferire parola si sarebbe nuovamente appisolato e lentamente avrebbe smaltito al sbornia.
Sali aereo, sali e portami oltre ciò che è stato, perché possa rinascere e trovare vita nuova.
Lui avrebbe dormito molto a lungo e io dopo aver assettato, per non dargli motivi d’ira, e infine mi sarei chiusa a chiave in bagno e avrei versato lacrime miste al bagno schiuma e avrei curato le ferite di un corpo martoriato.
E intanto avrei atteso la scossa successiva, la sua nuova violenza, la furia crudele.
Ma comunque non sarei mai stata pronta, sarebbe sempre stato troppo veloce e travolgente. Troppo cruento e impulsivo e io sarei stata di nuovo preda e ancora vittima.
Vittima di un grande amore che a lui mi legava, quasi mi soffocava.
Un’oppressione che mi vincolava e mi illudeva e soprattutto mi convinceva che in modo diverso non avrei mai potuto vivere.
Eppure oggi mi trovo solo a pregare che questo aereo salga e arrivi lontano, là dove io possa ritrovare un mondo che non ho mai conosciuto, fatto anche di sorrisi, carezze e affettuosità.
Sali aereo, sali e permettimi di trovare qualcosa di diverso da quello che fino ad ora mi è stato negato.
Lui a quest’ora si sarà già accorto dell’armadio spoglio, delle cornici senza la mia foto e quella di mia madre.
Sì, si sarà accorto del ritardo di un caffè bollente, ma non troppo e di un giornale nuovo e non stropicciato.
Avrà sbraitato e mi avrà chiamato incapace e snaturata, solo per non averlo avvisato della mia assenza. Non si sarà preoccupato del mio ritardo, ma semplicemente dello sfasarsi di una sua routine perfetta e ordinaria.
Non avrà capito che la mia assenza non sarebbe stato un semplice ritardo, no, lui non avrebbe compreso.
Avrebbe atteso fino alla prima birra, quando si sarebbe avvicinato al frigorifero.
E lì attaccato, avrebbe trovato un foglio con su scritto a caratteri cubitali quello a cui non avrebbe mai creduto.
Avrebbe semplicemente letto “Addio Papà!”