lunedì, 24 ottobre 2005, ore 09:32

Tutto per una notte
“La notte fu magnifica!
La luna piena ha fatto da contorno ad un amore immenso, smisurato…
Siamo stati travolti dalla passione e ogni istante l’abbiamo trascorso insieme, uniti.
Ogni momento avrei voluto poterlo imprimere nella mente e depositarlo nei meandri più profondi, per poi servirmene quando tu saresti stato lontano, quando non avrei potuto congiungere le mie labbra alle tue, quando mi sarebbe stato impossibile annusarti, sfiorarti…
E poi all’unisono cademmo nelle dolci braccia di Morfeo.
E poi venne il giorno.
La dea Selene lasciò spazio all’operato di Apollo, e con i primi tepori mattutini mi svegliai, e tu non c’eri più… eri sparito.
Non avevo ancora iniziato a fantasticare, avevo solo amato il momento.
Non avevo ancora pensato ad un futuro… Ma soltanto a qualcosa di più di una notte!
Ecco, un’altra sconfitta, un’altra rottura, l’ennesima fuga.
Che cosa è successo?
Sei stato attratto solo dall’avvenenza delle mie forme, dalle mie sembianze, dalle mie movenze…
Afrodite ti si è presentata davanti, con tutte le sue grazie, donandotele, senza riserva, senza ritegno...
Ma allora anche questa volta Eros aveva scoccato le sue frecce solo per me; e tu eri rimasto solo sedotto da un corpo assente di anima e sentimento?!
Non confermarmi questo, non lasciarmi in questa angoscia.
Torna notte, calate stelle, coprite questo torbido momento e fatemi rivivere quello che è stato, e permette che rimanga…
Datemi ancora le carezze focose di una intesa amorosa, riportate indietro le lancette.. Crono sia magnanimo con me!
Non voglio aver consumato il momento, non voglio…
Qual è lo sbaglio più grande che ho commesso?
Eppure ricordo i tuoi -per sempre- che mi sono stati sussurrati all’orecchio.
Ricordo le tue effusioni, i tuoi abbracci, i tuoi...
Ricordo tutto, non ho rimosso nulla!
Ma a quanto pare ormai è tutto passato, e così come un fulmine a cielo sereno prelude un nefasto presagio, così tu non c’eri più.
Ma forse è stata quella civetta che spiandoci dalla finestra, emettendo il suo verso, ci ha portato sfortuna…?
Oh, ormai tutto è perduto.
Ma questa volta è l’ultima. Sarai l’ultimo uomo ad avere l’onore di recarmi sofferenza!”
 
Piegò il foglio e lo lasciò sopra al tavolo della cucina, in attesa che qualcuno lo ritrovasse…
Il suo sguardo era deciso e agghiacciante.
E mossa da una lucida pazzia si diresse verso il bagno. Riempì la vasca di acqua calda e in essa si immerse. La vasodilatazione compì il suo corso, prosciugandole lentamente, ma teneramente il sangue dalle vene.
E piano piano, assopita da una dolce morte, si apprestava a lasciare la vita.
 
“Amore, dove sei, sono tornato, ho portato la colazione…”, disse lui entrando in casa.
La cercò, la chiamò ripetutamente…ma lei non rispose
 
Infine aprì la porta del bagno e la vide esanime, avvolta in un’acqua torbida, rossastra, letale…

Troppo tardi! Il Traghettatore l’aveva portata al di là dello Stige e già si trovava avvinghiata alle braccia di Ades; e lui fin da subito non la rifiutò. 

lisac
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venerdì, 21 ottobre 2005, ore 07:21

Sulle ali di un nuovo mondo

 Soltanto quando l’aereo iniziò il decollo compresi tutto.
Capii che avevo alle spalle un mondo che non mi apparteneva più.
Un nuovo continente mi attendeva e il resto era soltanto un pallido ricordo di un travolgente passato.
I motori iniziarono ad attivarsi e man mano che si prendeva quota mi sentivo più leggera ed infinitamente spensierata.
Non so quanto possa aver dedicato a questo rapporto, forse una vita, ma per lui non sarebbe mai stato sufficiente.
Ogni attimo in più in quella casa non sarebbe stato abbastanza per soddisfarlo, per renderlo fiero, per renderlo appagato.
E così presa da questo raptus, nel pieno della notte, ho svuotato i cassetti più preziosi su una mia grande valigia verde, e dando un’ultima occhiata a quel che restava di un imminente passato ho chiuso una porta per sempre e con essa ho aperto nuovi orizzonti.
 
Sali aereo, sali e portami là su dove io possa trovare pace e nuova vita.
 
Lui ormai se ne sarà accorto.
Come al solito appena sveglio avrà sbraitato il mio nome, avrà anche spergiurato, e atteso il suo caffè, lì nel suo giaciglio notturno. E con esso anche il giornale.
E poi con la sua flemma si sarebbe alzato, avrebbe messo la sua vecchia vestaglia a quadri e mi avrebbe raggiunto in cucina, dove di norma, l’avrei atteso con una colazione succulenta.
E lui mi avrebbe salutato con il suo sorriso ipocrita, mi avrebbe dato il classico bacio sulla guancia e io mesta avrei atteso le lamentele per una miriade di errori non commessi.
Questo per ventisette anni della mia vita, questo si ripeteva all’infinito ogni sacro santo giorno, come un castigo divino.
 
Sali aereo, sali e portami la voglia di combattere, che mi sembra di aver riposto in quanto c’è di più profondo e oscuro della mia anima.
 
Alle nove io sarei uscita di casa per fare la spesa e badare alle classiche commissioni domestiche.
E lui si sarebbe seduto in poltrona ad attendere il pranzo.
Sarei rientrata e avrei iniziato a cucinare, e mostrandomi affettuosa e accorata avrei dato prova delle mie capacità di alta cucina.
Lui avrebbe mangiato, mangiato e mangiato, e con esso bevuto, bevuto e bevuto.
E io avrei atteso.
Lui si sarebbe appisolato e io avrei iniziato a sparecchiare, facendo piano, piano, e poi piano.
Ma qualcosa sarebbe andato storto. Lui di sicuro si sarebbe alzato dalla poltrona e per quanto preparata io potessi essere sarei stata presa alla sprovvista e avrei iniziato a subire.  
Percosse, schiaffi, calci in qualsiasi parte del corpo tranne il volto, per mantenere intatte le apparenze. E lui avrebbe  picchiato, picchiato e poi picchiato, finché io esausta sarei rimasta a terra semi svenuta, incapace di versare lacrime e passiva per questa sorte avversa e deleteria.
E lui stanco, dopo avermi guardata dall’alto del suo metro e novanta per centoventi chili, e avermi fatta sentire il più piccolo essere sulla terra, avrebbe sogghignato e senza proferire parola si sarebbe nuovamente appisolato e lentamente avrebbe smaltito al sbornia.
 
Sali aereo, sali e portami oltre ciò che è stato, perché possa rinascere e trovare vita nuova.
 
Lui avrebbe dormito molto a lungo e io dopo aver assettato, per non dargli motivi d’ira, e infine mi sarei chiusa a chiave in bagno e avrei versato lacrime miste al bagno schiuma e avrei curato le ferite di un corpo martoriato.
E intanto avrei atteso la scossa successiva, la sua nuova violenza, la furia crudele.
Ma comunque non sarei mai stata pronta, sarebbe sempre stato troppo veloce e travolgente. Troppo cruento e impulsivo e io sarei stata di nuovo preda e ancora vittima.
Vittima di un grande amore che a lui mi legava, quasi mi soffocava.
Un’oppressione che mi vincolava e mi illudeva e soprattutto mi convinceva che in modo diverso non avrei mai potuto vivere.
Eppure oggi mi trovo solo a pregare che questo aereo salga e arrivi lontano, là dove io possa ritrovare un mondo che non ho mai conosciuto, fatto anche di sorrisi, carezze e affettuosità.
 
Sali aereo, sali e permettimi di trovare qualcosa di diverso da quello che fino ad ora mi è stato negato.
 
Lui a quest’ora si sarà già accorto dell’armadio spoglio, delle cornici senza la mia foto e quella di mia madre.
Sì, si sarà accorto del ritardo di un caffè bollente, ma non troppo e di un giornale nuovo e non stropicciato.
Avrà sbraitato e mi avrà chiamato incapace e snaturata, solo per non averlo avvisato della mia assenza. Non si sarà preoccupato del mio ritardo, ma semplicemente dello sfasarsi di una sua routine perfetta e ordinaria.
Non avrà capito che la mia assenza non sarebbe stato un semplice ritardo, no, lui non avrebbe compreso.
Avrebbe atteso fino alla prima birra, quando si sarebbe avvicinato al frigorifero.
E lì attaccato, avrebbe trovato un foglio con su scritto a caratteri cubitali quello a cui non avrebbe mai creduto.
Avrebbe semplicemente letto “Addio Papà!”
lisac
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lunedì, 17 ottobre 2005, ore 09:34

“Il buffone della sorte”
 
“Mio Dio, non abbandonarmi proprio oggi!
Ho un tremendo bisogno di Te e della Tua misericordia.
Illuminami, indicami qual è la mia direzione, anche se ormai ho compreso: non è di certo questa.
Sono sudato e questa veste non mi si addice. La platea mi aspetta, e tra un bisbiglio e qualche invocazione sommessa, attende placida il mio arrivo.
Che si aspetteranno da me…
Certo io sono un Tuo umile servo, sono una pedina mossa per volere divino, ma come dovrò affrontarli tutti?
Mio Dio, perché mi hai fatto questo.
Mi sento sperduto, e disorientato. Forse ho smarrito qualcosa, non ho visto la luce, non ho ascoltato veramente il tuo volere?
Di sicuro l’intercessione di mio padre è stata fondamentale.
Che se ne faceva di un figlio che non poteva mantenere?
E io mestamente ho accettato il mio destino, quello che mi era stato impartito, quello scritto dalle umili e callose mani del mio severo padre.
Povera madre mia, piangente sull’uscio di casa mentre mi vedeva partire, povera madre mia!
I primi tempi non sono stati troppo duri. Non ho mai fatto fatica ad abituarmi ai cambiamenti. Mi sono sempre sentito parte degli altri, e lo studio non è mai stato complicato. Anzi lo trovavo avvincente, intrigante e profondamente importante.
Ma l’ho sempre saputo che se fossi andato fino in fondo, sarei stato l’uomo giusto con la professione sbagliata: conoscevo alla perfezione la materia, ma non ero in grado di attenermi alle sue regole.
Mio Dio e ora, che debbo fare? Devo dare ascolto alla mia volontà di cercare una via di fuga, una scappatoia, o buttarmi come un agnello in mezzo ai lupi? Ma questa è la Tua volontà, o il solo frutto di una strada appositamente spianata per me, da qualcun’altro?
Mio Dio, non abbandonarmi proprio oggi!
E poi Ti prego, toglimi ogni distrazione, allontanami dalla mente la sua bellezza!
O forse è già troppo tardi!
Spiegami, oh mio Dio, se il mio pensiero si perde nelle sue parole, se i miei occhi non si distolgono dalle sue labbra, se fremo dal desiderio di sfiorarla, per poi sentire che non basta…
Spiegami, se quando spengo la luce prima di dormire, la immagino lì vicino a me, se le mie membra dolgono per mantenere la lontananza…
Spiegami…
Non è ormai troppo tardi?
Perché vuoi che soffra nella carne e nello spirito?
Ma, è Tuo volere, o una serie di eventi funesti che mi hanno segnato un tragitto che non avrei mai dovuto percorrere?
Mio Dio, non abbandonarmi proprio oggi!
Eppure lo so, mi conosco, sono consapevole di quello che sono in grado realizzare.
Uscirò, e darò a loro quello che si aspettano. Forse anche di più.
Sarò eccelso, stupirò, incanterò, acclamerò, e innalzerò.
Sì sarò così, perfetto nella mia falsità. Mi esprimerò al meglio e nessuno si accorgerà…
No nessuno, perché nessuno conosce il mio bollore interiore, la mia voglia di evasione da un mondo che non mi appartiene, da un’esistenza nella menzogna… No nessuno!
E’ giunta l’ora…
E’ deciso, si va in scena!
Suonate le fanfare, aprite il tendaggio, sto per salire sul palco: sono l’agnello sacrificale, sono il depositario di un tremendo destino!
Sono un burattino, ma nelle Tue mani. E lo confido a Te, solo a Te, mio Dio, perché da ora in poi sarò un perfetto attore: e sia mia la scena!
Amen”
Il chierichetto suonò la campanella e la messa ebbe inizio.

lisac
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lunedì, 10 ottobre 2005, ore 08:39

Le afflizioni per un nuovo giorno
 
Era l’ennesima notte insonne che passava. Questa poi era stata la più disturbata, la più sofferente.
Allungò una mano verso il cuscino opposto al suo: vuoto, come ormai da tempo.
Tutto era vuoto: dal letto, alla camera, alla cucina, al suo cuore, e presto anche il suo ventre.
Dopo aver lasciato la mente vagare nei meandri oscuri di una depressione sentimentale, si rigirò nuovamente sul letto, e guardò la grande finestra.
Tra pochi minuti sarebbe sorta l’alba, un nuovo giorno e nuovi e difficili fatti si sarebbe compiuti nell’arco di quelle ore.
Stanca di un letto sfatto, dalle lenzuola aggrovigliate e dai suoi pensieri sempre più nefasti, si alzò con un rapido movimento.
Fece la classica doccia, che avrebbe dovuto essere rigenerante, raccolse i lunghi capelli in una treccia e vestita di una semplice maglietta bianca e un paio di jeans, prese le chiavi della macchina.
Il taxi giallo l’attendeva nel garage. Ma questa mattina non avrebbe trasportato nessun altro, se non lei.
Ingranò la marcia e partì. La città non si era ancora svegliata, e là dove ci sarebbe stato un caotico traffico ora c’era sono il silenzio e lei.
Andò sul punto più alto della città, dal quale era garantita una veduta magnifica.
Il grigiore del centro contrastava con la bellezza dell’oceano. I gabbiani stridevano mentre il nuovo giorno iniziava.
Scese dalla macchina per vedere la bellezza della natura che si opponeva alle apprensioni del suo spirito.
“Dio, ferma questo giorno” urlò all’improvviso.
Ma sembrava che nessuno la udisse, e così il giorno si dimostrò ampiamente in tutta la sua bellezza, ostentando un cielo dai colori violacei, e un sole caldo e fiero.
Si buttò a terra e iniziò a piangere. Era da tempo che non lo faceva più. Forse da anni, ma la sua disperazione voleva esplodere, e doveva esplodere. La sua irruenza, si trasformò in violenza contro un prato verde, che continuava a prendere a pugni…
“Perché a me, perché…”
E continuò a singhiozzare, finché esausta si buttò nel prato. Il giorno era sorto. Per lei nulla si era fermato. Si iniziarono a sentire i primi rumori del traffico, le prime chiacchiere, il profumo del pane, lo smog…
Era giorno e doveva farsene una ragione.
Comunque sarebbe stato tutto indolore. Non ci sarebbero state complicazioni. Lei era una donna forte, giovane, dal fisico prestante e sano.
Glielo avevano assicurato, sarebbe stato tutto veloce, e sarebbe presto uscita dall’ospedale.
E con quel gesto si sarebbe lasciata tutto alle spalle: un amore egoistico, infelice, e infedele e un fardello troppo pesante da sostenere tutto da sola.
Era giunta l’ora… Basta fare attendere!
Si rialzò, dalla borsetta prese un fazzoletto si asciugò quel che rimaneva del pianto liberatorio, si mise un velo di lucidalabbra leggermente colorato, indossò gli occhiali da sole e ritornò verso la macchina.
Si avvicinò al suo taxi giallo, frutto di duro lavoro, ma gratificante. Aprì lo sportello posteriore per vedere se nel borsone che aveva caricato il giorno prima c’era tutto ciò di cui avrebbe avuto bisogno.
Poi sbatté lo sportello…e si fermò ad osservarlo. Appiccicato al vetro c’erano le vestigia dell’ultimo cliente. La impronte di due piccole mani e un nasino erano impresse sul finestrino.
Furono momenti molto lunghi. Perse il suo sguardo in quella immagine e la sua mente iniziò a fantasticare.
Alzò le braccia che erano distese lungo i fianchi e adagiò piano piano le sue mani sul finestrino, proprio sopra le impronte che la piccola creatura aveva lasciato. Le riempiva completamente. Poi strinse i pugni. E lasciò nuovamente che il pianto le invadesse il volto.
Poi sorrise. Con l’indice toccò quel che restava di un nasino spiaccicato al vetro.
Ricordava la vivacità di quel bambino che aveva trasportato, ma ricordava anche la bellezza di quando esausto si addormentò tra le braccia di una madre, che dopo aver sbraitato per tutto il viaggio, lo accolse in seno, con un atteggiamento quasi divino.
“Ho capito ciò che devo fare”, e guardò il cielo “ Grazie per aver fatto sorgere il giorno”.
Sì, aveva compreso. Entrò nel suo taxi e accese la luce di libero: era in servizio.
Aveva bisogno di lavorare, ora più di prima.
Doveva garantire un futuro alla piccola creatura che si stava facendo spazio dentro di lei.
E quel giorno fu l’inizio di una nuova vita.

lisac
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lunedì, 03 ottobre 2005, ore 09:03

One shot
 
Uno sparo e fu il silenzio.
Trascorsero secondi, interminabili secondi.
Finché lasciò cadere la pistola e lo guardò. Lui esausto si adagiò sul tappeto, lei lasciò che il proprio corpo cadesse sulla sedia dello scrittoio, proprio davanti a lui, e prese in mano il pennino.
“Sì, mio caro prendo questo. Quello d’oro, quello che conservo per le occasioni speciali…
Che ne pensi? Mi sembra sia il momento giusto per usarlo, no?!”
Lui dal basso assisteva alla scena e non osava proferire parola. Era esausto e tremava, non per il freddo, ma per la paura.
Lei prese un foglio di carta disposto sul primo cassetto.
“E ora eccoti servito… Imprimo tutto, nero su bianco, anzi no, rosso su bianco!”
Si piegò, non con poca fatica, leggermente verso terra , e bagnò la punta del pennino.
Intanto il pavimento si stava colorando di rosso. Il sangue aveva formato una macchia grande, vicino a lei.
E rinnovando di tanto in tanto quel movimento continuava a scrivere, col sangue, su quel foglio.
“Dolce amore che fu!
Quanto ti ho amato e quanto dapprima ti ho bramato.
Sei stato a lungo nei miei pensieri, per divenire pura realtà, e poi amore infinito.
Essenza dei miei sentimenti, idillio dei miei sensi, bagliore dei miei occhi.
E’ poi uno sparo cancellò tutto questo.
Quel maledetto sparo che ancora riecheggia, e che mi dilania prosciugandomi linfa e vigore”
Poi tossì, lasciò scivolare il pennino dalle mani e adagiò il capo sullo scrittoio. Piegò la testa verso di lui e si mise a guardarlo.
Era pallido, aveva gli occhi sbarrati e continuava a mantenere quel mutismo iniziale.
“Non aver paura, è solo l’inizio di una nuova esperienza.”
Poi irrompe in una poderosa risata.
“E’ solo l’inizio”
Lui tentò di rialzasi, ma scivolò sul sangue. E ricadde a terra. Le mani erano impregnate di sangue e i sui vestiti avevano l’odore acre e forte della morte.
Lei ritornò a ridere. Poi tossì e lasciò che le lacrime le rigassero il viso.
“Chi l’avrebbe mai pensato che la nostra storia si sarebbe conclusa così?! Sei stato un vero bastardo, ti saresti meritato una fine orribile e invece…”
Anche lui iniziò a piangere, fino poi a singhiozzare e a irrompere con urla di disperazione.
“Non fare così, è stata solo gelosia, ma ti dirò mi sta già passando… Non temo più la bellezza dell’altra,… non ripenso più alle sue mani su di te. Non la invidio, no basta…
Le lascio le tue languide carezze, e il profumo della tua pelle. Ora non mi interessa..
Sono così stanca.”
Raccolse le ultime forze, diede una furtiva occhiata al corpo di lui mantido di sudore, al suo viso così pallido e sempre più assente..
Intinse nuovamente il pennino per terra, sul sangue riverso e concluse scrivendo:
Mi sarebbe importato anche di lei… se solo tu all’ultimo, non mi avessi girato la mano con la pistola e avessi premuto il grilletto verso di me!”.
Lasciò cadere il pennino e morì.
Lui attese.
Pensò..., e la sua espressione si mutò. Divenne compiaciuta e divertita.
Poi si rialzò. Aveva riacquistato le forze.
Si sentiva appagato e liberato da un grosso peso.
Alla fine si era solo difeso e questo lo faceva star bene, terribilmente bene.
La guardò.
Era meravigliosa nel suo pallore. Se solo non avesse lasciato la vita con questa espressione arcigna!
Fece una risata, prese da terra la pistola, la mise in tasca, e sbattendo la porta lasciò che la morte rimanesse in quella casa.
“L’altra mi sta aspettando, non facciamola spazientire!”

lisac
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