giovedì, 29 settembre 2005, ore 09:04

Mi chiedevo se si può essere più felici di così. Il sole basso all’orizzonte luccicava sul mare e sulle lacrime che mi riempivano gli occhi. Lo stringevo forte a me, da fargli male, e il suo viso contro il mio era caldo e morbido. Il suo profumo di crema si mischiava all’odore aspro del mare nelle mie narici. Il suo sguardo, perso oltre l’orizzonte a fissare qualcosa che lui solo vedeva, improvvisamente si appoggiò su di me e la sua bocca si allargò in un sorriso muto. Il sorriso di un figlio che riconosce suo padre.

SI PUO' ESSERE PIU' FELICI DI COSI'?

muvrino
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martedì, 27 settembre 2005, ore 10:02

Il gusto dolce dell'attesa....
muvrino
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lunedì, 26 settembre 2005, ore 09:35

Alla ricerca del cuore puro
 
Tanto, tanto tempo fa in un paese lontano, lontano viveva un Conte. Abitava in un castello situato su un promontorio. La costruzione era cinta da mura altissime che nascondevano tutto il circondario. Si diceva che all’interno vi fosse un giardino immenso, con alberi secolari e siepi altissime.
Dall’alto il Conte poteva mirare un panorama invidiabile e osservare tutto il paese che giaceva nella valle.
Si racconta che il Conte Cosimo fosse una persona strana e che tendesse a rimanere spesso solo e isolato.
Viveva con la servitù. C’erano un maggiordomo, cinque cameriere, due giardinieri e un autista. Ognuno di loro aveva incarichi precisi. Tutti comunque dovevano osservare una regola: mai parlare con il conte. Solo il maggiordomo poteva avvicinarsi a lui. Era il portavoce di tutti gli abitanti del castello.
Era anche incaricato della spesa e di affidare le consegne che puntualmente il Conte Cosimo distribuiva a ogni membro.
Il castello dall’alto della propria maestosità donava prestigio al paese. Era una costruzione molto antica e molto imponente che suscitava la curiosità dei passanti o di qualche furtivo turista.
Molto spesso qualche viaggiatore chiedeva in paese informazione inerenti alla struttura. Erano stupiti dalla bellezza, ma allo stesso tempo erano sorpresi dall’aspetto cupo e a volte anche spettrale che il luogo in sé racchiudeva.
 Gli abitanti allora narravano la storia della famiglia del Conte.
 
-Anni or sono il castello era abitato da dei Signori buoni e rispettosi. Avevano saputo governare nel modo più adeguato il feudo e tutti gli abitanti vivevano in prosperità. Nonostante i tempi fossero bui e immensamente difficili, il paese cresceva nell’abbondanza e nel benessere.
I Signori erano soliti, poi, indire intere giornate di festeggiamenti e offrire lauti banchetti agli abitanti del feudo. Erano giorni buoni, e immensamente felici.
Il Conte però era conosciuto sia per la propria generosità che per la propria capacità di prendere delle sonore sbronze. Nonostante la moglie lo tenesse a bada, spesso in quelle occasioni, perdeva il controllo di se stesso, e diveniva una persona totalmente diversa.
Fu proprio durante una festa che un’ anziana donna proveniente dal un luogo lontano gli si presentò davanti. Era stanca, e il viaggio l’aveva terribilmente debilitata. Scendendo da cavallo chiese aiuto e il primo a offrire la propria benevolenza fu il Conte. L’accompagnò nelle sale del castello e la fece accomodare in una stanza dove potesse essere rifocillata e accudita. Il Conte dato ordine, ritornò alla festa e al suo vino.
Dopo alcune ore l’anziana dama chiese di vedere il Conte. Lui al proprio posto mandò la moglie, aveva troppa voglia di trovare conforto tra le braccia inebrianti della sua bevanda.
L’anziana signora sapendo ciò, si infuriò tantissimo, e chiese di nuovo l’udienza dal Conte. E lui rifiutò nuovamente.
Allora la dama uscì, andò a cercare il Signore del feudo e appena lo vide si trasformò in una bellissima fata dalle ali dorate e dall’aspetto raggiante.
“Tu mio caro Conte, non hai voluto udirmi, non hai voluto ascoltare le parole di un’anziana signora, perché volevi divertirti e bere, bere, e bere. Ma io avevo bisogno che mi ascoltassi, volevo narrarti del mio cammino, dei miei incontri, della grande solitudine e del deperimento a cui era andata incontro prima di trovarti. Ma tu non hai voluto… ed ero pronta a farti un dono, invece ti maledico, e maledico la tua famiglia e la tua discendenza…”
Alzò al cielo il proprio dito indice e così decretò:
“Da ora in poi, sarai costretto da ascoltare chiunque incontri, sentirai la sua sofferenza  e te ne farai carico. Leggerai l’animo di ogni persona e ovunque andrai, ovunque sarai, sentirai i dolori dell’animo, le agonie, le afflizioni, i turbamenti…
Però ora sono solo accecata da una grande rabbia, e ti faccio questo dono visto la tua benevolenza iniziale: un giorno, quando qualcuno della tua famiglia incontrerà un puro di cuore, tutto questo smetterà e torneranno i tempi buoni.
Per ora è giusto che anche tu possa comprendere cosa vuol dire soffrire.”
E la fata svanì.
Tutti rimasero ammutoliti dall’episodio.
Il conte fece risuonare una poderosa risata e disse che era tutto uno scherzo. E chi gli stava attorno si unì a lui.
Ma ben presto le parole della fata si avverarono.
Una notte il Conte si svegliò di soprassalto. Aveva sentito la moglie gridare e piangere. Si mise seduto sul letto e guardò la compagna che dormiva profondamente. Ma lui nonostante lei dormisse, continuava a sentire i suoi singhiozzi, e a sentire quanto soffrisse per il marito. Temeva  gli anni avvenire e pativa per il futuro dei propri figli.
Il Conte si alzò da letto e uscì dalla stanza.
“Ma non è possibile!” continuava a ripetersi.
Camminando per i corridoi del castello trovò una guardia. Era ferma immobile, ma il Conte passandogli vicino sentì come soffrisse per la propria madre che da alcuni giorni non si alzava più dal letto e aveva gambe scure come la pece.
“Noo non è possibile” continuava a ripetersi e si avvicinò alle cucine. Aprì la porta e una cameriera si alzò di soprassalto “Scusate Signore avete bisogno di qualcosa?”
“No nulla…” e lei non stava parlando ma, il Conte, sentì una profonda sofferenza. Temeva per la propria figlia, era cieca dalla nascita e tutti la consideravano un reietto…
Allora il Conte ritornò in camera svegliò la moglie e le disse di allontanare tutti dal castello. Solo chi serviva strettamente al sostentamento del feudo doveva rimanere, gli altri dovevano andar via.
Allora la gente iniziò ad allontanarsi e andò a vivere nella valle.
Il Conte si barricò nel castello e si isolò in una stanza.
Da quel giorno tutto attorno al castello divenne cupo e un alone di sofferenza quasi eterna si espanse nell’aria.
Da quel giorno i discendenti del Signore del feudo hanno sempre vissuto in quel castello, e nulla sembra essere cambiato.
Il Conte Cosimo era l’ultimo della dinastia, e aveva scelto una vita ritirata e in piena solitudine.
 
Comunque il Conte non si rassegnava alla propria condizione e aveva adottato diversi sistemi per osservare da lontano e non soffrire moltissimo.
Cosimo osservava il paese con un cannocchiale. In svariate ore della giornata saliva sulla torretta più alta del castello e osservava la gente, magari chissà, sarebbe riuscito a trovare il puro di cuore.
E ogni giorno scendeva avvilito e distrutto dalla sofferenza del piccolo mondo che lo circondava.
Sapeva che la bella fioraia soffriva per il marito afflitto da un male incurabile;
Conosceva le paure del signor Patric, consapevole del morbo che aveva contratto;
Percepiva i dolori di Mary,  le mani si stavano atrofizzando senza alcun motivo;
Il salumiere piangeva ogni giorno per la solitudine;
Il Conte non ne poteva più, era stanco e infelice per quanto il suo piccolo e isolato mondo fosse pregno di afflizioni.
Finché un giorno di ritorno dalla torretta, decise di rassegnarsi al suo destino, e di isolarsi nel suo plumbeo castello. Con la sua morte sarebbe terminata anche la maledizione.
 
Un pomeriggio Cosimo sentì il campanello suonare.
Non era abituato a ricevere visite e comunque aveva dato ordine che chiunque volesse entrare gli fosse negato l’accesso.
Il campanello continuò a suonare e nessuno aprì.
Allora si ricordò di aver congedato per quel giorno tutto il personale e di essere totalmente solo.
Pertanto si arrangiò, andò al cancello a scacciare l’intruso.
Si avvicinò e vide un bambino sui dieci anni pallido, sporco e solo.
“Che ci fai qui, torna da dove sei venuto… Non voglio estranei”
Il bambino continuava a guardarlo e a non pronunciare parola.
Il Conte sentì un tonfo nel cuore.
Il bambino era estremamente sofferente. Aveva un animo stanco e aveva solo voglia di star bene.
Era stato abbandonato e nessuno lo voleva più. Nessuno aveva avuto compassione di lui…
Non sopportava più nulla e quell’ultimo campanello era stata la sua ultima chance.
“Vattene non ti voglio… e poi è così doloroso starti vicino…
Non restare qui ho detto, mi capisci!!!”
Il Conte si girò e se ne andò.
All’improvviso sentì un tonfo: il bambino era svenuto a terra.
Allora Cosimo senza riflettere, aprì l’imponente cancello, prese il bimbo in braccio e lo portò dentro nel castello.
Era drammaticamente difficile per lui… Sentiva il pianto in fondo al cuore del bambino e soprattutto sentiva il dolore della solitudine.
Strinse i denti lo adagiò nel letto e per fortuna arrivò il maggiordomo.
Cosimo gli chiese aiuto e di corsa andò a rifugiarsi nella sala più lontana dal bambino.
 
Dopo un po’ di tempo il maggiordomo bussò e riferì che il bambino aveva una febbre altissima e bisognava chiamare un medico.
Il Conte facendo finta di non sentire l’afflizione del maggiordomo e disse di procedere.
 
Arrivò un medico sulla sessantina, curvo e torvo.
Andò dal bambino. Rimase molto tempo in quella stanza e questo fece innervosire Cosimo.
Non poteva più aspettare e andò anch’egli a osservare.
 
Quando entrò, sentì la sofferenza del medico: voleva assolutamente bere del whisky, era in crisi di astinenza. E poi intese la preoccupazione del maggiordomo per il proprio padrone.
Intanto il bambino continuava a delirare e a piangere nel sonno.
E fu allora che Cosimo si prese carico della situazione.
Mise una mano sulla spalla del maggiordomo e disse:”Non ti preoccupare Victor, io sto sempre meglio del bambino e forse anche di questo medico. Esci pure dalla stanza e prepara del brodo caldo per il bambino.
E lei dottore mi dica come sta il piccolo”
“E’ denutrito e ha una febbre dovuta al deperimento e al forte affaticamento”.
“Bene dottore grazie per essersi prodigato di venir fin qui, il mio maggiordomo salderà il conto.”
Fatto ciò il Conte fu solo con il bambino. Si sentiva affaticato e stanco di sentire tutto quel male nelle persone che gli stavano accanto, ma doveva resistere e assistere il malato.
I giorni passarono e fortunatamente la sofferenza del bambino diminuiva. Ogni giorno stava sempre un po’ meglio.
Cosimo continuava a rimanergli accanto. Era stanco e continuava a sentire le sofferenze dell’abbandono e del mal nutrimento del bambino, ma non demordeva, voleva che guarisse. Era più importante la vita di una giovane creatura che quella di un uomo che aveva solo saputo vivere in solitudine dentro le imponenti mura di un castello medievale.
 
Una mattino il bambino aprì gli occhi e sorrise. Cosimo pianse e nello istante cadde a terra sfinito.
Subito il maggiordomo si prodigò a soccorrere il padrone e il piccolo gli rimase sempre accanto.
Furono giorno difficili per il Conte. Urlò, tremò, pianse… finché poi sfinito cadde in un sonno profondo.
E Cosimo sognò. Vide una bella fata dalle ali dorate e dall’aspetto raggiante… Le si avvicinò lo baciò. “Ecco il cuore puro che cercavi, era dentro di te. E ora è il momento che tu viva sereno e circondato d’amore.”
 
Il Conte si svegliò di soprassalto. Si guardò intorno e vide tutta la servitù raggruppata attorno a lui.
“Ben ritornato nel nostro mondo Signore, ora le libereremo la stanza” , il maggiordomo si voltò e fece quanto detto.
Solo il bambino non obbedì e si buttò addosso a Cosimo, gli buttò le braccia al collo e lo baciò ripetutamente.
 
Il Conte iniziò a piangere, a piangere e a piangere. Tutti rimasero immobili. Non sapevano come comportarsi e erano turbati dall’atteggiamento del proprio padrone.
“Non preoccupatevi…
E’ tutto finito. Vestitevi a festa, chiamate tutti quelli che vogliono venire. Sta sera indiremo un grande banchetto.
Siano serviti cibi succulenti e bevande pregiate… Niente alcolici però!
Devo presentare a tutti il mio futuro erede!”
Guardò il bambino e lo abbracciò.
 
Da quel giorno il sole tornò ad illuminare il castello, e il Conte Cosimo visse felice, circondato da nuove visite e dall’amore smisurato di quel bambino che gli fece risvegliare un addormentato cuore puro. 

lisac
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giovedì, 22 settembre 2005, ore 09:48

Restyling

Piccoli grandi cambiamenti da pausa caffè... Era da tempo che avevo voglia di sistemare ele cose... Ora ditemi voi se la cosa è gradita o no... Ne ho in serbo altre ma prima voglio la vostra opinione su questa grafica...

 

muvrino
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lunedì, 19 settembre 2005, ore 08:17

 

L’eredità
 
Era stato un pranzo veramente delizioso. Tutti si erano prodigati perché tutto fosse perfetto. Dalle stoviglie, al colore dei tovaglioli, alla giusta assegnazione dei posti. Poi le vivande erano eccellenti e degne di una tale cerimonia. Nonna Teresa compiva novant’anni. Lei era immensamente grata a tutti per la disponibilità, ma soprattutto per l’affetto che le avevano dimostrato in questi anni.
Dopo il lauto banchetto, tutti si accomodarono nel tinello e attorno ad un fuoco scoppiettante venivano scambiate battute di vario genere, e il tutto contornato da del brandy su grossi bicchieri, e succhi di frutta per i più piccoli.
Nonna Teresa venne fatta accomodare, con la sua calda coppa in mano, sulla poltrona rossa di fianco al camino, e lentamente adagiandosi, chiese l’attenzione di tutti.
“Cari miei  parenti, non so come ringraziarvi… Non è facile trovare parole adatte, ma sembrerebbero solo di circostanza. Pertanto preferisco trattare di tutt’altra cosa. Narrerò a voi tutti la storia della mia famiglia, anche se il termine più adatto sarebbe: La Nostra Famiglia!.
Sono solita narrare storie di eroi e vicende epiche, ma questa volta vi racconterò  la vita di una famiglia semplice e pura. Non ci saranno colpi di scena, non parlerò di contese e duelli, non ci saranno dame da salvare e spade da sguainare e neppure finali mirabolanti ed eclatanti … ma la pura e vera vita vissuta da mio padre Silvio e da mia madre Maria.
Erano anni diversi, erano altri tempi, ma queste cose me le avete sicuramente sentite narrare molte volte. Ma è la pura e sacrosanta verità!
 
Maria e Silvio vivevano in un piccolo paese di campagna. Abitavano in case molto vicine e quindi si può dire che si siano sempre conosciuti. Avevano pochi anni di differenza e quindi frequentavano le stesse compagnie di amici. Erano entrambi fortunati, perché, nonostante i tempi non fossero dei migliori, vennero mandati per un paio di anni a scuola, così poterono imparare a leggere, a scrivere e a far di conto. Ma, come ho già ribadito, i tempi erano duri e entrambi furono mandati, in tenera età,  a lavorare i campi.
Le famiglie necessitavano di sostentamento. Mio padre era il settimo di dieci fratelli, mentre mia madre era l’ultima di otto sorelle, pertanto non ci si poteva permettere di batter la fiacca.
Ma in tutta la mia esistenza con loro, non li sentii mai disdegnare la loro infanzia. Infatti crebbero molto felici e spensierati. Mi raccontavano di scherzi e canzoni in mezzo i campi e di comitive di giovani come loro, che allegramente, affrontavano la vita senza grosse complicazioni.
Quando tornavano dalla dura giornata, si formavano gruppi distinti di ragazze e ragazze. Di solito le prime camminavano davanti e i secondi le seguivano. Mio padre era un ardito e si infiltrava; si avvicinava a Maria le tirava le lunghe trecce nere e le diceva – un giorno ti sposerò - .
 
Gli anni scorrevano, e Silvio si decise a proporsi ancora più esplicitamente a Maria. La giovane lo fece un po’ patire, voleva metterlo alla prova… Conosceva i suoi intenti, ma non conosceva ancora i propri sentimenti. 
Intanto si avvicinò il momento della Grande Guerra, e tutti gli uomini “ottimi” vennero chiamati alle armi. Anche Silvio fu tra loro. Maria  si preoccupò, e Silvio  la consolò – Stai serena, appena torno ti sposo. –
Maria pianse per molto tempo, non voleva che Silvio partisse. Lui la baciò timidamente sulle labbra, fu il loro primo approccio fisico, e le disse che avrebbe mantenuto la promessa.
Silvio partì e Maria rimase a casa a pensare a lui. Intanto non perse tempo è divenne abile nell’arte della sartoria. Con qualsiasi pezzo di stoffa esprimeva il proprio ingegno e ben presto divenne famosa in tutto il circondario per le sue doti.
Molto spesso mio padre le scriveva e le raccontava episodi del fronte. Mia madre leggeva le lettere trattenendo il respiro  e tremando per paura di notizie sconvolgenti.
Lui raccontava storie incredibili di amicizie con soldati di fronti opposti, di scambi di sigarette, di immagini di fidanzate… ma anche di amici mutilati o addirittura dilaniati.
E le stagioni trascorrevano; Maria cuciva e attendeva, e Silvio scriveva e combatteva.
Ma mio padre mantenne la promessa e ritornò.
Non andò neppure a casa, ma bussò direttamente nell’alloggio di mia madre. Lei aprì, lo vide, e interminabili istanti sembravano scorrere prima che i due si abbracciassero. Mio padre la baciò, era la seconda volta.
– Sono tornato per sposarti, preparati Maria. Dobbiamo costruirci una famiglia tutta nostra - .
E ciò avvenne.
Il matrimonio fu semplice, ma dignitoso. Tutti in paese vi parteciparono e tutti prepararono qualcosa.
Maria era una bellissima sposa, dai lunghi capelli neri e dal sorriso sgargiante.
Silvio era felice, e consapevole che non avrebbe potuto desiderare di meglio. Era un adulto pronto a lavorare per un futuro nuovo, possibilmente senza guerra… perché quella sì che cambiava gli uomini.
 
Maria e Silvio continuarono ad abitare nel loro paese nativo e la loro vita proseguiva. Dopo la guerra nulla era semplice e c’era la necessità di continuare a vivere seppure le condizioni fossero precarie.
Maria comunque si considerava già fortunata così.
Molte sue amiche attesero vanamente l’arrivo dei propri cari e alcune mantennero il lutto per molto a lungo. Quell’anno cucì molti vestiti dal colore scuro, e uno solo di bianco: il suo abito da sposa.
Silvio continuava ad aiutare i fratelli nei campi, mentre di sera aiutava uno zio nel suo laboratorio di falegnameria. Divenne ben presto un bravo intagliatore e questo gli assicurava una buona sussistenza.
 
Solo dopo alcuni anni mia madre partorì mia sorella. Furono momenti molto difficile. Ma nacque sana e forte e presto divenne una felicità in più per entrambi i miei genitori.
Io arrivai dopo poco tempo, e questa volta, mia madre mi diede alla luce prematuramente e in un bagno di sangue. Mio padre ebbe la febbre per tutto il tempo cagionevole di mia madre. E solo quando sia io che lei fummo fuori pericolo, lui stette meglio e quella misteriosa malattia scomparve.
Maria non poté avere altri figli, ma questo non fu mai un problema.
Silvio continuava ad amare Maria come nella loro fanciullezza, e Lei ricambiava.
 
In paese erano la coppia per eccellenza. Tutti apprezzavano le loro personalità e il loro amore. Alcuni dissero di non averli mai visti litigare…
Io e mia sorella possiamo clamorosamente smentire.
Lo facevano, e molto più spesso di quanto non si pensasse, soltanto che non si mancavano mai di rispetto e mai e poi mai, andavano a letto senza aver raggiunto un compromesso o un accordo. Spesso si concludeva in un abbraccio o in un bacio che mio padre furtivamente dava a mia madre. Lei lo rimproverava o lo accusava di essere infantile… poi si girava e irrompeva con una risata riparatrice.
Non c’era né tensione né rancore nelle loro parole, ma un umile amore. Lo stesso che mi ha fatto crescere in una famiglia ricca di semplici e sani valori morali.”
 
Teresa si fermò nel narrare. Avvicinò piano una mano a suoi piccoli occhi castani e si asciugò le lacrime prima che le rigassero il viso.
Nessuno fiatò, nessuno intervenne…attendevano solo quello che aveva da dire.
Intanto il piccolo Simone si avvicinò alla bisnonna, facendo attenzione le si riversò tra le braccia e si strinse a lei.
“Oh non essere triste ci sono io” e questa volta Teresa non trattenne le proprie lacrime, la spontaneità del bambino la travolse.
 
“Non sono sempre stata così vecchia, anch’io ho avuto una gioventù. Ed è stata la migliore che una figlia possa avere dai genitori. Non ebbi molte concessioni, ma crescendo comprendevo che quelle che avevo arano sufficienti per me e per mia sorella.
Abbiamo avuto una buona istruzione e una buona formazione. Non ci è mai mancato nulla di vitale e abbiamo imparato a non chiedere nulla di superfluo.
 
Ora vorrei narravi di come Maria e Silvio fecero fortuna lavorando poco, vorrei spiegarvi di come si arricchirono perché trovarono una pentola d’oro…
Ma vi ingannerei!
A mia madre e a mio padre non venne mai regalato nulla. Dovettero sudarsi ogni avere, ogni momento, ogni istante.
Ma forse fu proprio per questo che apprezzarono la vita in ogni sua forma.”
 
Teresa si interruppe nuovamente e strinse a sé ancora più forse il piccolo Simone, che apprezzò. Si rimise in bocca il dito che stava succhiando e ricercò il torpore tra le braccia della vecchia signore.
 
“Mio padre non abbandonò mai mia madre e lei fece la stessa cosa. Sembravano legati da una sintonia che andava al di là di un comune amore… a volte sembrava telepatia, altre simbiosi, altre ancora infinita complicità.
Comunque né una tremenda guerra, né un parto complicato riuscì a dividerli e così neppure Dio osò separali e gli concesse un viaggio eterno unico.
 
Seppure, io sia vecchia, questo mio volto sia segnato da svariate e profonde rughe,  abbia i capelli bianchi, e la mia pelle sia macchiata dal tempo, quando ripenso a loro mi sento ancora una ragazzina.
Almeno una volta al giorno ripenso a Maria e a Silvio, i miei cari genitori.
Perché per quanto vecchi si possa essere, non si smette mai di essere figli. E credetemi, fa continuamente piacere sapere che chi ti ha generato ti vorrà per sempre bene, ovunque egli sia!
Io sono stanca e molto anziana, ma l’amore di Silvio e Maria lo ricorderò per il resto dei miei giorni!”
 
Simone oramai dormiva profondamente e tutti gli altri invitati alla festa lasciarono che un velo di malinconia si adagiasse lievemente nei loro cuori.
 
Teresa sorrise e guardando la propria famiglia, numerosa e compatta disse: “Cari Silvio e Maria, sono fortunata, mi avete lasciato l’eredità più cospicua che una figlia potesse mai desiderare!”

lisac
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categoria : racconto





giovedì, 15 settembre 2005, ore 08:17

X i miei lettori:
Lo so che attendete miei nuovi racconti, e a dire il vero ce n'è uno in dirittura di arrivo...
Ma non è facile, sia per la stesura, che deve avere come un minimo di congruenza testuale, che per il tempo...
Ed è quello che mi divora, e mi lasciare poco spazio...

Fatico a concretizzare la volontà dello scrivere... sembrerà impossibile!

Ho adottato comunque la tecnica di un racconto ogni settemina, al massimo ogni 10 gg.
Speriamo di non DOVER rivedere i piani!

lisac
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lunedì, 12 settembre 2005, ore 08:52

Interferenze Mortali
 
-Pronto, Sara, Ciao Come Va?
-Ciao Emy, non c’è male. Per fortuna mi hai chiamato!
-Ah sì. Io avevo semplicemente voglia di fare due chiacchiere, ma tu sembra abbia qualcosa da dirmi di importante.
-Sì. Ieri sono stata al centro commerciale e ho incontrato Peter e la sua ragazza.
-Ma non mi dire!!!
-Ebbene sì. Ero emozionatissima. Non sapevo né come comportarmi né cosa dire, ma alla fine la prima mossa l’ha fatta lui. E con un mega sorriso mi ha rimproverata per non essere ancora passata nel suo ufficio per il colloquio di lavoro.
-Infatti, quante volte te l’ho rimproverato anch’io!
-Hai ragione, ma andare a lavorare presso l’ufficio del ex di tua sorella, non penso sia la cosa migliore che mi possa accadere.
-Beh, certo, il discorso non fa una piega. Ma hai cercato molto e ora che hai l’opportunità di diventare quello a cui hai aspirato per così tanto tempo… Insomma non mi sembra proprio il caso che ti faccia sfuggire il ruolo di assistente manager alle vendite.
-Certo, certo…Ma non ti ho detto il seguito. Peter mi ha dato appuntamento la sera stessa. Io non sapevo che dire e alla fine ho accettato.
-La sera stessa? Mi sembra proprio inusuale come orario per un colloquio di lavoro. E la fidanzata non ha detto nulla?
-Lei non fiatava e mesta assisteva alla scena.
-Ma lei com’è?
-Oh, veramente bellissima. E’ alta e snella. Ha dei lunghi capelli rossi e gli occhi verdi. Anche se ha un’espressione algida. Sarà che comunque io sono di parte…
Beh, apparte tutto. La sera stessa sono andata e…
 
Nello stesso istante mentre le due colloquiavano al telefono un’altra voce si inserisce nella conversazione.
 
-Mi sento molto confusa e ho una gran voglia di colpire. Mi prudono le mani e presumo che questa sera lo farò! Non si può giocare con me, non si può scherzare. Posso essere molto più violenta di quanto non si possa pensare!
-Sara, hai sentito!
-Cosa Emy, se sto parlando io, sarai tu quella che deve sentire!
-No, ho sentito una voce che si è inserita nella nostra conversazione
 
E di nuovo la voce si fece udire:
 
-Non penso che ci sia via di scampo. E’ ho la soluzione migliore: disfarmi di chi ha interferito nei miei progetti, chi mi ha ostacolato e anche con chi ha osato tentare di illudermi amandomi!
 
-Sara, ora hai udito!
-Insomma Emy, se è uno scherzo proprio è di cattivo gusto!
-No, ti dico la verità ho sentito,… dall’altro capo del telefono… una voce femminile poco rassicurante.
-Posso continuare o vuoi che la piantiamo qui!!!
-No, vai pure avanti, anche se non mi sento tranquilla!
-Allora come ti dicevo alle 19.00 gli uffici erano chiusi, ma lui in qualità di capo ha tutte le chiavi per entrare, come tu credo sappia. Siamo andati nella sua postazione di lavoro e abbiamo iniziato a colloquiare e a scherzare in modo molto amichevole e…
 
Un grido agghiacciante si levò nell’etere, uno sbattere di porte e poi una fievole voce maschile iniziò a parlare
 
-E’ appena uscita, e ha già deciso il daffarsi…
Due colpi di tosse lo fecero ansimare e le parole uscivano a stento
 
-E’ armata. Non ha buone intenzioni e i suoi occhi non rivelavano nulla di buono. Ha lo sguardo assassino e so di cosa è capace quando si sente ferita.
 
-E ora, hai sentito, la disperazione, la voce era singhiozzante… direi quasi agonizzante! Quell’uomo sta soffrendo…e secondo me la voce femminile di prima c’entra in tutto questo…
…Pronto mi sente, Signore,… mi sente, mi dica dove si trova, le invio soccorsi.
Io la posso udire chiaramente…
Signore la prego risponda.
-Oh insomma Emy, mi stai proprio stancando con questa storia…
Ma che stai farneticando. Io sono qui che ti racconto una cosa molto importante, tu non hai idea di quello che è accaduto e ti inventi questa ridicola farsa, che tra le altre cose è veramente poco divertente…
-Sara è la verità. Non capisco. Forse è un’interferenza, o meglio ancora qualcuno sta veramente cercando aiuto o addirittura di darne a qualcun’altro, ma quei lamenti mi hanno proprio terrorizzato. E ti dirò di più una voce mi sembra familiare… Ma così tra i singhiozzi non è semplice capire…
-Beh Emy, io non sento nulla. Ma secondo me è uno scherzo di qualche buontempone…Ma chi vuoi che cerchi di aiutare qualcun’altro telefonicamente… ma lasciamo perdere…
-No Sara, forse hai ragione tu, continua a raccontare… Mi stavi parlando della conversazione con Peter in ufficio…
-Sì. Mi ha illustrato le mansioni, i ruoli del personale che mi avrebbe accerchiato e gli orari… Fino poi a parlare di un lauto compenso.
Ti dirò mi sembrava veramente di vivere in un sogno.
Poi lui mi si avvicina, poggia una sua mano sulla mia spalla e mi mostra il mio futuro ufficio. Non ti dico l’entusiasmo. Ero euforica.
-E allora hai accettato…
Complimenti sono felice per te…
-Beh, è accaduta un’altra cos…
 
La voce agonizzante si intromise nuovamente:
 
-Per me ormai non c’è più speranza. Ho il corpo devastato dalle ferite. Conosce i punti vitali di una persona. Io sono in una pozza di sangue!...
Non… non sento più le forze… e il… mio … respiro è sempre più fievole.
Ma … se fermata in tempo…
Se qualcuno bus.. bu.. bussa alla porta, mi RACCOMANDO, non lasc…entr…
 
 
-Signore io la sento. Mi dica il suo nome, o il suo indirizzo insomma si lasci aiutare. Io le posso inviare dei soccorsi. Vuole che le invii l’ambulanza, o mio Dio…
Signore, è ancora lì…
NOOOO, non mi dica che è morto. La prego mi risponda.
-Emy, credimi, tu non stai bene.
Senti le voci!... Non è mica semplice, e poi io non mi sto affatto divertendo. La vuoi smettere.
-Sara, scusami,ma la voce…
Secondo me chi parlava ora non c’è più… E la sua fine non è stata delle migliori. Parlava di Pozza di Sangue, parlava di non Laciar entrare…
Oh, sono confusa e spaventata…
-Senti Emy, vuoi che ti raggiunga?
-Nooo. Come dici tu sarà un semplice scherzo, anche mi  ha spaventato molto!
Continua la tua storia…
-Sei sicura! Altrimenti la finiamo qui, e ci sentiamo in un altro momento.
-Nooo, Sai che sono una persona suscettibile… Ma è giunto il momento anche per me di crescere. E devo convincermi che era uno scherzo… Insomma hai o non hai firmato quel contratto!?
-Beh, mi ha offerto la penna e mi ha messo il contratto sotto agli occhi. Io ho iniziato a leggere ed ero tra l’euforico e il dilaniata dai sensi di colpa…
Comunque stavo leggendo quando ho sentito una sua mano insinuarsi sotto il mio vestito, fino a risalire tutta la coscia. Mi sono voltata e l’ho guardato.
-E poi cosa hai fatto?!
-Non capivo, credimi, ero così confusa.
Mi ha stretto a sè e ha iniziato a baciarmi ovunque.  Era avvolta da un turbinio di sensazioni e la mia mente sembrava quasi soggiogata dalla sua brama…
Poi… in un attimo è successo tutto: una porta è stata sbattuta violentemente, e io, uscita da quello stato confusionale, mi sono divincolato da lui, gli ho mollato un sonoro schiaffo e sono fuggita.
Terrorizzata e piangend…
Oh scusa Emy mi bussano alla porta!
-E adesso come stai Sara? Peter si è mantenuto quel porco che è sempre stato!...
 
Breve silenzio.
 
-Cosaaaa, Ti bussano alla porta??? Non aprire, Ti prego, Non APRIREEE!!!
-Ma che dici…
Poi mi sono sbagliata è solo il vento, ma tu sei messa proprio male…
-Scusa è che, che…
O mio Dio, Sara,…
Io Non…,  Che Vuole da me…
-Emy. Stai impazzendo, ma che cosa ti sta accadendo!?
 
Un forte grido si levò dall’altro capo del telefono. Si sentirono rumori di colluttazione. Un colpo secco e fu di nuovo il silenzio!
 
-Emy, Sorellina, rispondi!!!
Che sta succedendo, mi voi parlare. E perché quell’urlo???...
E che sarà mai… ……!!!
 
-Proprio così bellezza, che sarà mai! Come avevamo stabilito: non l’ho fatta soffrire molto. Ora è tutto sistemato. Il vile porco è riverso nel suo stesso vomito, e la sua giovane ex amante giace esanime nel pavimento di linoleum nel suo stesso sangue.
Ho fatto proprio un bel lavoro Cara Sara!
Devi essere proprio orgogliosa di me!
 
-Brava Rossa, ottima prestazione.
Ora raggiungimi… Tu non puoi capire, che futuro ci aspetta: io e te e il nostro amore!
lisac
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categoria : racconto





lunedì, 05 settembre 2005, ore 09:02

Prima del salto
 
L’avevo pensato, quasi l’avevo sperato… ma che accadesse così in fretta non ci avrei mai creduto.
Ed eccomi qua in attesa dell’ultimo saluto, per poi viaggiare verso mete indefinite.
Era strano assistere ad ogni evento e non potere reagire. Avrei voluto tante volte intervenire, ma questo non mi era permesso.
Ero stesa su quel tavolo avvolta da fiori, e file interminabili di persone venivano a farmi visita.  Seduta accanto a me, la nonna. Unica devota e realmente scossa. Gli altri passavano, facevano commenti a bassa voce, e poi se ne andavano. Qualcuno accennava un furtivo segno della croce, indeciso, precario, guardingo…
Poi venni sollevata e posta nella mia bara e quindi predisposta per la cerimonia funebre, e poi la sepoltura.
Avrei voluto gridare a tutti che li potevo vedere e scrutare, ma mi era impossibile… e quindi non mi rimaneva che assistere a tutto lo spettacolo come semplice spettatore.
Arrivai in chiesa verso le dieci di quel sabato d’agosto del 19.. La stagione era torrida e un’afa esasperante aleggiava. La gente faticava a respirare e grondava di sudore.
Il mio corpo era riposto nel corridoio.
Ero in viso molto serena, e nonostante la sofferenza degli ultimi mesi ero molto distesa nei tratti ,e una pace quasi totale sembrava avvolgermi.
 
Nei primi posti erano seduti alcuni parenti, i più stretti.  Ma stranamente i loro visi erano poco distinti e faticavo a notare chi fossero. Probabilmente occupavano i posti sbagliati.
Quando ero in vita sostenevo che accanto alla mia bara avrebbero dovuto accomodarsi solo i meritevoli, cioè coloro che avevano avuto un affetto, un’ attenzione,  una benevolenza particolarmente rilevante nella mia vita. 
Infatti nonna, la mia cara tutrice, la mia amata consolatrice, la vedevo distintamente. Era seduta e cingeva il capo con un velo di pizzo nero. Era mesta e rassegnata e attendeva con ansia la fine di quell’ angosciante giornata.
Nelle file dalla metà in poi, sedevano alcune persone giovani. Le conoscevo tutte, ma non comprendevo il motivo della loro presenza. Alcune non le vedevo da anni, altre dall’inizio della mia malattia erano fuggite, altre ancora avevano forse frequentato le elementari con me…
Nei loro cuori non sentivo né dolore né compassione… ma solo la voglia della fine, per tornare alle attività di sempre.
Più indietro, i miei amici si facevano supporto a vicenda. Erano addolorati e dispiaciuti. Avrei voluto gridare a loro, che né stavo soffrendo né provavo paura… ma loro non mi ascoltavano e si facevano dilaniare da una forte sofferenza che proveniva dal profondo del cuore.
In fondo, nelle ultime file e al di fuori della chiesa c’era una folla di persone. Forse conoscenti, amici di amici… e qualcun altro che faticavo a distinguere. Stavano parlando della buona semina dell’anno e che seppure avesse fatto  secco avevano ottenuto buoni frutti…
Io sorrisi, e se ne avessi avuto la capacità li avrei dispensati dall’essere presenti.
 
Poco prima dell’inizio della celebrazione una mia amica arrivò di fuggita, sfiorò il mio giaciglio… Attese qualche minuto, vi poggiò una rosa bianca e gialla e se ne andò.
Avevo capito, e per me era stato importante!
 
All’improvviso il coro iniziò a cantare e la celebrazione cominciò.
Il prete era di mezza età, e parlava con accento straniero. Fece tutto molto in fretta, affermando che non c’era molto da dire. La morte per lui era misteriosa e quindi alcune volte colpiva inaspettatamente le persone più giovani e più buone.
E fu in quel momento che avrei voluto far sentire a tutti la mia sonora risata. Certo ero giovane, ma come poteva sapere un perfetto sconosciuto da quanto soffrissi, e quanto grande fosse la mia bontà?
Certo poi non lo biasimai. Si era trovato coinvolto in tutto quel trambusto.
Era stato mandato in scena alla cieca. Doveva pure improvvisare qualcosa.
 
Ciò che mi rammaricava però, era notare la sofferenza delle persone definite. I loro volti erano tanto stravolti per il dolore quando non era necessario… io ero appagata e compiaciuta in quello stato.
Ma loro non lo comprendevano.
 
Sul finire della cerimonia ci fu un colpo di scena. Un ragazzo che poco conoscevo, ma che ben distinguevo si fece largo tra la folla e urlò più volte il mio nome. Poi disse che solo un Dio così crudele poteva togliere la vita a chi per essa aveva lottato.
Poi scosse il capo e se ne andò.
Qualcuno nelle ultime file rise divertito e qualcun altro lo insultò alacremente.
 Io ne fui sorpresa, e provai dispiacere per non avere potuto conoscere, quando ancora ero dotata di vita, una persona tanto coraggiosa da urlare i propri sentimenti in una tale situazione.
 
La cerimonia si concluse. Forse qualcuno si sentì male, ma probabilmente più per il caldo torrido che per il patos della situazione.
 
Venni sepolta accanto ai miei genitori, che avevano già intrapreso quel viaggio già molti anni prima.
Mi sentii a mio agio e ben allietata.
 
Guardai uno ad uno i miei amici, le altre persone, le indefinite, alle quali non mi sforzai più di dargli un volto… Volevo che solo chi realmente contava mi rimanesse nel cuore. E la loro sincerità mi faceva stare molto bene.
Poi mirai nonna. Era sostenuta da due sue amiche e giaceva in uno stato pietoso.
Io sentivo che non potevo rimanere a lungo in quel posto… Ma feci uno sforzo e mi aggrappai a lei. Le sussurrai all’orecchio ogni meraviglia che mi fu possibile e conclusi con un grazie.
Lei sgranò gli occhi, e accennò un sorriso.
Ora potevo andare.
Non capivo, ma sapevo. Vedevo che stringevo una rosa bianca e gialla e due mani, una maschile e una femminile, a me molto care, mi attendevano verso l’alto.
Stavo per fare un salto e stavo per dimenticare tutto quello a cui avevo assistito…
Ma sentivo molti visi buoni e un sorriso dolce e stanco accanto a me, e questo mi fece rapidamente sollevare verso l’alto.
Stavo per intraprendere un nuovo viaggio!

lisac
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