Alla ricerca del cuore puro
Tanto, tanto tempo fa in un paese lontano, lontano viveva un Conte. Abitava in un castello situato su un promontorio. La costruzione era cinta da mura altissime che nascondevano tutto il circondario. Si diceva che all’interno vi fosse un giardino immenso, con alberi secolari e siepi altissime.
Dall’alto il Conte poteva mirare un panorama invidiabile e osservare tutto il paese che giaceva nella valle.
Si racconta che il Conte Cosimo fosse una persona strana e che tendesse a rimanere spesso solo e isolato.
Viveva con la servitù. C’erano un maggiordomo, cinque cameriere, due giardinieri e un autista. Ognuno di loro aveva incarichi precisi. Tutti comunque dovevano osservare una regola: mai parlare con il conte. Solo il maggiordomo poteva avvicinarsi a lui. Era il portavoce di tutti gli abitanti del castello.
Era anche incaricato della spesa e di affidare le consegne che puntualmente il Conte Cosimo distribuiva a ogni membro.
Il castello dall’alto della propria maestosità donava prestigio al paese. Era una costruzione molto antica e molto imponente che suscitava la curiosità dei passanti o di qualche furtivo turista.
Molto spesso qualche viaggiatore chiedeva in paese informazione inerenti alla struttura. Erano stupiti dalla bellezza, ma allo stesso tempo erano sorpresi dall’aspetto cupo e a volte anche spettrale che il luogo in sé racchiudeva.
Gli abitanti allora narravano la storia della famiglia del Conte.
-Anni or sono il castello era abitato da dei Signori buoni e rispettosi. Avevano saputo governare nel modo più adeguato il feudo e tutti gli abitanti vivevano in prosperità. Nonostante i tempi fossero bui e immensamente difficili, il paese cresceva nell’abbondanza e nel benessere.
I Signori erano soliti, poi, indire intere giornate di festeggiamenti e offrire lauti banchetti agli abitanti del feudo. Erano giorni buoni, e immensamente felici.
Il Conte però era conosciuto sia per la propria generosità che per la propria capacità di prendere delle sonore sbronze. Nonostante la moglie lo tenesse a bada, spesso in quelle occasioni, perdeva il controllo di se stesso, e diveniva una persona totalmente diversa.
Fu proprio durante una festa che un’ anziana donna proveniente dal un luogo lontano gli si presentò davanti. Era stanca, e il viaggio l’aveva terribilmente debilitata. Scendendo da cavallo chiese aiuto e il primo a offrire la propria benevolenza fu il Conte. L’accompagnò nelle sale del castello e la fece accomodare in una stanza dove potesse essere rifocillata e accudita. Il Conte dato ordine, ritornò alla festa e al suo vino.
Dopo alcune ore l’anziana dama chiese di vedere il Conte. Lui al proprio posto mandò la moglie, aveva troppa voglia di trovare conforto tra le braccia inebrianti della sua bevanda.
L’anziana signora sapendo ciò, si infuriò tantissimo, e chiese di nuovo l’udienza dal Conte. E lui rifiutò nuovamente.
Allora la dama uscì, andò a cercare il Signore del feudo e appena lo vide si trasformò in una bellissima fata dalle ali dorate e dall’aspetto raggiante.
“Tu mio caro Conte, non hai voluto udirmi, non hai voluto ascoltare le parole di un’anziana signora, perché volevi divertirti e bere, bere, e bere. Ma io avevo bisogno che mi ascoltassi, volevo narrarti del mio cammino, dei miei incontri, della grande solitudine e del deperimento a cui era andata incontro prima di trovarti. Ma tu non hai voluto… ed ero pronta a farti un dono, invece ti maledico, e maledico la tua famiglia e la tua discendenza…”
Alzò al cielo il proprio dito indice e così decretò:
“Da ora in poi, sarai costretto da ascoltare chiunque incontri, sentirai la sua sofferenza e te ne farai carico. Leggerai l’animo di ogni persona e ovunque andrai, ovunque sarai, sentirai i dolori dell’animo, le agonie, le afflizioni, i turbamenti…
Però ora sono solo accecata da una grande rabbia, e ti faccio questo dono visto la tua benevolenza iniziale: un giorno, quando qualcuno della tua famiglia incontrerà un puro di cuore, tutto questo smetterà e torneranno i tempi buoni.
Per ora è giusto che anche tu possa comprendere cosa vuol dire soffrire.”
E la fata svanì.
Tutti rimasero ammutoliti dall’episodio.
Il conte fece risuonare una poderosa risata e disse che era tutto uno scherzo. E chi gli stava attorno si unì a lui.
Ma ben presto le parole della fata si avverarono.
Una notte il Conte si svegliò di soprassalto. Aveva sentito la moglie gridare e piangere. Si mise seduto sul letto e guardò la compagna che dormiva profondamente. Ma lui nonostante lei dormisse, continuava a sentire i suoi singhiozzi, e a sentire quanto soffrisse per il marito. Temeva gli anni avvenire e pativa per il futuro dei propri figli.
Il Conte si alzò da letto e uscì dalla stanza.
“Ma non è possibile!” continuava a ripetersi.
Camminando per i corridoi del castello trovò una guardia. Era ferma immobile, ma il Conte passandogli vicino sentì come soffrisse per la propria madre che da alcuni giorni non si alzava più dal letto e aveva gambe scure come la pece.
“Noo non è possibile” continuava a ripetersi e si avvicinò alle cucine. Aprì la porta e una cameriera si alzò di soprassalto “Scusate Signore avete bisogno di qualcosa?”
“No nulla…” e lei non stava parlando ma, il Conte, sentì una profonda sofferenza. Temeva per la propria figlia, era cieca dalla nascita e tutti la consideravano un reietto…
Allora il Conte ritornò in camera svegliò la moglie e le disse di allontanare tutti dal castello. Solo chi serviva strettamente al sostentamento del feudo doveva rimanere, gli altri dovevano andar via.
Allora la gente iniziò ad allontanarsi e andò a vivere nella valle.
Il Conte si barricò nel castello e si isolò in una stanza.
Da quel giorno tutto attorno al castello divenne cupo e un alone di sofferenza quasi eterna si espanse nell’aria.
…
Da quel giorno i discendenti del Signore del feudo hanno sempre vissuto in quel castello, e nulla sembra essere cambiato.
Il Conte Cosimo era l’ultimo della dinastia, e aveva scelto una vita ritirata e in piena solitudine.
Comunque il Conte non si rassegnava alla propria condizione e aveva adottato diversi sistemi per osservare da lontano e non soffrire moltissimo.
Cosimo osservava il paese con un cannocchiale. In svariate ore della giornata saliva sulla torretta più alta del castello e osservava la gente, magari chissà, sarebbe riuscito a trovare il puro di cuore.
E ogni giorno scendeva avvilito e distrutto dalla sofferenza del piccolo mondo che lo circondava.
Sapeva che la bella fioraia soffriva per il marito afflitto da un male incurabile;
Conosceva le paure del signor Patric, consapevole del morbo che aveva contratto;
Percepiva i dolori di Mary, le mani si stavano atrofizzando senza alcun motivo;
Il salumiere piangeva ogni giorno per la solitudine;
…
Il Conte non ne poteva più, era stanco e infelice per quanto il suo piccolo e isolato mondo fosse pregno di afflizioni.
Finché un giorno di ritorno dalla torretta, decise di rassegnarsi al suo destino, e di isolarsi nel suo plumbeo castello. Con la sua morte sarebbe terminata anche la maledizione.
Un pomeriggio Cosimo sentì il campanello suonare.
Non era abituato a ricevere visite e comunque aveva dato ordine che chiunque volesse entrare gli fosse negato l’accesso.
Il campanello continuò a suonare e nessuno aprì.
Allora si ricordò di aver congedato per quel giorno tutto il personale e di essere totalmente solo.
Pertanto si arrangiò, andò al cancello a scacciare l’intruso.
Si avvicinò e vide un bambino sui dieci anni pallido, sporco e solo.
“Che ci fai qui, torna da dove sei venuto… Non voglio estranei”
Il bambino continuava a guardarlo e a non pronunciare parola.
Il Conte sentì un tonfo nel cuore.
Il bambino era estremamente sofferente. Aveva un animo stanco e aveva solo voglia di star bene.
Era stato abbandonato e nessuno lo voleva più. Nessuno aveva avuto compassione di lui…
Non sopportava più nulla e quell’ultimo campanello era stata la sua ultima chance.
“Vattene non ti voglio… e poi è così doloroso starti vicino…
Non restare qui ho detto, mi capisci!!!”
Il Conte si girò e se ne andò.
All’improvviso sentì un tonfo: il bambino era svenuto a terra.
Allora Cosimo senza riflettere, aprì l’imponente cancello, prese il bimbo in braccio e lo portò dentro nel castello.
Era drammaticamente difficile per lui… Sentiva il pianto in fondo al cuore del bambino e soprattutto sentiva il dolore della solitudine.
Strinse i denti lo adagiò nel letto e per fortuna arrivò il maggiordomo.
Cosimo gli chiese aiuto e di corsa andò a rifugiarsi nella sala più lontana dal bambino.
Dopo un po’ di tempo il maggiordomo bussò e riferì che il bambino aveva una febbre altissima e bisognava chiamare un medico.
Il Conte facendo finta di non sentire l’afflizione del maggiordomo e disse di procedere.
Arrivò un medico sulla sessantina, curvo e torvo.
Andò dal bambino. Rimase molto tempo in quella stanza e questo fece innervosire Cosimo.
Non poteva più aspettare e andò anch’egli a osservare.
Quando entrò, sentì la sofferenza del medico: voleva assolutamente bere del whisky, era in crisi di astinenza. E poi intese la preoccupazione del maggiordomo per il proprio padrone.
Intanto il bambino continuava a delirare e a piangere nel sonno.
E fu allora che Cosimo si prese carico della situazione.
Mise una mano sulla spalla del maggiordomo e disse:”Non ti preoccupare Victor, io sto sempre meglio del bambino e forse anche di questo medico. Esci pure dalla stanza e prepara del brodo caldo per il bambino.
E lei dottore mi dica come sta il piccolo”
“E’ denutrito e ha una febbre dovuta al deperimento e al forte affaticamento”.
“Bene dottore grazie per essersi prodigato di venir fin qui, il mio maggiordomo salderà il conto.”
Fatto ciò il Conte fu solo con il bambino. Si sentiva affaticato e stanco di sentire tutto quel male nelle persone che gli stavano accanto, ma doveva resistere e assistere il malato.
…
I giorni passarono e fortunatamente la sofferenza del bambino diminuiva. Ogni giorno stava sempre un po’ meglio.
Cosimo continuava a rimanergli accanto. Era stanco e continuava a sentire le sofferenze dell’abbandono e del mal nutrimento del bambino, ma non demordeva, voleva che guarisse. Era più importante la vita di una giovane creatura che quella di un uomo che aveva solo saputo vivere in solitudine dentro le imponenti mura di un castello medievale.
Una mattino il bambino aprì gli occhi e sorrise. Cosimo pianse e nello istante cadde a terra sfinito.
Subito il maggiordomo si prodigò a soccorrere il padrone e il piccolo gli rimase sempre accanto.
Furono giorno difficili per il Conte. Urlò, tremò, pianse… finché poi sfinito cadde in un sonno profondo.
E Cosimo sognò. Vide una bella fata dalle ali dorate e dall’aspetto raggiante… Le si avvicinò lo baciò. “Ecco il cuore puro che cercavi, era dentro di te. E ora è il momento che tu viva sereno e circondato d’amore.”
Il Conte si svegliò di soprassalto. Si guardò intorno e vide tutta la servitù raggruppata attorno a lui.
“Ben ritornato nel nostro mondo Signore, ora le libereremo la stanza” , il maggiordomo si voltò e fece quanto detto.
Solo il bambino non obbedì e si buttò addosso a Cosimo, gli buttò le braccia al collo e lo baciò ripetutamente.
Il Conte iniziò a piangere, a piangere e a piangere. Tutti rimasero immobili. Non sapevano come comportarsi e erano turbati dall’atteggiamento del proprio padrone.
“Non preoccupatevi…
E’ tutto finito. Vestitevi a festa, chiamate tutti quelli che vogliono venire. Sta sera indiremo un grande banchetto.
Siano serviti cibi succulenti e bevande pregiate… Niente alcolici però!
Devo presentare a tutti il mio futuro erede!”
Guardò il bambino e lo abbracciò.
Da quel giorno il sole tornò ad illuminare il castello, e il Conte Cosimo visse felice, circondato da nuove visite e dall’amore smisurato di quel bambino che gli fece risvegliare un addormentato cuore puro.
