lunedì, 29 agosto 2005, ore 09:22

Il desiderio di una sigaretta
 
Non so come potrei essere definita. Alcuni mi chiamano folletto, altri entità… altri ancora non ne conoscono la mia esistenza; sono pura essenza creata principalmente per rendere felice. Sono quasi un premio, una ricompensa che viene assegnata a chi ne sia risultato benemerito.
 
Era molto freddo quel giorno al parco, lui passeggiava tra gli alberi secolari, e fu così che lo conobbi. In tutto il mio semplice spirito luminoso. Mi appoggiai sulla sua spalla e gli spiegai che potevo renderlo contento. Giosuè sorrise, si esaminò il corpo mal formato dai dolori, si guardò la vecchia e stanca immagine riflessa sull’acqua della fontana, non attese altre spiegazioni, e se ne andò verso casa.
Non compresi mai perfettamente se quello fu un rifiuto o una semplice richiesta d’attesa… ma io non me la sentii di abbandonarlo e da quel giorno il mio punto di osservazione sulla sua vita, fu proprio da quella spalla.
 
E fu così che lo conobbi meglio.
 
Era un uomo umile. Da alcuni anni viveva da solo. Ma una fede alla mano affermava che non sempre era stato così. Era stata la donna della sua infanzia, la stessa della vecchiaia, a guidarlo nelle sue scelte, nelle sue criticità, nelle sue disperazione.
Il lavoro di calzolaio gli aveva permesso di vivere discretamente e di badare, certo non senza poche difficoltà, alla propria famiglia.
Negli anni in cui lui era giovane, non c’era bisogno di avere molte pretese… era necessario lavorare alacremente, garantire così il pane per il sostentamento della famiglia e ogni ingranaggio assumeva il giusto funzionamento. Era felice di poter vivere in una casa, seppure di poche stanze, tutta per la sua famiglia e era orgoglioso di sentirsi circondato dall’amore smisurato e puro di una donna e un figlio.
Il lavoro non gli mancava e visto che in paese era l’unico a svolgere tale attività, si prospettava un ottimistico futuro garantito. Dopo le difficoltà della grande guerra era pronto a rimboccarsi le maniche, ma era certo che il peggio era già accaduto.
 
Però nella sua casa non fu tutto così semplice e prevedibile. All’età di cinque anni il giovane figlio si ammalò. Una misteriosa febbre lo travolse. La temperatura variava nell’arco di una giornata, ma per la maggior parte delle ore era molto elevata. La giovane moglie era disperata. Aveva provato ogni rimedio per risanarlo. Ma ogni tentativo sembrava vano.
Giosuè ogni sera quando tornava da lavoro trovava il figlioletto riverso nel letto, privo di ogni forza, quasi esanime, dilaniato da una perfida e indefinita malattia. Appena però il piccolo lo vedeva, raccogliendo ogni rimasuglio di forza, gli protendeva le esili braccia e attendeva trepidante baci e coccole paterni. Era struggente notare quanto fosse importante quel amore, quanto fosse immensa la voglia di vivere,… quando fosse imminente un distacco …
La madre intanto esausta, assisteva alla scena da una poltrona a fianco, senza battere ciglio, senza quasi respirare, per non disturbare l’armonia di affetti riversi in quegli istanti.
La situazione precipitò in pochissimo tempo, e la giovane vita venne stroncata ancora prima di poter apprezzare il mondo.
 
Giosuè affermava che il suo piccolo figlio era vezzeggiato tra le braccia degli angeli.
Era Dio che lo aveva voluto accanto a se prematuramente, lo aveva desiderato per risparmiagli le sofferenze di un mondo troppo aspro!
 
Gli anni trascorsero e il lutto venne mantenuto a lungo.
Entrambi i genitori sentivano l’acuminarsi del dolore di quella mancanza, e ogni giorno si dimostrava più complicato da affrontare.
Ma lo scorrere inesorabile del tempo porta la vita a proseguire nel proprio decorso e piano piano la sofferenza venne meno anche se il ricordo si manteneva vivido nelle loro menti.
 
Giosuè intanto aveva cambiato anche d’aspetto e una barba grigia gli cingeva il viso, a tal punto da farlo sembrare più vecchio di molti anni.
Era sempre molto abile nell’arte del lavorare le scarpe e i clienti non gli erano mai mancati. E forse proprio quella attività gli aveva salvato l’esistenza.
L’uscire di casa e produrre quanto più amava, gli permetteva di distrarsi e di mantenere la mente impegnata.
 
Al contrario la moglie rimaneva in casa, e poche volte usciva.
Le commissioni venivano sbrigate nelle prime ore del mattino. Andava al mercato quando tutto era ancora semi deserto e quando poteva incontrare meno persone possibili. Rifiutava ogni conversazione e rinnegava ogni visita.
Aveva scelto l’isolamento.
Da quando il figlioletto l’aveva lasciata, aveva rifiutato ogni momento successivo. Per questo non accettò mai alcun cambiamento.
Giosuè quando la sera tornava, stimolava la moglie in conversazioni e attività, ma ogni sforzo fu vano.
La donna rifiutava il contatto con il mondo, che dal giorno di quel lutto, era divenuto piatto e sterile.
La situazione durò parecchi anni e nonostante le cure amorevoli di Giosuè e la sua grande devozione, tutto rimase inalterato fino alla morte nel letto coniugale.
Quel mattino, Giosuè, trovò la moglie priva di vita. Se ne andò senza disturbare, in punta di piedi, l’anniversario del decimo anno di morte del figlio.
Ma forse era proprio da tutti quegli anni che aveva già cessato di esistere!
 
Giosuè accettò il secondo lutto della sua vita con mesta rassegnazione. Rinnovò quella sofferenza e si sentì nuovamente impotente difronte alla sconosciuta volontà divina.
Giustificò il fatto affermando che Dio aveva voluto portare accanto al debole figlio l’amore materno, che,  in quanto separati, non potevano perfettamente completarsi.
 
E anche questa volta ci volle molto tempo prima che il dolore divenisse meno acuto, ma lo scorrere inesorabile degli anni porta la vita a proseguire nel proprio decorso e piano piano la sofferenza venne meno anche se il ricordo si manteneva vivido nella sua mente.
 
Come di consuetudine ogni mattino Giosuè si recava nella sua bottega, e allietato dagli odori del cuoio e della pelle lasciava che gli anni gli sfuggissero dalle mani. Oltre alla folta barba assunse una postura ingobbita e questo lo fece sembrare molto più vecchio di quanto non lo fosse.
Il suo lavoro proseguiva, e amava come i primi anni, intrattenersi in chiacchiere con i clienti.
Era ben voluto da tutto il paese, che lo rispettava e lo stimava.
Il vecchio Giosuè lavorava alacremente e soddisfaceva ogni esigenza della clientela. Era attivo e nonostante gli anni, non aveva perso manualità.
 
Una mattina però, l’anziano lavoratore non ebbe la capacità di alzarsi. Le sue gambe non rispondevano più ai suoi comandi. Sembrava quasi che una stanchezza smisurata lo incollasse al letto. E capì che probabilmente era giunta la sua ora.
E fu in quel momento che dall’alto di quella spalla, feci nuovamente notare la mia presenza. Gli ricordai la mia capacità di rendere felice, la mia dote di donare una ricompensa, il mio essere folletto.
E questa volta ebbi una risposta.
“Dammi una sigaretta, non ne ho mai provato una”
Non avevo problemi nell’esaudire quella richiesta, ma piano gli suggerii, che avrei potuto farlo rialzare, continuare a lavorare, fargli pesare meno gli anni,…
“Dammi una sigaretta, non ne ho mai provato una”
Non comprendevo… Eppure come entità, mi era permesso vedere oltre, conoscere l’intelletto umano, ma ora non capivo.
“Dammi una sigaretta, non ne ho mai provato una”
Dopo due giorni ritrovarono Giosuè riverso nel letto, esanime con accanto una sigaretta quasi del tutto fumata.
Fu degnato di una buona sepoltura e riposto, nell’eterno riposo,  accanto al proprio figlio e alla propria moglie.
 
Io me ne andai da quella spalla la notte in cui spirò. Era stata la mia missione più difficile: aiutare un uomo che godeva di ogni singolo giorno, che credeva nella felicità sudata, e ricercata.
Giosuè non volle l’aiuto di alcun folletto; viveva d’amore per la vita e credeva nel saper lottare per essa.
Era stato felice della gioia che gli aveva dato in pochi anni il figlio, era stato onorato dell’amore della propria moglie, era orgoglioso di un lavoro che lo rendeva utile al prossimo.
E così come aveva vissuto di tante  positive consapevolezze… si era avviato alla morte sapendo che in essa avrebbe trovato il ricongiungimento  con gli affetti più cari.
E infine non volle deludere neppure me, e non sprecò neppure l’ultima opportunità che la vita gli diede…
Fumò una sigaretta!

lisac
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categoria : racconto





venerdì, 05 agosto 2005, ore 07:28

Bretagna

Aspettami, arrivo!

Spero in sogni lieti ad occhi aperti, per trovar ristoro e pace!

Spero in un buon viaggio e in tanta ospitalità...

Per rigenerarmi e portare ispirazioni da terre lontane...

Così come bardo,  alieterò con racconti magici e incantanti 

Di quelli che furono, sono e saranno gli eroi di questa tua avvenenturosa e fatata terra!

lisac
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mercoledì, 03 agosto 2005, ore 09:07

Scorcio di città…
 
Il viale è ai margini di una grande tangenziale. E’ molto comodo e sicuro. Non è percorribile dai veicoli, ma solo dai pedoni.
Sembra quasi una piccola oasi prima della grande metropoli, una strettoia alberata che dona ristoro e riparo prima del grande caos.
Giorno dopo giorno, ora dopo il viale è sempre affollato. E una miriade di pensieri si scontrano in neppure mezzo chilometro di cammino.
Maria questa mattina ha scelto un’andatura lenta. Le gambe sono indolenzite e i passi le risultano pesanti. Piano con una mano si sistema il fazzoletto che le cinge il capo. Spera che la gente vedendola la scambi per una giovane snob, che vuole darsi un tono, e nel cuore si augura che nessuno la compatisca per quel secondo ciclo di chemioterapia dagli esisti poco esaltanti. Fa un bel sospiro e alza lo sguardo… sa che fra pochi minuti raggiungerà l’ospedale e là non dovrà più nascondersi dietro a nessuna scusa. I suoi occhi si incrociano con quelli di Bob che con sollecitudine si sta dirigendo verso la banca. Ha un assegno da incassare che gli cambierà la vita. Non l’ha ancora detto alla moglie, e forse non glielo dirà mai. La vincita inaspettata gli dà due opportunità: o pagare in anticipo il mutuo o farsi attendere da Sara in aeroporto e filare verso uno dei tanti paradisi fiscali. Sono occasioni più uniche che rare…e la vita è una sola e con lui è sempre stata molto ingrata. Nel suo cuore sa già qual è la soluzione…e forse non sarà poi così bastardo… una  maniera per avvisare la moglie la troverà!
Intanto Sandro e Elena tenendosi per mano si dirigono verso il supermarket. Non è molto lontano ma quel viale non è poi così breve come risultava un tempo. Oggi festeggiano cinquant’anni di convivenza. Un’eternità a parole, un semplice soffio nel viverlo. Sandro si ferma e dà un bacio a Elena, prendendola di soppiatto: “Che fai, sei pazzo!!!…” La gente intorno li guarda e non può far a meno che sorridere. Elena trascina il marito, tirandolo per la manica, lasciando trasparire un rossore verginale sul volto candido.
Luca va nella direzione opposta, sta mattina niente scuola…almeno non per lui. Bisognava in qualche maniera evitare il compito di Mate. Un’altra insufficienza e l’anno avrebbe potuto essere messo in discussione. Per questa mattina lo attende la sala giochi e magari qualche sigaretta, una di quelle furtivamente prese dal pacchetto del padre.
Giovanna guarda ogni cinque passi il cellulare. Attende una chiamata, o un sms, o un semplice squillo di Marco. Ha entrambe le scarpe slacciate e ha già rischiato un paio di volte di ruzzolare sul ghiaino, ma non importa, in questo momento ha altro a cui pensare.
Luca tiene in mano, ritta nel gambo e fresca di rugiada, una rosa appena acquistata alla fioreria dietro l’angolo. E’ pronto. Questa mattina dirà tutto a Marina; di quell’amore che nutre da sempre, da quello che ha guidato le sue fantasie nella fanciullezza, a quello puro e sicuro dell’età adulta. E’ pronto a buttarsi in una storia con quella che fino a qualche ora prima era la sua migliore amica.
Francesco intanto corre, e il fiato gli viene meno… “Ma che corro a fare, quella stramaledetta corriera non la prenderò mai”! La vita da single non fa per lui, non trova i suoi ritmi e gli spazi sono fin troppo grandi. Questa settimana ha già sbagliato due lavatrice e le sue mutande sono tutte rosa. Si è accorto che non ha acquistato abbastanza stoviglie e i bicchieri sono troppo fragili. “RIVOGLIO GIULIA!!!”
Il vecchio Gino intanto affronta il vialetto zufolando uno strano motivo. E’ da questa mattina appena sveglio che gli attanaglia la mente. Gli ricorda solo un paio di scarpe rosse…”ma chi le indossava?!
Mario, Luigi, Pasquale sono vestiti di scuro. Non avrebbero voluto che fosse mai arrivato questo momento. Si stanno dirigendo verso il duomo, devono dare l’estremo saluto a Milly. Troppo giovane per un addio, ma troppo fragile per questo mondo. Per loro solo una giornata di lacrime.
Silvio rincorre il cappello, mosso da un vento inaspettato. Anche la gonna di Marta si alza, mentre Sofia si irrita con le nuvole che non portano nulla di buono.
Manuel intanto distribuisce sorrisi a tutti. Poi si ferma e grida: “SONO FELICE!!!”
Io gli passo accanto lo saluto con un sorriso. Non l’ho mai visto e forse non lo rivedrò mai più…E’ bello incontrare qualcuno che ammette la propria felicità!
Intanto mi trascino questa mia valigia. Le rotelle fanno rumore, ma non me ne preoccupo. Il bagaglio è ricco di speranze e buone intenzione. Ho lasciato sull’uscio le lacrime e ho aggiunto tante risate. Ho lasciato anche la paura del dolore, e ho chiuso in un cassetto la mia ansia. Ho riempito la valigia di buone letture e di fantasie ispirate dalle terre lontane che visiterò e dalle persone che incontrerò. Ho messo anche un cd con la musica che non fa tendenza, ma quella che rispecchia il mio sound.
C’è un paio di scarpe grigie per la pioggia, e un paio di scarpe gialle per il sole. Una maglietta azzurra e una felpa verde per dare colore a qualche ora plumbea… 
E attendo speranzosa l’ora di partire… e con la mia valigia piano piano mi dirigo verso nuove mete. Un velo di tristezza mi avvolge, per ciò che ho lasciato, per quello che non ho portato…

Ma in ogni partenza, qualcosa viene perso nel vento!

lisac
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categoria : racconto