

Storia di una vita



E’ solo questione di abitudine?!
Ero passata molte volte per quella strada. Per la verità ogni mattina da due anni.
Cercavo di mantenere l’abitudine.
Prima di iniziare a lavorare facevo una corsa attorno al parco… quello grande e alberato proprio sotto casa mia.
Volevo mantenere l’abitudine
La sentivo una cosa salutare, ma allo stesso tempo necessaria. Mi aiutava a scaricare tutte le tensioni… mi sentivo sollevata, più leggera.
E come ogni mattina, anche con un tempo poco clemente, percorrevo la zona più folta del parchetto.
Ma lì aumentavo il mio ritmo. Non amavo quel tratto. C’era come sempre un mendicante, un clochard, un reietto della società, un senza tetto…
Ogni mattina usciva dal suo rifugio notturno e mi saluta con un inchino, togliendosi il cappello e apostrofando un “Bonjour Mademoiselle”.
Non l’ho mai degnato di una minima considerazione. Anzi se potevo, correvo con una velocità tale da spezzarmi il fiato. Non tolleravo il suo aspetto, il suo atteggiamento e il suo crogiolarsi nel dolce far nulla… Non ho mai sopportato il suo portamento così elegante e accurato, seppure nella sua elevata sporcizia, e insulsaggine…
Io ogni mattina dopo la mia corsa, mi facevo una doccia veloce, mi truccavo, mi pettinavo e dopo una colazione equilibrata iniziavo la mia giornata.
Ogni giorno prendevo due autobus per raggiungere il posto di lavoro.
E come da abitudine, dai finestrini del mezzo, vedevo il mendicante con il suo carrello della spesa che percorreva le vie della città e chiedeva l’elemosina.
Come non tolleravo quella sua condizione.
Arrivata in ufficio, avevo contatto con dei clienti poco raffinati e con capi altrettanto burberi.
Era sempre complicato riuscire a portare al casa quel misero stipendio.
E poi verso le sette riprendevo i due autobus e mi avviavo al ritorno.
E come d’abitudine lui era là. Che ringraziava tutti coloro che lo ricompensavano con un inchino.
Non lo sopportavo. Io mi spaccavo la schiena, faticavo e lui così tirava avanti senza tante pretese e tante storie. Come mi infuriava la sola sua vista.
Ero sempre esausta quando tornavo e spesso dopo una cena veloce cadevo sfinita davanti alla tv che trasmetteva solo immondizia… la stessa che al mattino avrei visto alzarsi dai cespugli…
Questa mattina però non era tutto come d’abitudine.
Avevo già iniziato a correre, ma tutto era stranamente diverso. Percorsi il tragitto con la rapidità di sempre, ma nel fitto non trovai un inchino ad accogliermi.
Intanto il brusio che da lontano si sentiva, si faceva sempre più chiassoso e quindi decisi di spostarmi in direzione del rumore.
Molta gente era attorno ad un camion.
Al centro della strada un carrello della spesa e cianfrusaglia varia cosparsa. Un pianto di donna echeggiava, mentre un gettito d’acqua usciva dall’idrante urtato dal camion.
Mi feci spazio tra la folla e la scena fu raccapricciante.
Tra il camion e l’idrante c’era un uomo riverso a terra. Aveva la testa in una pozza di sangue e le orbite fisse e immobili. La bocca semiaperta e aveva il braccio destro in una posizione innaturale. Sicuramente non respirava… Era morto… Era il senza tetto, e tutti lo avevano riconosciuto.
Dopo alcuni minuti arrivò un’ambulanza. Andarono subito a controllare lo stato della donna che continuava a rimanere seduta nel mezzo della strada e a urlare in maniera indecifrabile.
Quando videro che era soltanto sotto shock, ma non recava ferite, si diressero verso il vagabondo. Ne dichiararono immediatamente il decesso, senza tanti controlli o scrupoli.
Anche
Quando poi il coroner se ne fu andato, tutto tornò alla normalità. Il camion venne rimosso e l’idrante fermato. C’era solo una brusca frenata sulla strada, un alone di sangue e nulla più.
Il mattino seguente l’episodio era sul giornale locale.
“Giovane donna sfugge da un tragico incidente. Sfiorata la tragedia. Un veicolo che trasportava quotidiani sbanda, in seguito ad un colpo di sonno del conducente. Solo molta paura, ma sia l’autista che la ragazza rimangono illesi.”
Nessuno citava il clochard, nessuno si ricordava di lui. Nessuno aveva analizzato la sua storia.
A chi potevano interessare le vicissitudini di un povero senza tetto.
Da quel giorno smisi di correre.
Persi l’abitudine.
Non mi andava più di compiere tutto quello che già facevo. Detestavo me stessa e quelli che la pensavano come me: chi ero io per giudicare chi non conoscevo?! Chi ero io per definire reietto chi non aveva fatto altro che salutarmi?
Chi ero io per disprezzare chi non conduceva uno stile di vita come il mio?!
Ma chi era la vera persona a sbagliare? E chi può essere realmente definito Benpensante?
Dopo alcuni giorni il giornale locale scrisse:
“Sulla tomba di uno sconosciuto, rose fresche ogni mattina. Chi è il tale anonimo così meritevole? ”.