giovedì, 28 luglio 2005, ore 07:13

“Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia!”
 
L’ultimo giorno di scuola era una vera è propria benedizione. Mi riecheggia ancora in mente il rintocco della campanella che segnava la fine del periodo scolastico e l’inizio della vera estate.
La bella stagione infatti, coincideva sempre con la fine delle costrizione scolastica.
Era rigenerante sentire il profumo di libertà, che si univa alla voglia di scorribande estive nel bel mezzo della natura campestre.
Io e Jenni ci trovavamo ogni mattina subito dopo la colazione e le consuete raccomandazioni materne. Ogni giorno sperimentavamo giochi nuovi, insidiati da mostri o torturatori. Ogni giorno percorrevamo vie sconosciute ed incerte che ci davano le brezze di nuove scoperte e di nuove avventure.
Non eravamo sole nelle nostre scorrerie, ma o i nostri fratelli o qualche altro vicino si univa, e spesso costituivano un folto gruppo di allegri bricconi. Allora si inventavano giochi collettivi fatti di nulla, magari pochi stracci e tanta inventiva…ma a noi andava bene così.
Per l’ora di pranzo bisognava sempre essere a casa, e come di consueto le nostri madri, avevano sempre qualcosa da rimproverarci o motivi per ammonirci. Di tanto in tanto qualcuno usciva di casa con gli occhi inumiditi… Ma poi nel pomeriggio le avventure continuavano e tutto si dissolveva in una risata o in una scrollata di spalle.
Sicuramente però il momento più bello dell’estate era dato dalle scorrerie notturne. Capitava, di rado purtroppo, che i genitori della nostra contrada si riunissero in qualche casolare, semplicemente per scambiare quattro chiacchiere o per bere qualcosa in compagnia.
Ah, quelle per noi ragazzi erano vere e proprie avventure.
Spesso giocavamo a nasconderci tra la vegetazione oscurata dalle tenebre. Era eccitante ma allo stesso tempo estremamente pauroso… ma nessuno si arrendeva e inoltrandoci nella campagna illuminata da soli fari lontani o da qualche lucciola, ci si terrorizzava a vicenda, in un gioco di spasmi e di risate sommesse per non essere scoperti. Le ginocchia venivano immancabilmente sbucciate e le braccia nude sfregiate da qualche ramo inatteso.
Ma nonostante tutto il gioco finiva sempre troppo presto…                                                                 
Qualche giorno invece si decideva di trovare un punto di incontro. Noi signorinette giocavamo a fare le adulte. Io e Jenni allestivamo dei fittizi atelier con vestiti semi strappati e da noi stesse decorati. Le nostre amichette ci raggiungevano e insieme ci inventavamo mondi con principesse, sempre belle e fatate, eroine forti ed intraprendenti che uccidevano draghi e qualche volta anche dei cavalieri. I maschi non erano invitati, e spesso passandoci accanto ci schernivano.
Ma loro non potevano capire, loro erano troppo diversi e così strani!
 
Di solito verso il mese di Agosto la mia amichetta andava in villeggiatura al mare, e io mi ritrovavo sola… In quel periodo trascorrevo le mie ore di vagabondaggio con Toni.
Lui era molto diverso da Jenni, era molto serio, e spesso mi trascurava per giocare a pallone con i suoi amici maschi. Aveva una parlata strana, e tirava sempre su con il naso. Portava occhiali spessi e comunque era sempre cieco. Aveva una paura folle dei ragni, ma questo era un nostro segreto… Se per caso ne incontravamo uno mentre eravamo seduti nell’erba, o nelle scorribande nella campagna, mi ordinava di scacciarglielo di dosso. Io ridevo a crepapelle, e la maggior parte delle volte con un soffio lo buttavo al vento… altre volte, quando ero irritata con lui, non me ne curavo e se proprio ero infuriata, torturavo il povero ragnetto strappandogli lentamente a una a una le zampette…
Toni sorrideva poco, ma quando lo faceva era contagioso… Mi divertiva stare in sua compagnia anche se non accettavo di essere per lui un semplice palliativo per quelle ore che non trascorreva con gli altri ragazzi.
Con lui non si facevano giochi con vestiti o scarpe prese in prestito o rubate, ma si spaventavano i vecchietti per le strade e si tirava la terra alle lenzuola fresche di bucato.
Si andava anche a pesca, ma l’ho sempre trovato molto noioso. Lui invece rimaneva fermo per ore con una canna di bambù in mano e attendeva la preda…Io invece chiacchieravo pressoché da sola, e con in bocca un filo d’erba mi stendevo al sole accanto a lui, e gli raccontavo il mio mondo.
Lui era un vero ascoltatore e sapeva mantenere i segreti, anche quelli più profondi.
Toni era un tipo serio, strano a vedersi, ma aveva molte doti. Non faceva mai la spia e sapeva sempre far goal, anche se qualche volta si inciampava sul pallone perché non lo vedeva.
Con lui era tutto diverso, ma spesso anche pericoloso. Le nostre mamme scoprivano sempre le nostre malefatte e per alcuni giorni causa castigo, non ci era concesso vederci.
Lui voleva fare il barbiere, e con due amici aveva già progettato il salone: piccolo, essenziale e con il distributore di gomme fuori dalla porta, così i bambini ci sarebbero andati più volentieri.
 
Il tempo scorreva inesorabile e di anno in anno le nostre abitudini ed esigenze erano diverse.
Cambiavano i nostri atteggiamenti e le nostre movenze. Anche i nostri corpi subivamo dei mutamenti, che all’inizio ci spaventavano poi ci piacevano e questo ci faceva comprendere il diventar grandi.
Anche i maschi si diversificavano, ma all’improvviso, senza alcun preavviso. Spesso te li trovavi cresciuti, con un finto baffetto al labbro superiore e una voce gracchiante.
Erano i misteri della crescita, che ci facevano dimenticare il gusto delle corse pazze per i tratturi campestri e ci facevano ricercare nuovi stimoli e nuove ambizioni.
 
Di anno in anno anche le aspirazioni divenivano diverse. Nessuno ambiva più alla professione di barbiere o contadino, nessuno più desiderava vestirsi di stracci e correre al buio all’impazzata. Si iniziò a temere l’ignoto e a fare progetti.
Abbandonammo così la fanciullezza… Il mondo per adulti ci attirava e noi non volevamo farlo attendere.
 
Con lo scorrere del tempo le nostre figure e le nostre mentalità sono divenute adulte e senza nemmeno accorgercene eravamo divenuti donne e uomini.
Alcuni del gruppetto delle scorribande notturne non ebbe mai l’opportunità di superare la pubertà perché un fato crudele li travolse.
Jenni andò lontano dal paese natio. Non l’ho più vista dall’età di quindici anni. Ci eravamo promesse amicizia eterna; la stessa che terminò dopo la seconda lettera  che mi scrisse da una provenienza a me sconosciuta.
Toni è divenuto un buon imprenditore. Si è sposato molto giovane. Ha due meravigliose bambine. Non fa il barbiere e non ha neppure mai tentato di intraprendere quella attività. Anche lui ha lasciato il paese natale per la città, luogo che facilita scambi economici e culturali.
Di tanto in tanto torna. Lo vedo passare e mi saluta da lontano. Il bambino che era insito in lui è uscito molto tempo fa e ora al suo posto c’è un uomo adulto, che sogna poco e rende concreto ogni cosa che tocca.
E poi ci sono io. Lo ammetto, sono anch’io stata vittima di cambiamenti. Ma erano necessari. Sono ancora in balia delle onde e molto spesso la zattera in cui mi trovo si capovolge e devo iniziare nuovamente la navigazione. Però sono stata fortunata, ho avuto una fanciullezza spensierata che mi ha insegnato il sapore della libertà e il gusto del sogno, che forse non ho ancora del tutto abbandonato… Per questo, forse, stento ancora a crescere!
 

lisac
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venerdì, 22 luglio 2005, ore 07:25

Storia di una vita

 
Erano gli anni cinquanta quando la giovane Marta si muoveva al suono del bolgie-woogie. Erano gli anni in cui sfuggiva dalla finestra, per andava nelle piazze a muovere le anche, con gli aitanti giovanotti E fu in una delle tante evasioni che la conobbi. Era da tempo che la fissavo, ma non trovavo il coraggio di avvicinarmi a lei. Non era bellissima, ma era una donna che si distingueva. Aveva un fascino dettato dalla facile parlata, e dalla risata poderosa.
Era la donna che ormai mi aveva intrappolato, la stessa che dopo alcuni anni avrei sposato.
 
Ora che la vedo distesa su questo squallido letto di ospedale, mi chiedo dove sia andata tutta la sua esuberanza. Non posso adattarmi a questa immagine e neppure al nefasto destino.
 
La nostra convivenza dura da più di quarant’anni e insieme abbiamo lottato. Ci siamo spesso scontrati; lei era una bella testarda, ma abbiamo sempre trovato un giusto compromesso, un buon accordo.
 
Ora giace quasi esanime. Immersa in uno mondo lontano. Io rimango qui però, non la abbandono e continuo a stringerle la esile mano, liscia e priva di ogni forza.
 
Come furono duri i primi tempi. I soldi sembravano non bastare mai e le esigenze familiari sembravano sempre aumentare. Ma era spesso lei che risolveva i problemi. Era dotata di una innata positività che dava forza. Sapeva vedere tutto da una prospettiva semplice e sapeva pazientare. Era così che mi aiutava. Poi era una brava donna di casa, parsimoniosa e molto ingegnosa.
 
Ora nel suo torpore, sembra aver abbandonato il suo spirito di combattente. Sembra aver riposto ogni fendente, e essersi adattata allo stato semi vegetativo in cui si trova.
Aveva sempre saputo combattere anche le battaglie più dure. Quelle in cui anche il senno viene messo in discussione.
Oramai il suo respiro è divenuto sempre più fievole, ma rimango qui e non mi muovo. E’ spesso in uno stato di semi coma e quella lucidità che l’aveva contraddistinta negli anni migliori si faceva sempre più rara. Spesso si rianima dal suo torpore e mi chiede come sta Rita… e senza nemmeno il tempo di rispondere era già tornata in quel suo mondo fatto di astrattismo e visioni fuggevoli.
 
Rita, la nostra figlia minore,  non arrivò mai all’adolescenza. E’ quello fu un duro colpo. Marta non approvò mai la mia accettazione della sua scomparsa. Alla fine era l’unica maniera per continuare a vivere. In quel periodo però Marta si allontanò da tutto e da tutti. Avrebbe solo voluto crescere la nostra giovane bambina, avrebbe voluto guidarla nel cammino per divenire donna, avrebbe voluto metterla all’erta dai maschi malintenzionati…, ma non poté. E ci volle molto tempo prima che si rendesse conto che stava trascurando il resto della famiglia e soprattutto se stessa. Inoltre stava lottando contro un nemico invisibile ed estremamente potente: la morte.
Fu proprio in quel periodo che la nostra secondo genita, Sandra, scappò di casa e io mi rifugiai tra le braccia di un’altra donna. Non ero felice, e neppure appagato. Cercavo soltanto una stabilità che nella mia famiglia si era dissolta.
Una notte, quando tornai, semi ubriaco e con il profumo addosso ancora dell’altra, trovai una busta di plastica con dentro una biglietto:” Sandra è tornata a casa e domani ritornerà alla vita di sempre, come noi tutti spero. Tu qui dentro trovi un cambio. Esci e torna solo quando avrai ritrovato il buonsenso!”
Da quel momento riprese in mano le redini della famiglia e tutti gli ingranaggi iniziarono a funzionare nuovamente. Ero io quello che aveva molta strada da percorrere: dovevo riconquistarla e non fu certo impresa facile.
 
Ora la grande guerriera è qui adagiata su questo letto. La fisso tenendola stretta e dietro le rughe di un viso segnato dalla sofferenza, posso ammirare ancora la sua grinta e la sua caparbietà.
 
Da quel momento non pensai più di cercare calore tra braccia che non fossero coniugali. Anche perché tra di noi per molto tempo ci fu il gelo. Ma era una donna ragionevole e sapeva che la vittoria era dalla sua parte e dopo un po’ mi riaccolse.
L’altra figlia intanto cresceva. Marta aveva aumentato le attenzioni nei suo confronti. Ma ben presto capì che era una brava ragazza, e seppure avesse molto sofferto per la scomparsa della sorella, era in grado di affrontare un mondo che la attendeva, con tutte le bellezze e le brutture di una travagliata esistenza.
Quando Sandra se ne andò di casa ci ritrovammo soli, e in una certa maniera sembrava di essere tornati agli inizi della nostra storia; soltanto che ora avevamo trent’anni di esperienze condivise e una figlia adulta pronta ad affrontare la vita in maniera autonoma.
Questo significava essere invecchiati, ma anche essere cresciuti.
I due giovani che si ballavano accanto avevano lasciato il posto a due vegliardi con anime e cuori più sensibili e magari anche un po’ più stanchi di un tempo.
 
Ora qui ti chiedo di guardarmi, di darmi una delle tue carezze fuggevoli, di baciarmi sulla fronte, di sorridermi…ma dal tuo mondo emergi poche volte. E non mi dai neppure il tempo di spiegarti quanto avrei da dirti.
 
La nostra bella figlia è al termine della gravidanza. E’ molto avvenente nelle sue forme tondeggianti e ti assomiglia sempre di più. Viene ogni mattino a trovarti e immancabilmente ti spazzola i capelli. Ha sempre amato quel gesto e mi riporta tanto alla nostra gioventù…
 
Oh, Anima Grande, aggrappati a me e io continuerò a sorreggerti. Dammi un po’ della tua sofferenza lasciati ancora alimentare dal mio amore!
 
Le ore passavano inesorabile e non l’abbandonavo neppure un momento.
Ti tendevo le mani, Ti accarezzavo, mi illudevo che tutto sarebbe finito e Tu saresti tornata ad essere viva e pura come eri sempre  stata… Ma questo deleterio destino, ci poteva serbare un lieto fine?!
 
Albeggiava quando ancora una volta mi hai sorpreso. I tuoi occhi erano spalancati e alternavi uno sguardo a me e uno al sole che si mostrava dall’orizzonte.
Mi hai sorriso e timidamente hai alzato una mano e me l’hai avvicinata al volto.
E’ fatta, E’ di nuovo tra di noi. E’ ancora la Mia Marta!
Hai Lasciato scivolare una lacrima e io ti ho imitato, copiandoti anche il tenero sorriso. Poi piano mi hai sussurrato: “Lasciami andare!”
 
No, no, e poi no…come farò, come sopravvivrò…Questo avrei voluto urlarle. Ma non era giusto, sarei stato nuovamente egoista, pensando solo a me, come sbagliai un tempo.
Lasciai libere le tue mani e un flebile sospiro immediatamente ti portò lontano da me. 
 
Quello stesso giorno Sandra diede alla luce una bellissima bambina.
Quel tuo sospiro fu la fine delle tue pene e vita per una nuova creatura.

lisac
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venerdì, 15 luglio 2005, ore 07:52

La Perfezione
 
Tacchi, vertiginosi tacchi, sostenevano un corpo perfettamente plasmato. I polpacci abbronzati, e tesi, caviglie sottili. Un tubino nero che batteva appena sotto al ginocchio. Una camicia bianca con una profonda scollatura che lasciava intravedere un seno sodo e rotondo. La giacca le cadeva perfetta sulle spalle e allacciata ad un solo bottone le faceva risaltare la vita: stretta e ritta.
I capelli erano raccolti in un chignon e sottili ciuffi le ricadevano sul collo; era perfetta. Nulla in eccesso, nulla che mancasse.
Si avvicinò all’ufficio del marito, bussò e senza attendere la risposta entrò.
Lui era seduto alla sua scrivania e appena la vide ne fu compiaciuto. Era perfetta, così come l’aveva voluta e per cui l’aveva sposata.
Gli si buttò davanti alla scrivania, gli afferrò la cravatta, avvicinò la sua bocca rosso carminio all’orecchio e gli sussurrò: “sta sera… ti cucino io”.
Indietreggiò con fare malizioso senza staccare lo sguardo da lui e se ne andò. Lasciandolo così insoddisfatto ed esterrefatto.
Lei con un sorriso compiaciuto ancheggiando uscì dallo stabile.
La sera, a casa, tutto era pronto, lei aveva lo stesso abbigliamento, aveva soltanto tolto la giacchetta e indossato un grembiulino bianco. Un profumo speziato aleggiava per la cucina, le luci erano soffuse e candele rosse erano state accese e sparse un po’ dovunque.
Lui entrò, la trovò davanti alla porta che lo attendeva con una bottiglia di vino rosso e due grandi coppe in mano.
Lui non seppe né che dire né che fare. Appoggiò dove poteva cappotto e valigetta e mentre sorseggiava il vino guardava lei, che ancheggiante andava dietro al bancone della cucina per prendere le pietanze.
“Siedi caro, e mangia tutto come fosse il tuo ultimo pasto”.
Lui ammiccò e attese.
Ogni bendiddio venne servito, nulla venne tralasciato, tutto era perfetto, così come lui voleva.
“Per il caffé accomodati in salotto”, e lui quasi in estasi obbedì.
Era quello che voleva: armonia e bellezza in un’unione perfetta di estasi e incanto.
Lei arrivò portando un vassoio sul quale c’era una tazzina con del caffé bollente e una corda.
“Sorseggia, che poi si gioca…”
Lui bevve in piedi, quasi per non perdere tempo, come un bambino che freme per la caramella…
Ma subito si dovette sedere, perché un capogiro lo travolse. Che succedeva, questo non era permesso, ora nulla era perfetto.
“Che c’è, non ti senti bene, adesso si gioca…”
“Continua, amore, non far caso, passerà presto!” disse lui.
In un delirio perpetuo, in cui si trovava immerso gli sembrò di essere legato mani e piedi, mentre lei iniziò piano piano a spogliarlo.
“Non ti preoccupare vedrai sarà tutto lento e ricorderai tutto fino ai tuoi ultimi istanti di vita”
Intanto si tolse il grembiulino e andò in cucina.
Lui attendeva e non capiva ma sapeva che sarebbe stato perfetto anche se lo stordimento non cessava.
Lei tornò sempre ancheggiando con in mano due bottiglie di vodka.
“Quale desideri, quella alla liquirizia o quella pura… da vero macho? Io direi che adesso decido un po’ io.”
Lui rimasto oramai solo in mutande fece un cenno di assenso con la testa…
Lei fece cadere la bottiglia di vodka alla liquirizia, che si ruppe e vari frementi di vetro si scomparsero nel pavimento.
“Ops, che sbadata!” disse lei con voce suadente.”Ora raccolgo qualche coccio, e sai che ti dico, con questo ora ci gioco…”
Con il frammento più affilato iniziò a segnargli la pelle. Dapprima gli provocò un brivido, ma poi divenne dolore e il sangue iniziò a macchiare la sua pelle.
 Che fai sei pazza, così non è più perfetto?!? Finiscila e slegami… Tentò anche di opporsi a lei, ma la testa gli faceva troppo male e probabilmente, non era neppure risuscito a pronunciare una parola.
Vedeva solo lei, vacua e distante,  che rideva e lo sfregiava con frammenti di vetro.
“Lo so che così non è ancora perfetto, ecco ora irroriamo le ferire… sai la vodka è un ottimo disinfettante, poi tu hai scelto quella pura, per il gioco, tu sì,  che sei un vero macho.”
Lui gemette, ma non era forse questa l’idea che si era fatto della serata.
“Il dolore può essere piacevole, se procurato in maniera sottile e attenta… però ora mi sono proprio stufata!”
Gli svuotò l’intera bottiglia di alcool su tutto il colpo completamente invaso da micro ferite, e questa volta lui urlò, ma non ne ebbe la certezza.
Lei tornò, dopo una breve assenza portando con se un coltello da cucina, ben affilato.
 “Mi sono stancata, ora non mi va più di giocare” E gli piantò l’intera lama dritta nel cuore.
Il sangue iniziò a zampillare…
Lui quasi estraniato e lontano osservava la scena quasi non gli appartenesse, quasi non la stesse vivendo, quasi fosse l’anima di qualcun altro quella che piano piano si staccava da un corpo totalmente macchiato di rosso.
“Vedi caro, così è perfetto, questo zampillare è uguale, se non identico alle mie lacrime, le stesse che mi hanno fatto odiare questo corpo perfetto, questa casa perfetta, questa vita perfetta.
Vedi caro, sto attendendo che questo sangue esca tutto dal tuo corpo, come le mie lacrime, che non riesco più a versare. Esaurisci la tua linfa vitale, e svuota il tuo cuore… tanto che te ne facevi di un organo i cui sentimenti erano annegati in false apparenze?
Su,  non guardami con gli occhi pieni di sgomento… Poteva andarti peggio, molto peggio!
Sono sempre stata il tuo sopramobile prediletto, la tua bambolina di porcellana, la tua modella d’alta moda.. Dove ti ho deluso, non mi sono mai lamentata, ti ho lasciato fare. Intanto meditavo… pensavo al mio memento, quello in cui sarei stata veramente perfetta ”
Lo guardò negli occhi finché, non si lamentò più!
Lo lasciò sul divano, lo guardò, fece un brindisi in suo onore!
Non era stato semplice essere perfetta per un’intera serata, ma c’era riuscita…
Il mattino seguente lui si alzò presto, era stata una notte movimentata, molti incubi lo avevano assalito…
Stranamente sua moglie non gli era accanto. Guardò le sue mani, erano incrostate di sangue. Nell’aria si diffondeva un odore acre, misto al dolciastro, al putrido… Questo gli provocò un conato di vomito.
Si alzò repentinamente dal letto si guardò intorno, tutto era macchiato di sangue…La cucina, la sala, tutto era immerso nell’aspro e cruento colore rosso.
Si voltò verso il divano e vide il corpo della moglie esanime, legato mani e piedi e completamente riversa nel sangue.
Si voltò sogghignò e uscì a respirare aria fresca e pura…Che sogno Perfetto!
lisac
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mercoledì, 06 luglio 2005, ore 08:26

E fu tutto come un tempo…
 
Ritornò di nuovo, questa volta senza farsi annunciare.
Arrivò da adulto, privo di madre, ma consapevole del suo significato.
Scese da una collina e sorrise al mondo.
Percorse  a piedi nudi viali alberati e strade dissestate.
Di tanto in tanto guardava il cielo ed in esso si perdeva.
Tutto era mutato, tutto era divenuto, ma ancora nulla era perduto!
Poi si immerse nella folla e in essa giacque.
Si abbandonò al turbinio della gente, alla sua vivacità.
Osservò ogni razza, ogni lingua, ogni pelle.
 Tutto era mutato, tutto era divenuto, ma ancora nulla era perduto!
E poi si tuffò nei pensieri della gente. E una lacrima gli rigò il viso.
Avvicinò il proprio cuore al pulsare del mondo e lì si mise a singhiozzare.
Non c’era più amore.
L’avidità e la malvagità gli attanagliarono il cuore e il respiro gli venne meno.
L’infelicità lo colpì di sprovvista e iniziò a sanguinargli la mano destra.
Una folata di vento lo spogliò.
La derisione lo mise in cima al colle da cui era disceso.
Dalla mano sinistra sgorgò dell’altro sangue.
“Stolti che fate, sono qui per redimervi”, ma nessuno udì quelle parole.
La lussuria gli cinse il capo con una corona di spine.
E il dolore lo dilaniava, gli lacerava la carne, lo smembrava, lo trucidava.
Le risate aumentavano; nessuno temeva ciò che stava accadendo,
nessuno si impauriva,
nessuno provava compassione né pietà.
E l’odio lo impalò ad una croce.
“Mio Dio, mio Dio perché mi hai abbandonato”
Le tenebre furono ovunque.
E un timido raggio illuminò una mano…
Fece un sorriso”Sia fatta la volontà di Dio”.
L’esile arto si trasformò in un artiglio demoniaco che gli trafisse il costato.
Era accaduto di nuovo, alle tre spirò.
Nulla era mutato, nulla era divenuto, e tutto era perduto!  
       
lisac
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lunedì, 04 luglio 2005, ore 09:41

E’ solo questione di abitudine?!

Ero passata molte volte per quella strada. Per la verità ogni mattina da due anni.

Cercavo di mantenere l’abitudine.

Prima di iniziare a lavorare facevo una corsa attorno al parco… quello grande e alberato proprio sotto casa mia.

Volevo mantenere l’abitudine

La sentivo una cosa salutare, ma allo stesso tempo necessaria. Mi aiutava a scaricare tutte le tensioni… mi sentivo sollevata, più leggera.

E come ogni mattina, anche con un tempo poco clemente, percorrevo la zona più folta del parchetto.

Ma lì aumentavo il mio ritmo. Non amavo quel tratto. C’era come sempre un mendicante, un clochard, un reietto della società, un senza tetto…

Ogni mattina usciva dal suo rifugio notturno e mi saluta con un inchino, togliendosi il cappello e  apostrofando un “Bonjour Mademoiselle”.

Non l’ho mai degnato di una minima considerazione. Anzi se potevo, correvo con una velocità tale da spezzarmi il fiato. Non tolleravo il suo aspetto, il suo atteggiamento e il suo crogiolarsi nel dolce far nulla… Non ho mai sopportato il suo portamento così elegante e accurato, seppure nella sua elevata sporcizia, e insulsaggine…

Io ogni mattina dopo la mia corsa, mi facevo una doccia veloce, mi truccavo, mi pettinavo e dopo una colazione equilibrata iniziavo la mia giornata.

Ogni giorno prendevo due  autobus per raggiungere il posto di lavoro.

E come da abitudine, dai finestrini del mezzo, vedevo il mendicante con il suo carrello della spesa che percorreva le vie della città e chiedeva l’elemosina.

Come non tolleravo quella sua condizione.

Arrivata in ufficio, avevo contatto con dei clienti poco raffinati e con capi altrettanto burberi.

Era sempre complicato riuscire a portare al casa quel misero stipendio.

E poi verso le sette riprendevo i due autobus e mi avviavo al ritorno.

E come d’abitudine lui era là. Che ringraziava tutti coloro che lo ricompensavano con un inchino.

Non lo sopportavo. Io mi spaccavo la schiena, faticavo e lui così tirava avanti senza tante pretese e tante storie. Come mi infuriava la sola sua vista.

Ero sempre esausta quando tornavo  e spesso dopo una cena veloce cadevo sfinita davanti alla tv che trasmetteva solo immondizia… la stessa che al mattino avrei visto alzarsi dai cespugli…

Questa mattina però non era tutto come d’abitudine.

Avevo già iniziato a correre, ma tutto era stranamente diverso. Percorsi il tragitto con la rapidità di sempre, ma nel fitto non trovai un inchino ad accogliermi.

Intanto il brusio che da lontano si sentiva, si faceva sempre più chiassoso e quindi decisi di spostarmi in direzione del rumore.

Molta gente era attorno ad un camion.

Al centro della strada un carrello della spesa e cianfrusaglia varia cosparsa. Un pianto di donna echeggiava, mentre un gettito d’acqua usciva dall’idrante urtato dal camion.

Mi feci spazio tra la folla e la scena fu raccapricciante.

Tra il camion e  l’idrante c’era un uomo riverso a terra. Aveva la testa in una pozza di sangue e le orbite fisse e immobili. La  bocca semiaperta e aveva il braccio destro in una posizione innaturale. Sicuramente non respirava… Era morto… Era il senza tetto, e tutti lo avevano riconosciuto.

Dopo alcuni minuti arrivò un’ambulanza. Andarono subito a controllare lo stato della donna che continuava a rimanere seduta nel mezzo della strada e a urlare in maniera indecifrabile.

Quando videro che era soltanto sotto shock, ma non recava ferite, si diressero verso il vagabondo. Ne dichiararono immediatamente il decesso, senza tanti controlli o scrupoli.

Anche la Polizia arrivò e dopo aver appurato che non c’erano né testimoni né feriti, apparte un insignificante senza tetto, fecero sgombrare la zona affermando che “non era successo nulla di grave…”.

Quando poi il coroner se ne fu andato, tutto tornò alla normalità. Il camion venne rimosso e l’idrante fermato. C’era solo una brusca frenata sulla strada, un alone di sangue e nulla più.

Il mattino seguente l’episodio era sul giornale locale.

“Giovane donna sfugge da un tragico incidente. Sfiorata la tragedia. Un veicolo che trasportava quotidiani sbanda, in seguito ad un colpo di sonno del conducente. Solo molta paura, ma sia l’autista che la ragazza rimangono illesi.”

Nessuno citava il clochard, nessuno si ricordava di lui. Nessuno aveva analizzato la sua storia.

A chi potevano interessare le vicissitudini di un povero senza tetto.

Da quel giorno smisi di correre.

Persi l’abitudine.

Non  mi andava più di compiere tutto quello che già facevo. Detestavo me stessa e quelli che la pensavano come me: chi ero io per giudicare chi non conoscevo?! Chi ero io per definire reietto chi non aveva fatto altro che salutarmi?

Chi ero io per disprezzare chi non conduceva uno stile di vita come il mio?!

Ma chi era la vera persona a sbagliare? E chi può essere realmente definito Benpensante?

Dopo alcuni giorni il giornale locale scrisse:

“Sulla tomba di uno sconosciuto, rose fresche ogni mattina. Chi è il tale anonimo così meritevole? ”. 

lisac
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